IL VOTO AL NORD | 04 Giugno 2015

«O si rifà il centrodestra o si va verso l’azzeramento»

Dopo il voto. Massimiliano Salini, eurodeputato AP: «Al Nord non esistiamo». Post su Fb e l’intervista a Libero, una scossa per i piani alti del partito. «Così non va, i moderati vogliono un Paese diverso da quello che vuole Renzi»

di ROBERTO BETTINELLI

L’intervista rilasciata dall’eurodeputato Massimiliano Salini a Libero è arrivata come una doccia fredda all’interno di Area Popolare. Ad ogni livello: base e vertici. Il deputato eletto nella circoscrizione del Nord Ovest con il Nuovo Centrodestra non ha nascosto la verità sull’esito del voto e, incalzato dalle domande del giornalista del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, ha detto chiaramente ciò che pensava. Come è nel suo stile. 

Nulla di eclatante. Salini ha dichiarato cose che pensano tutti all’interno di un partito, soprattutto a livello lombardo. Ncd/Area Popolare al Nord non esiste se non in ‘forma residuale’. Come nel Centro Italia, d’altronde. Le cose sono andate meglio in Campania e in Puglia, ma nella parte più vitale del Paese il partito brilla per la sua assenza dalla scena politica. Anche nel ‘fortino’ del consiglio regionale lombardo si inizia ad avvertire una sensibile disaffezione per un progetto che, per citare l’assessore regionale Mauro Parolini, è «affidato al valore dei singoli ma è privo di un brand nazionale di successo». 

Massimiliano Salini è uscito allo scoperto con un’analisi impietosa che ha concentrato in un post sul suo profilo Facebook appena sono stati resi noti i risultati non incoraggianti delle elezioni regionali. Un giudizio franco che ha ribadito nell’intervista a Libero il giorno successivo suscitando grande scalpore nei piani alti del partito. 

Libero ha titolato sulla sua ‘delusione’ per l’esito del voto. Che cosa ne pensa?
«Non sono deluso, non è un sentimento che mi appartiene. Chi mi conosce sa che amo attaccare piuttosto che implodere nel cattivo umore o nel pessimismo. La realtà consente sempre di fare una scelta. Ma per decidere bisogna prendere atto di ciò che è successo. Ncd/Area Popolare al Nord non esiste. L’esito del voto parla chiaro. Ci sono stati risultati di valore come Lecco, ma è una mosca rara. Il trend generale va nella direzione opposta e cioè verso l’azzeramento». 

Qual è il suo giudizio sul risultato elettorale?
«Il voto è un test che vale per tutto il Paese. È stato vasto geograficamente e complesso dal punto di vista dei livelli di governo. Le urne hanno interessato molti comuni, anche lombardi, e sette regioni. In Veneto, Liguria e Centro Italia le cose non sono andate per niente bene. In Puglia e Campania sono andate un po’ meglio. Ma già ora non siamo più un partito che è in grado di rappresentare i moderati in tutto il Paese». 

Che cosa non ha convinto della vostra proposta?
«Sul territorio abbiamo bravi amministratori che hanno incontrato grandi difficoltà nel confronto con i cittadini. E non per colpa loro. Hanno pagato di persona l’ambiguità di una progetto politico che deve trovare il prima possibile un indirizzo chiaro e immediatamente comprensibile». 

Qual è il punto più debole della strategia di Ncd/Area Popolare?
«L’ondata dell’antipolitica è fortissima ed è difficile competere con chi non si preoccupa della realizzabilità del messaggio indirizzato ai cittadini. Ma noi abbiamo le nostre colpe. Ci definiamo un partito di centrodestra che vuole ricostruire quest’area politica ma governiamo ormai in modo stabile con il Partito Democratico. Il divario delle forze in campo è troppo grande. I nostri ministri sono oscurati dal carisma di Renzi. Se facciamo qualcosa di buono, nessuno se ne accorge. E se invece il governo sbaglia, è colpa nostra. Alfano è stato letteralmente massacrato sulla questione degli immigrati. Al di là delle ragioni che hanno visto nascere un esecutivo di larghe intese e che è stato tenuto a battesimo da Silvio Berlusconi, la nostra è una posizione che non viene più capita dagli italiani. Sicuramente non dai nostri elettori che chiedono una scelta di campo netta». 

E il Pd di Renzi come se la passa secondo lei?
«L’Istituto Cattaneo ha certificato che il Pd ha perso quasi due milioni di voti rispetto alle elezioni europee. E’ vero, possono aver pesato i fenomeni di un’astensione senza precedenti e di liste che avrebbero dirottato altrove il consenso. Ma nelle regioni rosse del centro Italia non c’erano liste di questo tipo e il Pd è stato ugualmente ridimensionato rispetto al passato. La strategia di sfondamento al centro di Renzi doveva portare alla nascita del Partito della Nazione, ma in realtà ha provocato un’emorragia di consensi. Ora il premier dovrà ammettere che il Pd è un partito di sinistra. Questa è la sua natura è non può essere modificata in alcun modo». 

Allora il Partito della Nazione è morto per sempre…
«Sono gli stessi collaboratori di Renzi a dirlo. L’ultimo in ordine di tempo è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando sul Corriere della Sera. E’ un segnale del grande malessere che dilaga all’interno del Pd verso un segretario che ha voluto accentrare tutto il potere su di sé dilapidando un patrimonio enorme di consenso e distruggendo la tradizione assembleare del suo partito». 

Area Popolare dovrebbe uscire subito dal governo?
«Farlo ora non avrebbe senso. Che cosa offriamo ai nostri elettori? Un partito che già ora non ha un rappresentante nei consigli regionali del Piemonte e dell’Emilia Romagna, che in Liguria e in Veneto è arrivato a fatica al 2%, e che se si va avanti così scomparirà anche dalla Lombardia. I dati impongono un cambiamento di rotta. E a chi li trova soddisfacenti non dico che sbaglia, o che mente, ma dico che non è ambizioso perchè non è questa la via per dare un futuro diverso e migliore al Paese. Questo è l'atteggiamento che condanna alla sudditanza verso la sinistra che è esattamente il contrario della nostra storia. Dobbiamo avviare un percorso di ricostruzione del centrodestra. Arriverà il momento in cui staccare la spina. Bisogna farlo nel momento in cui conviene a noi e agli elettori moderati, non a Renzi che fa solo i suoi interessi e che non ha a cuore il futuro del centrodestra. Vuole soltanto tenerci divisi e impedire la nascita di un polto alternativo ispirato alla cultura cattolica e liberale. Il solo che possa contendergli davvero la leadership nel Paese».

Quale è la priorità?
«Se Ncd/Area Popolare esce dal governo si andrà al voto. E la partita sarà fra la sinistra e il Movimento 5 Stelle. Potrebbe inserirsi anche la Lega, ma non è detto. Questo ci obbliga a tenere i nervi saldi. Ma non basta, dobbiamo muoverci avendo bene in mente che milioni di elettori moderati non sono andati a votare. E’ loro che dobbiamo convincere. Berlusconi prima delle elezioni ha detto che avrebbe lanciato un movimento dei moderati. Lo faccia e noi saremo certamente della partita. Ma deve capire che a differenza del passato il tema della leadership non è più scontato. I moderati devono essere liberi di poter indicare da chi vogliono essere guidati». 

In questo quadro aprire a Forza Italia è inevitabile…
«Il nostro elettorato è lo stesso di Forza Italia. Dal punto di vista dei valori non ci sono grosse fratture. Credo nella libertà d’impresa che in Italia non esiste più a causa di una tassazione folle che ammazza l’iniziativa dei privati. Senza un imprenditore che rischia i sui soldi perché vuole realizzare un sogno i nostri giovani sono destinati a rimanere senza lavoro. Credo nel coraggio delle persone che si costruiscono una famiglia in un momento in cui lo Stato drena tutte le risorse possibili e immaginabili per tenere in piedi baracconi inutili. Credo nella libertà di educazione e nell’Europa che l’Italia ha smesso di utilizzare a suo vantaggio a causa dell’incapacità della propria classe politica. Nel nostro Paese ci sono milioni di cittadini che pensano queste cose. Ma oggi non hanno un partito al quale dare fiducia». 

Come valuta lo scenario politico: la Lega travolgente di Salvini, il consolidamento dei 5 Stelle, il calo del Pd e i podemos di Civati…
«Salvini è un leader con il quale non si può non dialogare. E’ il suo momento e vuole capitalizzare la vittoria alle elezioni. Questo è il motivo per cui sfida a duello Renzi. Ed è coerente con ciò che ha realizzato finora. La sua Lega è già un partito nazionale visti i risultati raggiunti nelle regioni del Centro Italia e la stretta collaborazione con un partito dal connotato meridionalista come Fratelli d’Italia. Ma non può essere il leader dei moderati e se mai lo sarà prima dovrà affrontare le primarie allargate a tutte le forze del centrodestra. Quanto a Grillo, è pericoloso ma ha fatto il pieno. Il suo consenso è stabile intorno al 20%. Il Pd subirà una svolta a sinistra. Civati, Landini e Cofferati stanno ragionando per ridare slancio alle posizioni radicali che finora sono state presidiate da Sel. A ben guardare c’è solo una casella che resta vuota…».

E qual è?
«In Italia manca il grande partito della destra moderata, liberale e cristiana. Costruiamolo prima delle prossime elezioni politiche. Insieme a Forza Italia. E a chi vuole starci. Ma partiamo subito. Il tempo è prezioso e i cittadini non possono aspettare. Vogliono risposte e, giustamente, le vogliono ora. Siamo noi ad essere in ritardo. I politici che hanno in mano le sorti del centrodestra devono smetterla di litigare e tornare a confrontarsi con la realtà che è molto più urgente e drammatica dei talk show».


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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