SUPERMINISTRO UE | 12 Febbraio 2016

Draghi e Padoan scaricano il premier

Superministro europeo del Tesoro, governo nel caos. Draghi e Padoan smentiscono Renzi che propone l'elezione del presidente della Commissione UE sancendo la definitiva subordinazione dell'Italia all'austerity tedesca

di ROBERTO BETTINELLI

Renzi e Padoan, onde evitare brutte figure al governo italiano che non sta certo brillando agli occhi dell’Europa, dovrebbero quanto meno concordare una linea comune. O le loro dichiarazioni hanno un contenuto simile e coerente o è meglio che se ne stiano zitti. Procedere in ordine sparso o, peggio, l’uno contro l’altro significa solo fare il gioco di coloro che non hanno a cuore gli interessi dell’Italia. 

Una lezione che dovrebbe essere elementare ma che però non viene recepita. Per il premier la proposta di istituire un superministro europeo del Tesoro, avanzata dai governatori delle banche centrali di Germania e Francia e molto apprezzata da Draghi, è cosa non gradita e da rinviare. Per l’altro, invece, si staglia come un’urgenza e un aiuto insostituibile nel regolare la politica fiscale e degli investimenti. 

Il mancato coordinamento, in patria, è tollerato. I cittadini, visto il dilagare del trasformismo in parlamento dove deputati e senatori cambiano casacca ogni giorno, non hanno grosse aspettative verso i governanti. Ma a Bruxelles le cose non stanno così. E se il premier e il ministro dell’Economia di un Paese si smentiscono a vicenda è perché chi dovrebbe dettare la linea non ha la capacità né gli attributi per farlo. E’ privo di affidabilità e di credibilità. 

Questo, in Europa, significa soccombere. Significa, cioè, subire un declassamento che non consente di vedere soddisfatte le proprie priorità. Se poi il Paese in questione è l’Italia, che vanta il record del debito più alto dell’Unione, e che insiste per chiedere sempre più flessibilità pur avendo sfruttato tutti i benefici possibili e immaginabili, la situazione si complica parecchio. 

Nella lettera inviata a Repubblica in risposta all’intervento di Eugenio Scalfari sul superministro, Renzi prende le distanze dall’iniziativa dichiarando che «oggi il problema dell'economia dell'Unione non è il superministro, ma la direzione». Padoan, intervistato da Politico, afferma esattamente l’opposto: «I am very much in favor of moving towards the creation of an institutional figure». 

Il pensiero del responsabile del dicastero economico è che l’Italia e l’Europa siano avvantaggiate ogni qual volta, davanti ai problemi di più grande impatto come la recessione e l’immigrazione, si percorre la via di un approccio ‘sistemico’ dove risorse e interventi vanno considerati dentro una prospettiva autenticamente comunitaria. Un’impostazione che sposa in pieno le riflessioni del governatore centrale della Bce, impegnato nell’operazione del quantitative easing che mette al sicuro i conti italiani ma che ha bisogno di essere bilanciata da una proposta come il superministro per tranquillizzare Parigi e soprattutto Berlino. 

Renzi, a riguardo, dimostra di non avere bene in mente di che cosa si stia parlando. Da un lato boccia la figura del superministro temendo in cuor suo che un ‘alto rappresentante’ al quale destinare il ruolo di interlocutore privilegiato della Bce possa imporre ulteriori vincoli agli Stati. Dall’altro, nella lettera a Repubblica e precedentemente nell’incontro con i giovani del Pd, se ne esce con la proposta che più di tutte materializza il pericolo di una definitiva subordinazione dei Paesi dell’Eurozona, ridotti ormai a soggetti con sovranità limitata. E cioè l’elezione diretta del presidente della Commissione europea. 

Una proposta che dimostra la modalità estemporanea e approssimativa che caratterizza l’azione del presidente del Consiglio. Nella recente diatriba con Jean Claude Juncker se quest’ultimo avesse avuto la possibilità di rivendicare un’elezione diretta a tutti gli effetti, e non una nomina imposta dagli Stati e ratificata dal parlamento di Strasburgo, Renzi non avrebbe avuto alcun margine di azione. 

Lo scambio di accuse non avrebbe visto protagonisti due ‘nominati’ dal momento che né Renzi né Juncker sono stati eletti dai cittadini. Ma un nominato, il segretario del Pd, e un autorevole rappresentante del popolo ossia il presidente della Commissione Ue investito solennemente dalle urne. 

Solo nelle ultime settimane i ‘capricci’ del premier ci sono costati il divieto di andare all’incasso sulla clausola migranti, la decisione di destinare oltre tre miliardi di euro alla rotta balcanica mentre su quella libica non è stato investito un centesimo, la procedura d’infrazione per la mala gestione dell’emergenza migranti. 

A Bruxelles, ancora più che a Roma, bisogna avere idee chiare. Se non va bene il superministro non si capisce perché vada bene il presidente eletto che rappresenta lo strumento migliore per costringere gli Stati a vivere un’Europa fatalmente germanocentrica. E in ogni caso, quale che sia la posizione, è necessario che si parli con una sola voce per essere ascoltati e ottenere il risultato.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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