FORZA ITALIA | 07 Ottobre 2016

Parisi e l’obbligo inderogabile della chiarezza

Il moderato Parisi deve fare chiarezza davanti agli elettori dichiarando l'appartenenza a Forza Italia e lavorando per una progetto che vada oltre il populismo di Renzi e Grillo. E' il solo modo per dare un contributo alla rinascita del centrodestra

di ROBERTO BETTINELLI

Il duello televisivo fra Stefano Parisi e Maria Elena Boschi ha evidenziato la la malafede del ministro delle Riforme ma ha anche denudato alcune criticità dell’uomo che Silvio Berlusconi ha chiamato per rimettere mano ad un partito che deve ritrovare lo smalto di un tempo. 

Criticità che non precludono nulla in merito al percorso, tutt’altro che semplice, che Parisi ha intenzione di compiere all’interno del centrodestra ma che vanno esplicitate per comprendere se, in definitiva, i mezzi impiegati sono coerenti con il traguardo che si vuole raggiungere. 

Un conto è prendere in mano Forza Italia nella veste di ‘direttore generale’ per migliorare l’organizzazione e le performance di una formazione politica che oggi più che mai ha bisogno di un nuovo impulso. E un conto è accreditarsi come ‘faro’ di un centrodestra rinato e a trazione moderata. 

La concorrenza ‘interna’ della Lega Nord di Salvini e la rissosa rivalità del ceto parlamentare azzurro evidenziano due limiti che indeboliscono Forza Italia e che spingono a innescare una reazione immediata per restituire alla componente liberalpopolare la centralità che le compete nella sfida contro il Pd renziano e il Movimento 5 Stelle.

Parisi ha indubbiamente dalla sua parte l’immagine del moderato. Un elemento che nel confronto con il ministro Boschi è emerso chiaramente e che lo contraddistingue in positivo all’interno di un panorama politico in cui i leader, nessuno escluso, esprimono qualità ben più aggressive, debordanti e dai toni populisti. 

Ma un immagine di questo tipo, che Berlusconi ha etichettato non a torto con l’aggettivo ‘professorale’, rischia di non essere sufficientemente competitiva quando si richiede una lotta frontale dove non è possibile fare sconti all’avversario. Cosa che invece Parisi, forse per un eccesso di galanteria, ha ripetutamente mancato di fare nella trasmissione di Vespa concedendo non poco alla Boschi che invece non si è fatta nessuno scrupolo a trasformare una riforma pessima nella panacea di tutti i mali del Paese. 

Parisi non ha sbagliato nell’accusare il premier Renzi di fare una misera propaganda quando costruisce improbabili collegamenti fra il rvoto del eferendum, un Pil che seguita a rimanere al palo e lo spread. Oppure quando dichiara una stretta e incontrovertibile causalità fra la riforma della costituzione e il tema del governabilità. 

Ma ciò che ha lasciato di sasso è stata la frase che ha pronunciato sull’appartenenza a Forza Italia. «Non è il mio partito» ha detto seccamente Parisi. Un’autentica anomalia per chi è stato investito pubblicamente del ruolo di ‘ricostruttore’.

Una frase che non contribuisce certo a fare chiarezza per gli elettori intorno ad una figura che deve ancora conquistare la confidenza del grande pubblico. E che, proprio per questo motivo, non può  lasciare zone d’ombra che risultano inesplicabili per il comune cittadino che non può che dare per acquisita l’identità politica di chi ha accettato l’incarico di impegnarsi in una vistosa opera di manutenzione del partito strategico del centrodestra. Quello che, per intenderci, ha sempre presidiato il centro dell’elettorato condizionando con le sue prestazioni l’esito delle urne. 

Può sembrare un aspetto subalterno. Ma non lo è. D’altronde in assenza della finalità di rilanciare Forza Italia non si comprende bene quale sia la funzione di Parisi che non ha certamente un brand personale così forte da potersi cimentare in una navigazione solitaria nelle acque tempestose della politica nazionale.

Nè Parisi ha, almeno nella situazione attuale, un appeal in grado di superare la perdurante capacità di consenso che ha sempre garantito una sigla partorita nel lontano ’94. Una sigla che oggi non passa sicuramente il migliore periodo della sua storia inquieta e turbolenta, sempre ausiliaria rispetto alle sorti del suo leader fondatore Silvio Berlusconi, ma che è destinata ineluttabilmente a prevalere nel paragone con chi sta compiendo i primi passi sotto le luci della ribalta. 

Qualunque partito, per sua natura, non può essere corretto né modificato da una personalità che si pone come una realtà altra e indipendente. Al contrario, chiunque sia interessato a intervenire per riallinearne se pur di poco gli indirizzi, non può che accettare responsabilmente una piena identificazione. Un passaggio inevitabile e senza il quale sarebbe impossibile creare un effetto di continuità sia sul versante elettorale, facendo scattare la molla della lealtà nel target dei riferimento, sia sul versante instabile e complesso delle alleanze. 

Non si capisce, cioè, per quale motivo gli elettori di Forza Italia debbano sostenere chi non si concepisce come parte integrante del partito prediletto e, in modo del tutto affine, perché leader consolidati come Matteo Salvini e Giorgia Meloni debbano accettare il nuovo venuto se questo non si presenta come un’espressione conclamata dell’alleato. 

Senza queste premesse, Stefano Parisi, non può che configurarsi come un pregevole ‘signor nessuno’. 

Una modalità di apparizione così incerta e confusa non fa che generare equivoci che, a lungo andare, possono solo essere causa di debolezza e fragilità. Forza Italia necessita di una cura ricostituente. A fronte di questa esigenza le cose sono due: o Stefano Parisi è colui che deve portare nuova linfa vitale e allora deve rompere gli indugi e immedesimarsi appieno nel progetto politico. Oppure non è così e allora l’operazione avrà vita breve e gli elettori moderati del centrodestra dovranno assistere all’ennesima e fugace apparizione. 

I cittadini pretendono chiarezza e trasparenza da chi ha l'ambizione di incarnare una leadership. Renzi e Grillo, in questo, eccellono fino alla brutalità. Il centrodestra, se non vuole essere costretto ad inseguire gli avversari come accade ormai da troppo tempo, non deve essere da meno garantendo però quella formula virtuosa di buon senso, ragionevolezza e idealità liberali che ne rappresenta la componente fondante e più autorevole.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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