ISIS | 08 Giugno 2015

Oltre Palmira: i fronti in lotta contro l’Isis e le ambiguità di USA e UE

Un aggiornamento punto per punto sugli sviluppi del conflitto in Medio Oriente che i media, dopo le isterie legate alle sorti del prestigioso sito archeologico, hanno relegato a un ruolo di secondo piano

di ALBERTO LEONI

La caduta di Palmira del 20 maggio scorso, abbandonata dalle truppe del governo di Assad e passata sotto l’amministrazione dello Stato Islamico (Daesh in arabo) non ha significato solo la possibile, imminente distruzione di tesori d’arte bimillenari da parte dei nuovi barbari nero vestiti. Negli stessi giorni le colonne motocorazzate dello Stato Islamico stanno puntando verso la Giordania, hanno preso Ramadi in Irak, mettendo nuovamente in pericolo la capitale Baghdad e stanno avanzando verso la città di Azaz al confine con la Turchia. In quest’ultimo caso l’obbiettivo è isolare Aleppo e tagliare le vie di rifornimento alle forze ribelli che vi si trovano.

Tombola.

Diciamoci la verità: ci eravamo tutti un po’ illusi che, dopo la bruciante sconfitta subita a Kobane per mano dei peshmerga curdi e dell’efficace intervento dell’aviazione della coalizione, lo Stato islamico cominciasse a vedere l’inizio della propria crisi. Anche la riconquista di Tikrit alla fine di marzo aveva portato a sperare in una ripresa dell’esercito irakeno. E invece oggi, all’inizio di un’estate che vede sempre un incremento delle attività militari da parte di Daesh, i miliziani di al Baghdadi si ritrovano ad occupare una posizione centrale da dove possono far partire offensive devastanti contro avversari sempre più deboli e sfiduciati e, soprattutto, divisi tra loro da odi profondamente radicati. L’analogia coi manzoniani “capponi di Renzo” appare scontata. Esaminiamo i teatri di guerra, riservando, in un prossimo intervento, una particolare attenzione alla propaggine di Daesh in Libia.

Fronte curdo: i peshmerga hanno denunciato di essere a corto di munizioni e di armamento pesante. Qualora non vengano aiutati in modo massiccio potrebbero essere oggetto di un’offensiva concentrata  da parte di IS che porrebbe fine al loro stato. Daesh ha conquistato la cittadina di Hasakeh al confine con la Turchia sfruttando le divisioni fra l’esercito siriano e le milizie curde.

Fronte irakeno: la caduta di Ramadi ha comportato anche il possesso, da parte di Daesh della diga sull’Eufrate. In questi giorni sono stati chiusi 23 dei 26 cancelli abbassando il livello del fiume di un metro e rendendolo guadabile. In questo modo l’Eufrate è superabile agevolmente e Daesh potrà sfruttare la propria superiorità numerica nei confronti delle forze speciali iraniane che combattono a fianco delle truppe governative irakene: gente tosta ma troppo scarsa numericamente, mentre l’esercito irakeno si sta sfaldando progressivamente. Baghdad è quindi oggettivamente sotto attacco ed è sempre di questi giorni la decisione iraniana di aumentare l’invio di contingenti militari a sostegno del governo irakeno. Va detto che le perdite fra le forze iraniane  sono già alte, se qualche mese fa si contavano più di 500 ufficiali caduti in combattimento. Di fatto gli iraniani e gli hezbollah sono gli unici a combattere contro lo stato islamico.

Fronte siriano: al collasso, per dirla in breve. Oltra alla caduta di Palmira è stata abbandonata anche la base aerea di Deir ez- Zour che dava la possibilità di attaccare le forze di Daesh nella Siria settentrionale e in Irak. Ora le colonne dello stato islamico sono in vista della base aerea più importante la T4, sita sull’autostradache collega Homs a Damasco. Senza basi aeree sicure, non sono possibili rifornimenti da parte di Iran e Russia e Damasco è in imminente pericolo. Proprio per questo motivo i governi di Damasco e Teheran stanno concertando una grande controffensiva che potrebbe risultare decisiva per le sorti del conflitto. Oltre a ciò un nuovo esercito ribelle che vede i qaedisti di al Nusra uniti ad altre formazioni ha ripreso l’offensiva mettendo in seria crisi l’esercito siriano. Il risultato complessivo è la perdita di tutti i posti di frontiera ai confini con Turchia e Irak mentre restano in possesso di Assad quelli ai confini col Libano e i porti.

Fronte Libanese: hezbollah ed esercito siriano stanno riprendendo il controllo delle montagne Qalamoun ma non riescono a ottenere il supporto dell’esercito libanese ben deciso a non agire oltre confine.

Fronte giordano: una nuova offensiva è partita da Palmira e sta puntando verso il confine giordano. Non si tratta solo di mettere alla prova un paese piccolo, povero ma con un esercito eccellente. La Giordania è sempre stata filo occidentale e nelle sue basi aeree si trovano circa 7.000 uomini delle forze speciali americane e britanniche. Qualora l’esercito giordano si rivelasse incapace di fermare Daesh gli Stati Uniti sarebbero costretti a intervenire sul campo, mettendo “booths on the ground” oppure a una fuga cento volte più ignominiosa di quella da Saigon nel 1975.

E con quest’ultima mossa, Daesh avrebbe davvero dato scacco al re perché attraverso un intervento di terra occidentale, otterrebbe la legittimazione al proprio califfato, combattente contro i “crociati”.

A fronte di questo quadro disastroso la politica di Obama appare imbarazzante. Il Dipartimento della Difesa continua ad addestrare ribelli siriani che passano allo stato islamico non appena ne hanno l’opportunità come il tagiko Gulmurod Khalimov, alimentando un caos che, nelle intenzioni più o meno nascoste, dovrebbe prolungare la guerra civile islamica e l’indebolimento dei contendenti. Il che sarebbe un obbiettivo cinico e immorale ma che viene mascherato con comunicati tonitruanti come quello del 5 giugno in cui si annuncia l’uccisione, nei raid aerei di 10.000 miliziani, praticamente 1.000 al mese, con un “body count” che ricorda troppo da vicino le balle sparate in Vietnam. La caduta di Ramadi e di Palmira sarebbe, sempre secondo il governo americano, una sconfitta tattica. Sembra di sentire Woody Allen quando, al termine di una rissa dice:”Gli ho dato una stomacata in un ginocchio e un’occhiata nel pugno”.

Dell’Europa e dell’Italia non vale la pena parlare ora. I suoi rappresentanti politici meritano solo il disprezzo di quei musulmani che, essi soli, combattono contro i miliziani di Daesh. E, tuttavia, i tanto vituperati politici non sono poi così peggiori di noi che ci svegliamo dal torpore solo quando abbiamo qualche terrorista in casa. Forse è inevitabile che le cose vadano come devono andare e che ci si ritrovi davvero in una guerra mondiale dove i nostri figli saranno coinvolti in prima linea, pagando un prezzo altissimo per non aver avuto noi il coraggio morale e civile di pensare e agire a un solo scopo: difendere i nostri diritti e le nostre libertà e, con esse anche quelle di chi, per quanto lontano da noi, soffre e muore al nostro posto. 


ALBERTO LEONI

Alberto Leoni (Napoli 25/12/1957), una moglie, sei figli e un bimbo in affido, otto libri pubblicati. Campo di indagine la storia militare con tutto il suo terrorizzante fascino.

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