ITALICUM | 06 Novembre 2014

Nuovo Nazareno

Patto del Nazareno, nuova versione. Renzi e Berlusconi ci guadagnano entrambi

di ROBERTO BETTINELLI

Renzi e Berlusconi si assomigliano. Non come due goccie d'acqua, ma quasi. Li distingue l’età, ovviamente, e il fatto che il talento del PD nella sua vita ha sempre succhiato dalle rotonde mammelle della politica mentre il Cavaliere ha fondato aziende di successo e ha inventato un nuovo mercato quando altri si erano rassegnati a subire senza fiatare il monopolio televisivo di stato. 

Lo stile comunicativo ardito, guascone e irriverente che diverte chi lo incarna prima ancora degli spettatori, la strategia tutta rivolta a ‘spezzare cuori’, alimentare entusiasmi improvvisi e mietere consensi il più possibilmente duraturi, il protagonismo infingardo di chi immagina il partito non come il demone interiore della propria coscienza ma come uno specchio nel quale proiettare il ritratto della propria grandezza, il fiuto imbattibile di chi sa immedesimarsi nell’opinione pubblica ricalibrando ogni volta messaggi, slogan e ordini del giorno dell’agenda politica. 

La somiglianza fra i due è così evidente che non può non offendere i leader e il popolo Dem, che dopo aver combattuto per oltre due decenni, rimediando un bel po’ di brutte figure, la versione originale del Cavaliere, ora si trovano a seguire loro malgrado un Berlusconi redivivo che non esita a sculacciare sul sedere i dissidenti e a fregarsene delle aride ritualità e delle pompose gerarchie di un partito gerontocratico. 

Gli elementi che legano i due leader sono molti. Ma, dal punto di vista del posizionamento politico, la situazione di Renzi e Berlusconi è profondamente diversa e non solo perché il primo è alla guida del PD mentre l’altro, logorato dalle battaglie campali sul fronte giudiziario, resta in sella a un partito mai così lontano dai fasti del passato come Forza Italia.

La diversità è incontestabile ed ed è emersa con forza nell’ultimo episodio della trattativa per la legge elettorale. Renzi ha sposato la causa delle preferenze che invece non incontra il favore del Cavaliere, spaventato da un meccanismo elettorale che premia la periferia rispetto al centro e che aumenta enormemente il rischio di consegnare il partito nelle mani dei ras locali. Dopo la scissione di Alfano e la rivolta interna di Fitto è normale che Berlusconi non veda di buon occhio l’eliminazione delle liste bloccate, ma considerata l’aria che tira nell’opinione pubblica risulta davvero difficile non mettere fine all’andazzo penoso delle segreterie nazionali che ‘paracadutano’ su territori perfetti sconosciuti smaniosi di farsi eleggere. Berlusconi lo sa bene, e ne terrà conto al momento della decisione finale, ma è indubbio che la proposta non va a suo beneficio anche se all’indomani dell’incontro l’algida Boschi ha dichiarato che la quadra c’è già: 70% con le preferenze e 30% con la lista bloccata. 

D’altro canto Renzi la proposta non poteva non farla, in parte perché conosce l’appeal che l’idea esercita nel marasma di un elettorato stanco di subire le iniziative unilaterali dei partiti e ansioso di liquidare il vecchio ceto politico. In parte perché la minoranza interna del suo partito, dopo la strategia a ‘muso duro’ scelta dal premier sul Jobs Acts,  vanta non pochi crediti nei suoi confronti e non ha mai smesso di chiedere le preferenze non fosse altro perché assenti nel patto del Nazareno. 

Il premio alla lista che supera il 40% è fatto su misura per le esigenze del PD. Anzi, del PD di Renzi. Non ci vuole molto a capire che è lui l’unico in grado di guidare un partito che aspira a governare da solo, riunendo al suo interno l’anima radicale e centrista della sinistra, magari rafforzata da una compagine che raccoglie gli ex di Scelta Civica e i transfughi di Ncd che finora hanno potuto permettersi il lusso di non decidere sul loro futuro ma a breve dovranno uscire allo scoperto imboccando la strada del ritorno nel centrodestra o scegliendo definitivamente l’opzione renziana di un centrosinistra vecchia maniera. Quello che per intenderci ha trionfato nell’Italia della prima repubblica togliendo al paese ogni possibilità di conseguire una politica autenticamente liberale. 

Nella precedente versione del Nazareno il premio andava alla coalizione e non alla lista. Una soluzione che  doveva agevolare il centrodestra, storicamente abituato a muoversi in gruppo grazie alla forza del collante berlusconiano. 

Ma ora Renzi vuole un nuovo patto. E se passasse la modifica, più che una lista quello del segretario del PD sarebbe un listone con dentro di tutto e di più. La sinistra con il suo bagaglio ideologico retrivo e filo-articolo 18, ma anche il centro con le ambiguità e gli equilibrismi di chi non prende mai posizione e si barcamena tra ma, però e innumerevoli distinguo. Il tutto in barba al massimalismo grillino e leghista. 

Solo può Renzi può riuscire in un’impresa che sta prendendo forma giorno dopo giorno ma che ha bisogno del nuovo Italicum per realizzarsi compiutamente. Berlusconi è chiamato a dare il suo contributo. Vista l’alternativa, Grillo, c’è da aspettarsi che lo farà. Ma senza dare l’idea di cedere alcunché. Lui e Renzi, alla fine, ne usciranno vincitori. Uguali come per magia. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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