IL DOPO ITALICUM | 05 Maggio 2015

«Ora un grande partito liberale per battere il Pd»

Italicum, l'europarlamentare Massimiliano Salini (Ncd-Ppe): «Un grande partito liberale per battere il Pd al ballottaggio. Renzi? Basta camuffare la realtà. Un giovane su due è senza lavoro. Questa è la priorità assoluta. E lui non sta dando risposte»

di REDAZIONE

Il sistema politico italiano ha una nuova legge elettorale: l’Italicum. I dettagli sono noti: premio di maggioranza al primo turno e ballottaggio alla seconda tornata fra le due forze più votate. Già così ce n’è abbastanza per decretare la fine del Porcellum e del Mattarellum oltre che della prima repubblica. Quanto alla seconda, la riforma rappresenta una sorta di perfezionamento introducendo finalmente un maturo e accentuato bipolarismo. I voti a favore sono stati 334, 61 i contrari. Ma i deputati che siedono a Montecitorio sono 630. Forza Italia, Lega, Sel e Movimento 5 Stelle hanno scelto la soluzione dell’Aventino. Al momento del voto sono usciti in segno di protesta.

Il meccanismo premia la contrapposizione bipartitica. Questa la grande novità sul piano dell’ingegneria istituzionale. Ma ce n’è un’altra. Schiettamente politica e incentrata sulle relazioni fra i leader e le forze che popolano il parlamento. Renzi ha deciso di riscrivere le regole infischiamosene della condivisione degli altri partiti. Gli alleati di Ncd-Ap hanno garantito fino in fondo il loro appoggio. Per il resto c’è stato il fuggi fuggi dall’aula quando si è trattato di tirare le somme. Quanto al Pd, è andato in pezzi anche se il numero di ‘no’ è stato decisamente inferiore rispetto ai ‘sì’ della maggioranza dei deputati che si è schierata con il suo segretario. 

Questo il quadro italiano. Ma che cosa si pensa in Europa della nuova elegge elettorale? L’Italicum, come dice Renzi, è davvero il simbolo di una nazione che ha deciso di interrompere la lunga stagione dell’immobilismo e avviarsi sulla strada delle riforme? E’ questa l’immagine che abbiamo conquistato fra i partner europei oppure c’è ancora molta diffidenza verso i riti e le lungaggini di una politica che non riesce a portare il Paese fuori dalle secche della crisi? Abbiamo intervistato Massimiliano Salini, eurodeputato Ncd-Ppe, per capire quali sono le reazioni dei colleghi che sono ai vertici della Commissione Europea e che siedono nei banchi del Parlamento di Strasburgo. 

A Bruxelles che cosa si dice dell’Italicum?
«E’ un dibattito che ha generato molto rumore. Forse troppo. I timori di una deriva autoritaria della democrazia generati dal premio di maggioranza o dal ballottaggio non sono compresi. Gli inglesi sono abituati a governi solidi e con ampi poteri. I francesi utilizzano il ballottaggio per l’elezione del presidente della Repubblica e ci sono arrivati proprio perché lo sbilanciamento a favore del legislativo creava caos e incertezza. I tedeschi hanno una soglia di sbarramento per accedere in parlamento più alta di quella dell’Italicum. Insomma, quelli che altrove sono considerati pregi da noi sono equiparati a difetti». 

Chi è l’italiano più apprezzato dai suoi colleghi europei?
«Le dico subito che non è Matteo Renzi. Il nostro concittadino che gode di stima unanime è il governatore della Bce Mario Draghi».

Che cosa ne pensa dell’Italicum?
«E’ una legge che certamente consente a chi vince le elezioni di governare il Paese. E questo è un bene. Premia la competizione e la nascita di grandi partiti. E’ un risultato positivo e in contro tendenza rispetto alla nostra tradizione. Siamo diventati famosi nel mondo per l’instabilità degli esecutivi a causa delle coalizioni troppo eterogenee e del potere di veto concesso anche ai partiti più irrilevanti». 

Quindi ha fatto bene Renzi a mettere la fiducia?
«Non aveva alternative. Se voleva chiudere la partita e procedere oltre non poteva che blindare il voto. Ma superato l’ostacolo, ora bisogna guardare avanti. L’Italicum ha monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica troppo a lungo. Per certi versi era inevitabile. Ma un dibattito di questo tipo non contribuisce ad avvicinare i cittadini alla politica».

Che cosa intende dire?
«I problemi degli italiani sono altri e sono molto più gravi e difficili da risolvere che non la legge elettorale. La disoccupazione continua a salire. Siamo al 13%. Nell’Eurozona è all’11,3% e nella UE a 28 è al 9,3%. La disoccupazione dei giovani fino a 25 anni è drammatica. Nella classifica siamo al quarto posto dopo Grecia, Spagna, e Croazia. La media dell’Eurozona è poco sopra il 27% e nella UE a 28 sfiora il 21%. Questi sono i veri problemi del nostro Paese, prima ancora dell’Italicum, ed è inutile che Renzi tenti di evitarli solo perché non gli consentono un incasso mediatico in tempi brevi. Sappiamo tutti che con le parole il presidente del Consiglio è molto abile, riesce a mascherare le criticità, ma con i numeri e le statistiche dell’Istat non è possibile. Direi che per lui rappresentano il nemico numero uno. Molto più della minoranza del Pd o delle opposizioni che non riescono ancora a esprimere un’alternativa credibile». 

Ma sull'Italicum Renzi ha giocato il tutto per tutto...
«La vittoria era garantita. Aveva i numeri ed è stato bravo a drammatizzare alzando la tensione e infondendo nell'opinione pubblica la percezione di una vittoria incerta fino all'ultimo. Lo fa spesso ed è relativamente semplice riuscirci quando si hanno i numeri in parlamento come li ha Renzi. Ma la realtà è un'altra cosa e non è così facilmente adulterabile. Non è così per la disoccupazione, la pressione fiscale, gli sprechi della pubblica amministrazione, la burocrazia. Detto questo l’Italicum promuove sicuramente la competizione fra due grandi forze che si fronteggiano a viso aperto. Porta chiarezza nel sistema politico che è quello che chiedono i cittadini. Ma Renzi non può sperare che il cambiamento della legge elettorale possa soddisfare gli italiani. L’economia del nostro Paese deve ripartire e può farlo solo se si pone come priorità la riduzione delle tasse a carico di imprese, famiglie e lavoratori». 

Lei non ritiene che la democrazia sia a rischio?
«Un sistema politico democratico deve garantire la governabilità e l’alternanza. Sul primo punto sono convinto che non ci siano problemi. In merito al secondo qualche dubbio ce l’ho. L’Italicum favorisce chiaramente il Pd. Ma ciò accade solo perché nel centrodestra non prevale il buon senso ma l’ambizione personale». 

Si spieghi meglio.
«Il Pd è il più grande partito italiano e non può che essere avvantaggiato da una legge che prevede un bonus per la lista più votata o per quella che si aggiudica il ballottaggio finale». 

Perché accettare la riforma allora?
«Fino a prova contraria i giochi sono ancora aperti. Spero in un ravvedimento dei partiti che militano nel campo del centrodestra. Invece di dividersi in mille rivoli con i leader che litigano e si fanno la guerra l’uno con l’altro per una manciata di voti, devono unirsi e dare vita a una formazione che possa lottare alla pari con il Pd e cambiare davvero il Paese». 

Ma la soglia di sbarramento al 3% li tiene divisi…
«L’asticella è bassa e alimenta sterili protagonismi. E ciò non dispiace affatto a Renzi che utilizza la strategia del ‘divide et impera’. Ma guardiamo anche l’altra faccia della medaglia. Una soglia bassa permette alle minoranze di ambire a una propria rappresentanza. Un aspetto virtuoso e non marginale che tutela la continuità con la nostra storia politica. Ma chi spera di coltivare il proprio orticello, non si faccia troppe illusioni. In un contesto così competitivo si affermerà il tema del voto utile. Tutta l’attenzione sarà riservata a chi corre per vincere e qualora ci fosse il ballottaggio prevarrà il meccanismo del ‘second best’. Una forza coraggiosa di centrodestra potrebbe riassorbire gli elettori della Lega Nord». 

Che cosa ne pensa dell’idea del Partito Repubblicano lanciata da Berlusconi?
«E’ una risposta intelligente e necessaria ai mutamenti introdotti dall’Italicum. Chi nel centrodestra continua a lamentarsi del fatto che la democrazia è a rischio dovrebbe farsi un esame di coscienza, mettere da parte i personalismi e assumersi la responsabilità di costruire un progetto politico degno di questo nome. L’idea di Berlusconi va in questa direzione. Credo sia corretto agevolarla». 

Quindi secondo lei Renzi non è invincibile.
«Sono gli italiani a dirlo. La maggioranza della popolazione è convinta che le tasse aumenteranno nonostante le promesse del presidente del Consiglio. E’ un segnale importante. Sono i cittadini a credere che le cose andranno esattamente come sono andate con i governi precedenti mentre Renzi ripete in tutte le salse che non sarà così e che con lui avverrà la rottura rispetto al passato».

E il nuovo partito di Berlusconi cambierà le cose?
«Il Pd finora non c’è riuscito. E’ troppo legato alla tradizione statalista e dirigista del socialismo. La misura decisiva realizzata da Renzi in campo economico sono gli 80 euro. Un aiuto per i redditi bassi, ma concepito secondo la vecchia logica assistenzialista. Il Jobs Act? C’è il vantaggio della decontribuzione, ma l’impianto del provvedimento risponde a una visione che premia la contrattualistica invece della competitività. La verità è che non è stato fatto niente o quasi a favore delle imprese che sono il vero bene comune di una nazione. Sono le aziende a produrre ricchezza e posti di lavoro. Il Partito Repubblicano, o comunque si voglia chiamare questa nuova forza liberale e popolare, deve occuparsene. La pressione fiscale è il sintomo di un male atavico del nostro Paese: l’invadenza dello Stato nella vita dei cittadini. E’ qui che bisogna agire. Quanto ai vertici non potranno essere decisi a tavolino. Il presupposto per una guida forte e autorevole è la possibilità di competere in modo libero e leale per la leadership». 

Lei intende essere della partita?
«Il centrodestra oggi è diviso nella tattica e confuso nell’elaborazione culturale. Forza Italia è ai minimi storici, Ncd e Fratelli d’Italia lottano per la sopravvivenza, la Lega cresce nei sondaggi ma è ancora troppo succube di un programma anti sistema per qualificarsi come forza di governo. Il paradosso di Salvini è che più cresce nei sondaggi e più è costretto ad alzare i toni, ma tutto ciò allontana i moderati e aumenta l’isolamento. Sono convinto che oggi nel centrodestra manca la proposta politica, non l’elettorato». 

Lei pensa di avere la ricetta giusta?
«Dobbiamo costruire un partito ambizioso ma con i piedi ben piantati per terra, che si ispiri ai valori liberali e cristiani e che sia capace di darsi delle regole trasparenti per selezionare una classe dirigente all’altezza del compito enorme che l’Italia deve affrontare. L’Italicum ci aiuterà a farlo». 


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