CHIESA | 10 Settembre 2015

Nozze nulle, ecco che cosa cambia veramente

Le novità introdotte da Papa Francesco sulla nullità matrimoniale hanno dato adito al moltiplicarsi di interpretazioni molto spesso errate. Il giurista Giovanni Minghetti ci aiuta a fare un po’ di chiarezza

di GIOVANNI MINGHETTI

L’attuale riforma del processo matrimoniale sta riscuotendo un forte successo mediatico dove si sprecano teorie che prevedono la fine dell’indissolubilità del Vincolo, il declino della Rota Romana, il trionfo del pauperismo, senza contare che c’è addirittura chi vede alla base della riforma motivi personalistici del Papa. Eppure leggendo il Motu Proprio (per semplicità si parlerà solamente di quello rivolto alla Chiesa Latina) emergono alcune semplici riflessioni, al netto dell’ampiezza e della complessità della materia che rendono ben lontana la possibilità di dare un giudizio esaustivo sull’efficacia di quanto nuovamente disposto dal Romano Pontefice.

Bisogna infatti parlare di ‘efficacia’, in quanto trattandosi di una tematica eminentemente processualistica e quindi strumentale, è importante sottolineare come in alcun modo vi sia la volontà modificare insegnamenti e dogmi. Al contrario, si pensa che gli stessi dogmi e insegnamenti, che la Chiesa continua a ritenere validi e indiscutibili, possano essere al meglio perseguiti proprio con le nuove disposizioni.

All’interno di una cornice fortemente mariana (il Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus è stato datato al 15 agosto 2015 e i canoni di riforma al procedimento matrimoniale entreranno in vigore ufficialmente in data 8 dicembre 2015), Papa Francesco ha dato avvio ad una delle più importanti riforme della Chiesa degli ultimi anni. Nell’esercizio della sua potestà immediata sulla Chiesa universale ha individuato e cercato di comunicare alcuni ‘criteri fondamentali’ che potremmo riassumere in questo modo: la continuità con la Tradizione, l’intelligenza nell’accompagnare il mondo nella molteplicità delle situazioni che presenta e la responsabilizzazione dei Vescovi.

Innanzitutto il Papa, in linea con i suoi predecessori, afferma esplicitamente il desiderio che i procedimenti di dichiarazione di nullità vengano sempre trattati per via giudiziale e mai amministrativa.

Per chiarire la distinzione è necessario ricordare che la potestà giudiziale è quel settore della potestà di governo del Vescovo sulla Diocesi cui si affida l’applicazione stretta della legge; al contrario, la potestà amministrativa, ad ogni modo esercitata dal Vescovo, ha come missione il perseguimento degli interessi della comunità, con particolare riguardo alle concrete esigenze dei fedeli. In altre parole mentre l’esercizio di un giudizio per via giudiziale presuppone certi vincoli di natura legislativa per il Vescovo, questi non valgono nella via amministrativa dove si ricerca una flessibile applicabilità per il caso pratico.

Ciò è richiesto dalla tutela massima del Sacro Vincolo. È assai rilevante, al fine di apprezzare la peculiarità dell’ordinamento canonico, ricordare che in una materia come quella processuale penale (per i giuristi di qualsiasi estrazione, massima garante dei diritti delle persone) vi sono certi casi in cui la via amministrativa è preferita a quella giudiziale. Ciò per la Chiesa è impossibile quando oggetto della discussione sia un Sacramento.

In ossequio alla tradizione giuridica della Chiesa, viene concesso in ogni caso l’appello al metropolita, in omaggio alle più antiche forme di sinodalità nell’amministrazione della giustizia. Inoltre resta la possibilità di adire alla Rota Romana, sulla scia di quanto previsto in passato dal diritto romano che concedeva  ai cittadini di richiedere il giudizio diretto dell’imperatore.

Presupposto fondamentale per la giustizia, emersa nella coscienza dell’uomo contemporaneo, sta nella possibilità per chi versa in una situazione di incertezza di vedere risolta la propria controversia.

Su questa linea guida il gruppo di persone costituito dal Papa, sotto la vigilanza del Decano della Rota Romana, ha ritenuto opportuno porre fine all’istituto della doppia sentenza conforme.

Questo vecchio retaggio che prevedeva l’emanazione di due sentenze - di due tribunali differenti a seconda della provincia ecclesiastica - nel giudizio di un’unica controversia, è stato giudicato ridondante e non più adatto alle esigenze di celerità processuali.

Tuttavia, è importante sottolineare, come ciò non voglia dire l’eliminazione della possibilità dell’appello che, per la garanzia di giudizio equo, è sempre possibile sia da parte di uno dei due coniugi sia da parte del Difensore del Vincolo, ossia la parte pubblica garante dell’indissolubilità del matrimonio.

Da questo punto di vista si sono sprecati i commenti che intravedevano la fine del doppio grado di giudizio e delle sue garanzie. Il doppio grado resta caposaldo e principio fondamentale per l’ordinamento processualcanonistico, e, in materia matrimoniale, può essere esercitato da ben tre soggetti diversi, in contradditorio tra loro, adendo al Metropolita o alla Rota Romana.

Una delle novità più rilevanti è l’introduzione di un doppio binario processuale, che permette un’analisi “sommaria” - il cosiddetto processo breve - di alcune casistiche da parte del Vescovo. Ciò sempre in favore dell’esigenza di celerità processuale in aiuto a coloro che non hanno facile accesso alla giustizia ecclesiastica e si trovino in situazioni di irregolarità tali da non poter accedere alla Grazia dei Sacramenti.

Il Vescovo viene spronato a esercitare nella Diocesi affidatagli tutta la potestà ordinaria, propria e immediata, in continuità con il dettato del Concilio Vaticano II e secondo quanto previsto dal codice di diritto canonico.

Egli stesso quindi è giudice per i fedeli a lui affidati, in particolar modo nel nuovo processo breve. Il Papa auspica che nelle diverse Diocesi tale compito venga accolto dai Vescovi con una coscienza rinnovata, pronta ad implicarsi in prima persona innanzi a dei giudizi che spesso presentano un forte carattere di drammaticità.  Papa Francesco sembra così ancora una volta voler porre l’accento sulla necessità che chi ha il compito di amministrare una comunità sia sempre meno burocrate e sempre più «pastore in mezzo al proprio gregge e con l’odore delle pecore».

Le due condizioni fondamentali per l’accesso alla nuova via procedurale sono il consenso dei coniugi e la ricorrenza di circostanze sostenute da prove di facile esperibilità che non richiedano analisi più approfondite. Di grande spessore è la responsabilità conferita al Vescovo in questo senso che su questo secondo presupposto giudicherà con una forte autonomia.

Sempre a questo proposito, pare importante sottolineare il monito nei confronti della Conferenza Episcopale che nei compiti affidategli dovrà astenersi da qualsiasi ingerenza nel governo giudiziale del Vescovo della propria Diocesi.

Un’altra importante novità che si ritrova nel Motu Proprio è il richiamo a trovare delle modalità per rendere gratuite le procedure, fatta salva la giusta retribuzione degli operatori dei tribunali. Questo punto, che risponde certamente ad un’istanza giusta e necessaria, vuole porre sul tavolo un tema complesso, non risolvibile con facili slogan pauperisti. La macchina della giustizia, seppure ecclesiale e salvo il caso di Diocesi che posseggono le risorse per mantenerla attiva, dovrà in qualche modo essere sostenuta, con spese certamente attenuate, ma capaci di rendere possibile un lavoro competente.


GIOVANNI MINGHETTI

Nato nel 1989, si laurea in Giurisprudenza all'Università di Bologna con una tesi sulla procedura penale nel diritto canonico. Lavora presso lo “Studio Legale Zunarelli” sede di Bologna. Frequenta, nel tempo libero, il corso di Licenza in Diritto Canonico presso la Facoltà “San Pio X” di Venezia

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