ISTRUZIONE | 11 Gennaio 2017

Non solo numeri nel caos della scuola

Il portale Tuttoscuola mette nero su bianco il disastro della cosiddetta Buona scuola: un insegnante su tre ha cambiato cattedra, e il caos grava sugli studenti. Ma al di là dei numeri, il problema è nel metodo

di ROSSANO SALINI

Il «grande caos» della Buona scuola: questa l'impietosa definizione che il portale Tuttoscuola, punto di riferimento ormai da anni per il mondo dell'istruzione nel nostro paese, ha dato alla situazione che si è venuta a creare nei nostri istituti scolastici a partire dallo scorso settembre. La riforma del governo Renzi che doveva ridare centralità alla scuola, e riportare il tema dell'istruzione e dell'educazione al centro del dibattito pubblico in Italia, si è in realtà trasformata in un uragano di spostamenti e di mobilità dei docenti, che ha portato gli studenti italiani a una situazione di preoccupante confusione, con una radicale e diffusa mancanza di continuità didattica.

I numeri parlano da soli: «Oltre 250 mila insegnanti (uno su tre) quest’anno hanno cambiato cattedra». Una cosa mai vista, commenta Tuttoscuola: «Il più caotico “carosello” di docenti di sempre (+200% rispetto agli anni precedenti). Un anno nero per la continuità didattica. E il prossimo anno, dopo l’accordo Miur-sindacati, si replica: le famiglie italiane devono prepararsi a un’ulteriore girandola di docenti, che colpirà in particolare le scuole del centro-nord».

Quali sono i motivi che hanno generato una situazione tanto drammatica, e tanto contrastante con le promesse roboanti da cui si era partiti? Si dirà che ci sono stati una serie di motivi pratici, dal piano straordinario della mobilità fino al «condono» sindacale siglato dall'attuale e impresentabile ministro Valeria Fedeli.

Tutte spiegazioni giuste e vere, ma che rientrano nel campo delle cosiddette conseguenze. Il problema, come sempre, è a monte. E sta tutto in due criteri che ancora una volta dominano in maniera incontrastata nella gestione della scuola in Italia, e che nei decenni hanno generato disastri su disastri: centralismo e sindacalismo. Nonostante i continui fallimenti dei tentativi di riforma gestiti in maniera verticistica da viale Trastevere, continuiamo, ad ogni cambio di governo, ad assistere al siparietto di chi pensa di poter creare ex cathedra la rivoluzione copernicana della scuola italiana. Senza rendersi conto che la scuola, per sua natura, è fatta di una miriade di situazioni diverse che non possono e non devono essere guidate dal grande burattinaio coincidente con lo Stato centrale. Un criterio che dovrebbe valere per tantissimi ambiti e per molti dei servizi che vengono forniti ai cittadini, ma che in particolare vale per il mondo della scuola e dell'educazione. E invece no: riforme su riforme, centralmente decise e calate dall'alto, e una più inutile dell'altra, se non dannosa. Con l'effetto, naturalmente, che mai un settore è stato riformato tanto come la scuola, e mai nessun altro è al contempo rimasto tanto uguale a sé stesso, fatto salvo un lento e inesorabile declino e abbassamento del livello qualitativo.

Il tutto è intrinsecamente legato al secondo problema strutturale di cui si parlava: il sindacalismo. Sul fatto che i sindacati controllino in maniera incontrastata il mondo della scuola non vale nemmeno la pena insistere. Il punto è capire la conseguenza di tutto ciò, e che è particolarmente evidente nel grande caos di quest'anno: la garanzia delle tutele sindacali degli insegnanti a totale discapito degli studenti e dei loro diritti.

Insomma: un sistema centrale e verticistico in cui ai docenti vengono garantiti i trattamenti da medio impiegato statale, con tutele elevate ma con nessun riconoscimento della qualità del lavoro. Un sistema di contrattazione politico-sindacale in cui gli studenti e le famiglie sono totalmente esclusi, e in cui non c'è nessun riconoscimento delle diverse fattispecie e delle esigenze particolari, territorio per territorio, famiglia per famiglia, studente per studente.

Tutti i sistemi a livello internazionale che stanno dando i risultati migliori vanno esattamente nella direzione opposta. Si pensi al caso Finlandia, dove il sistema è stato realmente riformato e negli ultimi decenni ha cambiato volto: ora lo Stato centrale dà solo indicazioni generali, mentre le scuole sono tutte gestite o a livello territoriale (ad esempio dai Comuni) o da privati. E il tutto è integralmente gratuito e finanziato dallo Stato, anche le scuole non statali. Totale l'autonomia nella gestione della vita scolastica, tra cui la selezione dei docenti e l'organizzazione dell'orario e dei piani formativi. E così la Finlandia ha straordinariamente migliorato il proprio livello di istruzione e scalato le classifiche internazionali che valutano i rendimenti scolastici.

Sono discorsi che si fanno ormai da anni, ma in Italia la lezione non viene recepita. E il governo Renzi, che voleva presentarsi come il più riformista e innovatore della storia della Repubblica, ha clamorosamente fallito proprio in questo ambito, negando in maniera radicale tutte le promesse fatte. Il governo Gentiloni, con il ministro Fedeli, ha poi ulteriormente esacerbato questa situazione. Uno scenario deprimente, la cui via di uscita non è certamente in una nuova, ennesima riforma, bensì in una vera e propria rivoluzione, da affrontare solo se si ha il coraggio di scardinare quel controllo centrale e sindacale che infesta il nostro sistema scolastico. Altrimenti, meglio lasciar perdere, onde evitare di fare ogni anno nuovi disastri.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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