MANOVRA VS RIPRESA | 02 Novembre 2015

Numeri gonfiati, boutade e scivoloni. Lo ‘stile Renzi’

L’occupazione non riparte e i tecnici del parlamento bocciano la manovra, ma Renzi si concentra solo sui dati positivi che può pompare davanti all’opinione pubblica. Una bugia che, numeri alla mano, ha le gambe corte

di ROBERTO BETTINELLI

A sentire Matteo Renzi l’Italia è diventata all’improvviso il Paese della grande crescita e delle opportunità imperdibili. Lo è per la situazione attuale, descritta in termini che sfiorano una stucchevole autocelebrazione, e lo è per gli effetti che sarebbe lecito aspettarsi dalla legge di stabilità. 

 

Il premier non si è lasciato sfuggire i dati dell’Istat che rivelano il segno più in merito alla fiducia delle imprese e dei consumatori. Un quadro dove non è mancato il gioco di sponda del capo dello Stato Sergio Matteralla e del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Il primo ha dichiarato, un po’ improvvidamente, che l’Italia si è lasciata alle spalle la crisi. Il secondo ha pubblicamente rivisto il Pil italiano che a luglio era dato in aumento dello 0,7% mentre ora potrebbe decollare fino all’1%. 

 

Uno scenario al quale va aggiunto il risultato dei titoli di stato semestrali che il ministero del Tesoro è riuscito a piazzare con tassi di interessi sotto lo zero e con una domanda di acquisto di oltre 12 miliardi di euro. Il doppio dell’offerta disponibile. In aumento anche le richieste dei mutui con un più 92% nel 2015 rispetto all’anno precedente e i prestiti alle imprese con un più 16,2%. 

 

Intendiamoci, qualcosa di buono c’è. Ben vengano i numeri incoraggianti. Peccato però che la realtà sia molto meno entusiasmante di come viene dipinta. Al di là dei dati sparsi che testimoniano la fattibilità della ripresa, se non ora almeno in prospettiva, c’è un elemento che non può sfuggire a nessuno: l’occupazione non riparte. 

 

E se ciò accade è perché l’Italia non ha ancora superato la crisi. Il tasso di disoccupazione sale e scende. Ma di valori infinitesimali, tali da non modificare l’avvilente fotografia di un Paese che non offre opportunità ai giovani e men che meno a coloro che perdono il lavoro in età avanzata. Siamo a quota 12,8%, una fra le più alte in Europa, mentre a livello giovanile la situazione è ancora più disperata con oltre il 40% di senza lavoro. Il Jobs Act, un vero mantra per il segretario del Pd, se tutto va bene ha generato finora un esiguo tesoretto di 77mila nuove assunzioni a tempo indeterminato. Comparti strategici come l’edilizia sono fermi al palo e per le imprese che non riescono a internazionalizzare il loro business, e sono la maggior parte, il presente è tutto fuorché roseo. 

 

La verità è che il Paese sta procedendo a fatica come ha sempre fatto in questi lunghi anni di crisi dove ha perso oltre il 25% della sua capacità produttiva e un milione di posti di lavoro. E se c’è qualcuno che dobbiamo ringraziare per il fatto che ora si soffre lievemente di meno questo è Mario Draghi, il governatore della Bce, che ha imposto un cambio dii linea nelle politiche finanziarie dell’Ue allentando la morsa dell’austerity con il varo del ‘quantitative easing’. Da qui, infatti, discendono i rendimenti a tasso zero dei titoli di Stato e lo spread da record. Non certo dalle ‘trovate’ di Renzi che, messo alla prova, ha concepito una manovra finanziaria in deficit che farà schizzare più in alto il debito pubblico. 

 

A proposito della legge di stabilità, il premier ha esultato troppo in fretta. I tecnici del parlamento hanno bocciato il taglio della Tasi e l’Imu agricola che inguaierebbero i bilanci dei Comuni. Lo stesso vale per il canone Rai in bolletta che non sembra poter dare le garanzie necessarie in merito al gettito. Problemi anche sul fronte dei tagli alla sanità: una riduzione da 113 a 111 miliardi che Renzi ha negato fino all’ultimo. Perfino l’innalzamento del tetto dei contanti da mille a 3mila euro, per gli esperti di Camera e Senato, è destinato a sollevare più perplessità che certezze positive. 

 

Insomma, mentre l’occupazione arranca si moltiplicano le critiche alla manovra che il presidente del Consiglio non ha esitato a presentare come salvifica per le sorti del Paese. Nessuno si scandalizza se i governanti tentano di infondere fiducia nei governati davanti alle prove difficili. Ma Renzi, nel farlo, ha superato ogni forma di decenza. E dispiace vedere il capo dello Stato o il governatore della Banca d’Italia che vanno in scia venendo meno al loro ruolo superpartes. 

 

Renzi impari a dare tutte le cifre, positive e negative. Impari a dire le cose come stanno evitando grossolane manipolazioni della realtà. I cittadini possono essere distratti. Ma non sono stupidi. E sanno ancora distinguere fra chi li prende in giro e chi dice loro la verità.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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