TERRORISMO | 22 Maggio 2015

Palmira: la bellezza salverà il mondo?

Dopo la presa della città siriana, l’Isis minaccia di distruggerne i famosissimi e splendidi monumenti. Un attacco simbolico alla nostra storia per affermare il dominio del "Nulla"

di COSTANTINO LEONI

A pochi giorni dalla conquista di Ramadi in Iraq, distante solo 120 chilometri da Baghdad (la stessa distanza che c’è tra Milano e Parma per intenderci) gli uomini del califfato hanno annunciato ufficialmente anche la presa di Palmira. Il controllo di questa città è per i jihadisti di importanza fondamentale dal punto di vista strategico; se ne accorgeranno i lettori qualora cercassero la città in questione su Google maps: proprio lì, in questa gigantesca oasi nel mezzo del deserto, si uniscono le due autostrade principali di Siria, la prima diretta verso Damasco e la seconda verso Homs. È facile dunque capire la motivazione più pratica che ha spinto i mujaheddin fino a Palmira, ad assediare e conquistare quella che fino a oggi era conosciuta come la città più fortificata di tutta la Siria. In questo momento lo stato retto da Bashar al Assad mantiene solo le zone costiere di Latakia e Tartus e la regione attorno alla capitale Damasco, ma l’unica strada che le collega passa per Homs, città che, come Aleppo, è ormai da mesi terra di nessuno. Il califfo ha giocato le sue carte e lo ha fatto in maniera sorprendentemente coraggiosa e vincente anticipando gli avversari e aumentando considerevolmente l’estensione dei territori all’ombra della sua bandiera nera.

Ma c’è un altro motivo per cui la città di Palmira ha un ruolo così importante nei piani diabolici di Al-Baghdadi: è una motivazione tutta simbolica che investe, colpisce e strazia l’occidente più dei massacri a danno dei cristiani.

Il califfo continua a definirci crociati, ma sa che ormai abbiamo ben poco a che spartire con Goffredo di Buglione o Baldovino di Fiandra; ciò che davvero ai suoi occhi ci distingue dal suo personale mondo fatto di lapidazioni e frustate, è il nostro smodato amore per ogni forma d’arte (anche quella meno nobile) e per la bellezza ed è proprio lì che ha voluto e vuole di nuovo colpirci. Ha visto nei nostri occhi, ormai assuefatti dalle morti orrende e dal sangue, un nuovo terrore provocato dalla distruzione delle opere d’arte. Le teste mozzate dei giovani copti  sulle spiagge libiche non ci hanno impressionato più di quelle di pietra frantumate a Nimrud. Quella a cui abbiamo assistito e (ahimé) assisteremo ancora è una nuova forma di terrore, una paura profonda e terribile: veder scomparire in un istante migliaia di anni di storia; la memoria di interi popoli polverizzata in un baleno, opere di civiltà millenarie perdute per sempre.

Finora questi nuovi iconoclasti hanno distrutto opere assire o babilonesi dal valore certamente inestimabile ma appartenenti a civiltà distanti da noi e dalla nostra identità culturale. Allora capiamo bene perchè Palmira non può che essere il luogo perfetto per dare inizio al più mostruoso degli spettacoli.

Costruita nel 2000 a.C. attorno ad un’oasi nel mezzo del deserto, Palmira ha visto transitare per le sue strade una miriade di popoli differenti: assiri, babilonesi, nabatei, fenici, greci, romani, bizantini; ognuno di questi popoli ha lasciato qui un segno del suo passaggio. Durante l’impero romano Palmira fiorì in maniera tale da essere soprannominata “la Sposa del deserto”, tutte le carovane provenienti dall’estremo oriente confluivano qui prima di imbarcarsi dai porti di Tiro per raggiungere l’Urbe. Ancora oggi le rovine dell’antica città lasciano immaginare splendidamente quella che un tempo doveva essere la sua funzione di “ponte”: il mercante proveniente da est veniva accolto dal sole al tramonto, lasciando alle spalle le pietre color miele del tempio di Baal e con esso l’oriente,  consapevole che al di là dell’arco sarebbe stato soltanto occidente. Il maestoso viale colonnato scortava il viaggiatore verso ovest, ed allora ecco le terme, più in là il teatro, in fondo l’agorà fino a perdersi con lo sguardo dove la necropoli si confondeva con le palme dell’oasi ai confini della città.

Tutto in queste rovine parla di noi, noi eredi distratti di una cultura che ci ha resi grandi e liberi. Così grandi da riuscire a commuoverci davanti alla distruzione di queste meraviglie e così liberi da non avere più la forza per impedirlo.

Nei prossimi giorni, probabilmente, assisteremo alla distruzione di una bellezza che è anche parte della nostra storia. Siamo tutti convinti che “la bellezza salverà il mondo”, ma fino a che punto il mondo è disposto a rischiare per salvare la bellezza?


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

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