POLITICA | 26 Febbraio 2015

Nuovo Centrodestra? «L’alleanza con il PD finirà»

«L’allenza PD-NCD destinata a rompersi», «Renzi leader vincente ma isolato», Lega di Salvini ostacolo a «riunificazione del centrodestra». Il professore Corbetta direttore di ricerca dell’Istituto Cattaneo analizza la fase politica: «Transizione fluida»

di LUCA PIACENTINI

«Oggi il vero problema della politica italiana è il centrodestra, dove regna una grande confusione». E’ il giudizio del professore Piergiorgio Corbetta, direttore di ricerca dell’Istituto Cattaneo di Bologna, sulla situazione del nostro paese, che vive una «fase di transizione fluida» dove si prevedono «spostamenti di voti». Una transizione, secondo il sociologo, esperto di flussi elettorali e docente presso l’Università di Bologna, «non anarchica ma con un leader»: Matteo Renzi. Ma qual è il punto debole del presidente del Consiglio? Sta facendo le riforme giuste? Qual è il futuro dei partiti? E i posizionamenti politici, a partire dalla strana alleanza PD-NCD, come cambieranno? Sono solo alcuni dei passaggi chiave affrontati nell’intervista rilasciata a L’Informatore dal professore Corbetta. Che dice: oggi il nodo da sciogliere non è a sinistra, ma è la leadership del centrodestra. 

Professore, andiamo con ordine. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi dice che andrà avanti fino al 2018 per completare le riforme. Abolizione del Senato e legge elettorale: qual è il suo giudizio? 

«Si stratta di due riforme inevitabili. Anche quella del Senato, di per sé più impegnativa perché mette mano alla Costituzione. Nonostante vi siano in giro intellettuali convinti che quella italiana sia «la Costituzione più bella del mondo» e dunque sia intoccabile, io condivido la direzione presa da Renzi. Per quanto riguarda il bicameralismo perfetto, da trasformare in un sostanziale monocameralismo, sono totalmente d’accordo: non è pensabile che una democrazia efficiente possa andare avanti, come fa l’Italia dal 1948, con due camere dotate degli stessi poteri e un rallentamento pazzesco della capacità decisionale. 
Anche il principio che anima la riforma elettorale è condivisibile: si punta alla democrazia dell’alternanza, si cerca un meccanismo che spinga la struttura politica verso il modello bipolare tipico delle maggiori democrazie occidentali. Come moltissimi studiosi e intellettuali in questo campo, penso che il sistema migliore includa collegi uninominali alla francese con ballottaggio, ma purtroppo non è realizzabile in quanto Forza Italia è assolutamente contraria. Le riforme istituzionali vanno fatte ad ampia maggioranza, coinvolgendo cioè anche l’opposizione: se si vuole tirare dentro anche il centrodestra, bisogna rinunciare al collegio uninominale. E la soluzione proposta mi sembra accettabile: assegnando il premio alla lista, si va verso un bipolarismo non di coalizioni ma di partiti».

C’è chi sostiene però che la trasformazione del Senato in una sorta di Camera delle autonomie, legata agli enti locali, consegnerà definitivamente il paese nelle mani della sinistra. E’ un rischio reale?

«No, non vedo il problema. L’obiettivo principale è non mettere in competizione il potere della Camera con quello del Senato. Qualunque soluzione che elimina il bicameralismo e ci conduce al monocameralismo è positiva. Il problema va posto capovolgendo la sequenza del ragionamento. E cioè: è giusto o non è giusto avere una camera, in questo caso il Senato, dove si rappresentano le autonomie locali? Dopo di che verrà di conseguenza che, se un’area politica è più forte nelle autonomie locali, prevarrà temporaneamente anche in Senato, almeno fino a quando le cose non cambieranno. Oggi nelle amministrazioni locali la sinistra è più forte del centrodestra. Ma non è detto che questa situazione si protragga all’infinito». 

A sinistra domina Renzi, a destra sembra regnare il caos. Per un sistema democratico in salute è necessario però che anche l’opposizione funzioni. Per alcuni le basse soglie di sbarramento dell’Italicum favorirebbero la frammentazione nella futura minoranza. Ipotizzando una vittoria di Renzi, almeno guardando i sondaggi, ci ritroveremmo quindi con un governo forte del premio di maggioranza, e un’opposizione tanto debole e frammentata da non tornare più competitiva. C’è questo pericolo di sistema?

«Primo: sono temi che riguardano la struttura della politica italiana e non vanno affrontati in termini contingenti, ma con una prospettiva più ampia. E’ vero: oggi la situazione è questa, ma solo due o tre anni fa non era così. Renzi non era sceso in campo e Berlusconi era più forte. Non va bene ragionare sull’oggi e condannare una legge elettorale che magari in un contesto diverso avrebbe fatto comodo. 
Secondo: non è assolutamente detto che l’Italicum porti alla frammentazione. Abbassando le soglie, è vero, concede la possibilità di correre anche a partiti minori. Ma resta sempre il ballottaggio tra le due formazioni più forti. Che una di queste sia il Partito democratico non c’è dubbio, ma bisogna vedere cosa succede nel centrodestra. Le variabili sono molte: la Lega non è detto che riesca a competere come secondo partito, Forza Italia potrebbe consolidarsi e, di fronte alla opportunità andare al ballottaggio, il Movimento Cinquestelle potrebbe subire un forte ridimensionamento. 
I problemi di Forza Italia sono interni, legati alla crisi leadership di Berlusconi. Non è per nulla scontato che l’Italcum, così com’è adesso, porti alla frammentazione definitiva del centrodestra. Anzi: potrebbe portarlo alla riaggregazione proprio in virtù del ballottaggio, che è tra la prima e seconda lista. La formulazione iniziale prevedeva un premio di coalizione e lasciava spazio a coalizioni fittizie, come è accaduto in passato, che si coagulano temporaneamente e subito dopo il voto cominciano a litigare. In conclusione: questa legge elettorale ha limiti inevitabili, dovuti ai compromessi con l’opposizione, ma sostanzialmente orienta il sistema verso un bipolarismo e non verso la frammentazione». 

A quali condizioni è possibile una riunificazione del centrodestra? Che idea si è fatto? 

«Oggi la riunificazione sembra una realtà lontana. Ma siamo lontani anche dalle elezioni. Salvini è fortemente ostile ad un accordo coalizionale di centrodestra. Poi c’è lo scontro interno con Tosi. La situazione è molto fluida». 

Le primarie potrebbero favorire la ricostruzione della coalizione o dei partiti?  

«In questo momento è difficilissimo fare previsioni. Perché fino ad ora il centrodestra è stato insieme grazie alla leadership di Berlusconi, che non è più quella di prima. E non può essere sostituita improvvisamente con le primarie, nel senso che il partito non è maturo. Il PD ci ha messo parecchio e non le ha ancora maturate completamente. Esistono problemi oggettivi, ad esempio in Campania vi è  incertezza: le facciamo, non le facciamo? E’ un itinerario complesso, i partiti devono maturare. In questo momento dentro Forza Italia c’è grande confusione. Può darsi che si chiarisca nell’approssimarsi delle elezioni. Ma oggi non le vogliono perché temono di essere impreparati».  

Qual è invece la debolezza politica di Matteo Renzi? 

«Stando a quel che si dice, Matteo Renzi è un uomo che decide molto da solo. Non ha ancora costruito attorno a sé uno staff di esperti, con maturità politica che a volte va di pari passo con la maturità anagrafica. E’ un giovane e si circonda di giovani. E forse è questo il suo punto debole». 

Il Nuovo Centrodestra prosegue l’alleanza con il presidente del Consiglio e il PD, affermando di rimanere però una forza di governo autonoma, la cui identità è definita dai risultati e non dagli alleati. E’ una posizione sostenibile? E soprattutto: è comprensibile agli elettori di centrodestra? 

«No, non è comprensibile. Può anche darsi regga per un po’. Ma lungo andare questa alleanza è destinata a rompersi. A mio parere (ed è ciò che auspico) NCD è destinato a confluire in un centrodestra rafforzato, in Forza Italia o in altra formazione, chiamatela come volete. Non ci sono differenze ideologiche tra NCD e Forza Italia, ma solo differenze e ostilità di carattere personale fra i leader. C’è stata la condanna di Berlusconi, Forza Italia era dominata da una posizione radicale guidata in parte da Daniela Santanché. E’ avvenuto il distacco, ma non su base ideologica o programmatica, bensì su base personale, da parte di alcuni leader di seconda fila che si sentivano estromessi dalla guida del partito. A lungo andare, mi sembra che la spaccatura sia destinata risolversi in una ricongiunzione». 

Qual è il problema del centrodestra? 

«E’ la Lega, che in questo momento è molto meno riducibile al quadro bipolare che auspichiamo. Mentre penso che NCD possa confluire in una rinnovata alleanza con il centrodestra berlusconiano o con chi succederà a Berlusconi, la Lega di Salvini è irriducibile a questa ipotesi. Almeno finché rimarrà in mano a Salvini. Il segretario del Carroccio segue l’ipotesi di Marine Le Pen, molto difficile in Italia. La Lega si è caratterizzata ed è nata (e questo imprinting iniziale non è cancellabile) come partito anti meridionalista e anti romano; che adesso riesca a diventare una grande forza nazionale mi sembra problematico. E’ difficile che catturi l’elettorato meridionale ed è anzi possibile che perda parte dell’elettorato settentrionale che l’aveva seguita nel suo essere anti romanocentrica e secessionista. Ripeto: per una ricomposizione futura di un centrodestra moderno il problema non è NCD ma la Lega». 

La Lega ha però dato prova di mediare politicamente nel governo regionale. In Lombardia, ad esempio, Roberto Maroni è sostenuto da coalizione di centrodestra ‘tradizionale’.

«Sì, però Salvini la sta trascinando in un’altra direzione, verso un orientamento lepenista che non è quello di Maroni. Comunque staremo a vedere. Nel nostro paese tutto è in movimento». 

Parlando di movimenti, lei è un esperto dei Cinquestelle, sui quali ha anche pubblicato il primo studio scientifico. Reggeranno?

«Le previsioni sono sempre difficili. Ma non è ipotizzabile che in una elezione a breve o a lungo termine il Movimento Cinquestelle possa riprendere il 25%, o anche forse il 20% dei consensi su cui i  sondaggi (il più delle volte inaffidabili ) oggi li attestano. Il movimento è cresciuto sulla protesta ma ha chiaramente dimostrato di non essere in grado di trasformarla in proposta. E’ rimasto fuori da tutti i giochi: dal Jobs Act, dalla riforma elettorale, dall’elezione del presidente della Repubblica. Penso che prima o poi l’elettorato si chiederà: ma il mio voto a che cosa è servito? Ci potrà essere nel suo elettorato una componente, anche maggioritaria, di pura protesta, che approva quando i parlamentari fanno casino in parlamento, e insultano la classe politica. Ma quando un partito raccoglie il 25%, il suo non è solo voto di protesta, c’è qualcosa di più. Vi sono molti elettori che hanno scelto i 5Stelle sperando di votare una proposta politica alternativa, che però non è arrivata. In conclusione: anche qui si prevede uno spostamento di voti. Potrebbero in parte confluire nell’astensione. Il 25% dei voti comunque è troppo, difficilmente durerà». 

Come definirebbe in poche parole l’attuale momento politico dell’Italia? 

«Transizione. Una fase di transizione molto fluida, in cui è difficile fare previsioni. Ma è una transizione con una guida: Matteo Renzi. Non è una transizione anarchica. In questo momento il problema in Italia è il centrodestra, come abbiamo detto tante volte: è la successione di Berlusconi, che non è stato capace di impostarla e, come accade normalmente a tutti i grandi leader isolati, non è stato in grado di mettere in atto un meccanismo istituzionale di creazione della leadership. La conseguenza è che nel centrodestra tutti si beccano tra loro».

I partiti possono favorire la nascita di un leader?  

«Purtroppo oggi siamo in una situazione in cui i partiti non sono più quelli di una volta: radicati sul territorio, strutturati in segreterie, con organizzazioni regionali e sezioni locali. I partiti oggi sono molto legati alla leadership. Forza Italia non ha mai minimamente pensato a mettere in piedi una vera organizzazione di partito territorialmente definita, dove ci sono organismi provinciali e regionali, in cui viene eletto un direttivo centrale. Il vecchio partito di una volta non c’è più, ma quando manca il leader una strutturazione organizzativa di questo genere può aiutare. Berlusconi non è stato capace (o non ha voluto) crearla. Ha individuato un successore sì e no convinto in Alfano, che però non si è dimostrato in grado di prendere in mano il partito. Poi è successo quel che è successo».

Il suo giudizio su Renzi è positivo o negativo? 

«Renzi va in una direzione che condivido, anche su  temi come Rai e istruzione, non solo sulle riforme istituzionali. Il suo punto debole però, come dicevo, è che si tratta di un leader isolato. Ha grandi capacità di guida e fiuto politico, ma per reggere un leader ha bisogno di una classe politica, di un gruppo che lo sostenga, fatto di competenze, con una maturità politica che lui inevitabilmente non ha. Il problema è quello. Fino adesso però non ha compiuto gravi errori e ha avuto grandi successi, perché ha conquistato il partito in quattro e quattr’otto mettendo più o meno a tacere le opposizioni, ed è arrivato alla presidenza del Consiglio. Insomma: è un leader isolato ma per ora vincente». 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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