RILANCIO AZZURRO | 19 Settembre 2016

Parisi e il test inevitabile del consenso

Stefano Parisi è il 'manutentore' di Forza Italia. Ma è sul tema del consenso che misurerà la possibilità di durare in un contesto tormentato come è quello del centrodestra perennemente in attesa di un nuovo leader dopo Berlusconi

di ROBERTO BETTINELLI

Per Stefano Parisi, che ha tenuto banco nel centrodestra con la convention ‘Energie per l’Italia’ andata in scena a Milano nell’ultimo fine settimana, inizia ora il duro lavoro di mettere mano ad un partito che ha raggiunto il minimo storico dei consensi e che è caratterizzato da una classe dirigente rissosa, scarsamente abituata al gioco di squadra e incapace di fare emergere le punte di eccellenza che pure ha al proprio interno.  

Un partito che, nonostante la strutturale assenza dalla ribalta mediatica del fondatore Berlusconi, galleggia intorno al 10%. Una percentuale irrisoria per Forza Italia che, fin dal suo atto di nascita nel ’94, si è sempre distinta per una spiccata vocazione governativa. Opposizione sì, quindi, ma sempre con l’ottica di non strafare per qualificarsi come forza degna di guidare l’esecutivo.

I messaggi lanciati da Parisi nel corso della kermesse sono stati chiari: posizione critica ma costruttiva sull’Europa, ricollocazione certa di Forza Italia dentro un quadro del centrodestra in alleanza con la Lega di Matteo Salvini, ricostruzione di un rapporto credibile con il mondo imprenditoriale e della società civile, antagonismo dichiarato verso Renzi e il Pd, il partito delle tasse e dell’anti-impresa, con uno schieramento netto a favore del no nella battaglia del referendum costituzionale. 

Sono questi i temi prioritari ai fini del rilancio del partito azzurro che, secondo l’ex amministratore delegato di Fastweb ed ex direttore generale di Confindustria che ha iniziato la carriera da tecnico nelle fila della Cgil, è tutto da inserire dentro l’alveo del centrodestra e del liberalpopolarismo. 

Un punto di riferimento obbligato, quello della dottrina liberalpopolare, ma che va maneggiato con cura. Una prudenza che si evince dall’esperienza recente, e inequivocabilmente fallita, di tutti coloro che hanno provato a tradurre gli insegnamenti di De Gasperi e Sturzo dentro una contingenza dominata dall’antipolitica di Grillo, Salvini e Renzi.

Una dottrina che, per esempio, ha alimentato il tentativo neocentrista di Angelino Alfano che è miseramente naufragato per via di un vuoto richiamo ad una non ben precisata idea di responsabilità di governo e che, a conti fatti, ha testimoniato soltanto un eccesso di sudditanza verso i diktat di Matteo Renzi e della sinistra. 

Ma il liberapopolarismo non è necessariamente destinato alla sconfitta sul banco del consenso. Miscelare politiche liberali e popolari consente, se l’operazione è ben fatta e studiata, di allacciarsi ad una tradizione conservatrice che si fonda sul binomio di idealità e pragmatismo e che rappresenta la sola risposta al dilagare dei populismi.

Esattamente ciò che manca alla destra italiana dove una figura come quella di Matteo Salvini ha guadagnato un primato di visibilità senza però assicurare al centrodestra le percentuali di voti che, invece, hanno sempre caratterizzato le performance elettorali delle coalizioni guidate da Silvio Berlusconi. Che Salvini abbia una certa difficoltà a relazionarsi con Parisi, è peraltro normale e comprensibile. Tanto più che lo stesso segretario della Lega Nord si è ormai abituato a pensare in grande, rivendicando una ‘primazia’ che nell’ultimo anno ha individuato un punto di forza nella demotivazione generalizzata del partito azzurro. Ma Salvini dovrebbe riconoscere con franchezza che il fenomeno della lista nazionale che porta il suo nome, e che è finalizzata a colonizzare i territori del centro sud, non ha sfondato. Nè la comunicazione tuonante condotta all’insegna di t-shirt, felpe, balli esistivi e tormentoni del tipo ‘Andiamo a governare’ ha saputo andare oltre la conquista di fugaci e inconcludenti spazi mediatici. 

Ciò che manca al leader della Lega, che deve difendersi dalle critiche interne di chi rinfaccia la messa in liquidazione degli scopi originari del Carroccio bossiano tutto rivolto a fare opera di proselitismo e di sindacato per la tutela delle regioni del Nord Italia, è uno stile di equilibrio e compostezza. Un’immagine di ordine e che è indispensabile quando, da capo di un movimento, si aspira a diventare il capo di un’ampia coalizione dove gli elettori moderati rappresentano la chiave del successo.

Un fattore, la compostezza, che invece Parisi possiede in misura fin troppo rilevante. Il profilo ‘professorale’ che pare sia stato sottolineato con un certo scetticismo dallo stesso fondatore di Forza Italia in merito alla kermesse milanese, non è un elemento di vantaggio e il Cavaliere ha perfettamente ragione nel sostenere che la politica 2.0 «ha bisogno di emozione».  

Se non fosse così lo stesso Renzi, salito al potere grazie al mito violento e brutale della rottamazione, non sarebbe mai riuscito nel suo intento. Nè si spiegherebbe il protagonismo di Salvini o l’ascesa del Movimento 5 Stelle. 

Trovare un leader all’altezza di sostituire una personalità dirompente e comunicativamente di successo come Silvio Berlusconi, è una missione impossibile. Trovare invece un ‘manutentore’, questo sì è possibile. Ed è questo il ruolo che, con molta umiltà, si attaglia benissimo all’uomo mite e posato che ha mancato per un soffio la storica impresa di scippare la città di Milano al Pd di Giuseppe Sala. 

Una funzione che Stefano Parisi può ben esercitare visto il suo passato in aziende di successo e in Confindustria, ma che forse non basta a Forza Italia, una formazione politica che deve raddoppiare aritmeticamente i voti tornando alla soglia del 20% così da ristabilire una corretta gerarchia nel rapporto con gli alleati e riprendere possesso della sola chance che consente di non subire l’iniziativa del Pd e dei 5 Stelle. 

Parisi si metta subito al lavoro per riorganizzare il partito, partendo dalla periferia delle regioni settentrionali invece che dal centro romano, critichi pure il ceto degli eletti che sono in gran parte scollegati con gli stessi collegi nei quali sono stati eletti grazie alle liste bloccate del Porcellum ma, emulando in tutto e per tutto Silvio Berlusconi, non trascuri la componente popolare del suo messaggio che è indispensabile per non soccombere davanti ad avversari temibili come Renzi, Salvini e Grillo. Per quanto possa sembrare un tecnico della politica, cosa che indubbiamente è, alla fine sarà giudicato in base al consenso. Ed è sui voti di Forza Italia che misurerà la possibilità di durare in un contesto difficile e tormentato come è quello del centrodestra perennemente in attesa di una nuova leadership. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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