EUROPA | 14 Dicembre 2016

Parlamento europeo, Tajani in pole per la presidenza

L'europarlamentare di Forza Italia candidato ufficiale del Ppe per il dopo-Schulz. Una candidatura forte e autorevole. Massimiliano Salini (FI-Ppe): «Ora la sinistra sia responsabile, e non faccia svanire un'occasione fondamentale per l'Italia»

di REDAZIONE

C'è un italiano in pole position per la presidenza del Parlamento europeo, in sostituzione di Martin Schulz il cui mandato scadrà il prossimo 17 gennaio. E il candidato italiano più forte risponde al nome di Antonio Tajani, già oggi vicepresidente dell'assemblea di Strasburgo e uno dei politici del nostro paese che godono di maggiore stima a livello europeo.

 

Le votazioni

La candidatura di Tajani è stata decisa e votata a Strasburgo dal Partito Popolare Europeo nel pomeriggio di martedì 13 dicembre. Una votazione il cui esito è stato il frutto di un lavoro intelligente portato avanti dall'europarlamentare di Forza Italia, e che è stato reso possibile dalla sua grande autorevolezza negli ambienti del Ppe. Il gruppo dei Popolari, infatti, è l'unico che in base al proprio regolamento interno propone la candidatura alla presidenza in base a una votazione interna, simile a vere e propri primarie, con tanto di votazioni in più turni. Tajani doveva vedersela con altre tre figure di tutto rilievo: l'irlandese Mairead Mc Guinness, il francese Alain Lamassoure, ed Alojz Peterle, storica figura dell'indipendenza slovena. Tajani ha sostanzialmente vinto al primo turno: pur non avendo ottenuto subito la maggioranza assoluta, per una manciata di voti, Peterle e Lamassoure hanno ritirato la propria candidatura alla luce dell'ottimo risultato di Tajani. Avendo poi Lamassoure assicurato l'appoggio a Tajani, a quel punto anche la McGuinness si è fatta indietro, rendendo così inutile un'ulteriore votazione.

 

Il dopo-Schulz

Una candidatura forte, si diceva, e autorevole. E soprattutto una figura che potrebbe degnamente porre fine al lungo mandato di Martin Schulz, risultato nella sostanza abbastanza invasivo. Schulz, infatti, passato agli onori della cronaca per il battibecco nell'assemblea di Strasburgo con Silvio Berlusconi, è certamente un politico di grande esperienza e che ha gestito con autorevolezza la carica di presidente del Parlamento europeo, ma ha vissuto il suo doppio mandato facendo molto pesare la propria presenza, nel tentativo esasperato di far emergere la propria immagine. Al punto tale da aver fatto pressioni per una sua rielezione anche per un terzo mandato, creando non poche tensioni all'interno della delegazione tedesca tra Pse e Ppe. Ora pare che Schulz miri a diventare ministro degli Esteri tedesco, per poi candidarsi al Cancellierato come contendente della Merkel, in vista di un futuro governo che tutti prospettano ancora di Grosse Koalition, e nel quale potrebbe continuare a rivestire l'incarico agli Esteri. Ma al di là delle ambizioni personali di Schulz, è chiaro che una figura come quella di Tajani garantirebbe non solo la doverosa alternanza tra Socialisti e Popolari, ma permetterebbe di mettere a capo del Parlamento una persona che è riuscita a gestire i rapporti con maggior discrezione e senza calcare sul pedale dell'ambizione personale come fatto da Schulz.

 

I nodi da sciogliere

Da qui al 17 gennaio però la strada è ancora lunga, e naturalmente – come sempre accade in politica – irta di ostacoli. Un primo problema potrebbe essere legato al futuro politico di Manfred Weber, capogruppo del Ppe, il cui nome è stato all'inizio ventilato come possibile successore di Schulz, ma la cui candidatura è rimasta al solo livello del rumor. Che farà Weber? Il suo futuro è certamente un problema politico da gestire. Ma ancora più complessa è la partita legata al bilanciamento con le altre principali cariche europee. Se la presidenza Tajani infatti porterebbe a un riequilibrio dopo i due mandati Schulz, al tempo stesso creerebbe uno squilibrio a favore del Ppe nel presente, considerando che a capo della Commissione europea c'è Jean-Claude Juncker, e a capo del Consiglio europeo il polacco Donald Tusk. Entrambi popolari. La soluzione sarebbe ovviamente che uno dei due rassegnasse le proprie dimissioni. Tra i due, particolarmente debole è Juncker il quale, oltre alla scarsa autorevolezza sul piano personale, paga il mai risolto problema di essere stato presidente di un paradiso fiscale come il Lussemburgo. Al contrario, il suo vice Timmermans, socialista, gode di grande stima: uomo di grande equilibrio e autorevolezza, l'olandese si distingue anche per il suo ammirevole multilinguismo (noto il caso del suo hearing al Parlamento europeo, quando risposte a tutte le domande nella stessa lingua con cui la domanda era stata posta).

 

Salini (FI-Ppe): «Grande occasione per il nostro Paese»

«Il nostro paese ha un'occasione molto importante», commenta Massimiliano Salini, europarlamentare di Forza Italia, membro delle Commisioni Industria e Trasporti e uomo molto vicino a Tajani. «Un'occasione che dobbiamo sfruttare a pieno. Possiamo avere un italiano al vertice di una delle tre istituzioni più importanti d'Europa. E per di più una persona come Antonio Tajani, che non solo ha una solida esperienza nell'ambito delle istituzioni europee, ma da sempre rappresenta al meglio l'Italia che produce, e difende con la propria attività politica la cultura d'impresa, la cultura del rischio e del lavoro. Nella sua esperienza europea, in particolare da commissario all'Industria, si è sempre dimostrato uno strenuo difensore della manifattura italiana». Ma non c'è solo l'aspetto economico: Antonio Tajani, che da vicepresidente del Parlamento europeo ha tra le sue deleghe quella del dialogo interreligioso, «ha sempre difeso in modo sistematico l'importanza della presenza dei cristiani nel mondo, denunciando in modo chiaro e netto tutte le persecuzioni perpetrate a danno proprio dei cristiani. Il suo dunque non è stato solo un impegno culturale in difesa delle radici cristiane dell'Europa, ma anche un'azione concreta di denuncia delle persecuzioni. In un momento in cui le istituzioni europee si sono mostrate molto timide da questo punto di vista, mi pare che questo sia un aspetto di tutto rilievo».

 

Le responsabilità in mano alla sinistra

L'ultimo ostacolo che deve affrontare la candidatura Tajani è l'atteggiamento della sinistra italiana. Anche il Pse ha un candidato italiano, vale a dire Gianni Pittella, anche se non passato dalle primarie come nel caso del Ppe. Ma la sua candidatura è decisamente meno autorevole di quella di Tajani. «A questo punto la sinistra italiana, e in particolare colui che ancora ne è a tutti gli effetti il leader, cioè Matteo Renzi, deve prendere una decisione», commenta Salini. «Già in passato Renzi ha impedito che ci fosse un italiano al vertice di un'istituzione europea, giubilando Letta come possibile presidente del Consiglio europeo per promuovere al suo posto la candidatura della Mogherini come Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri; ora, se la sinistra dovesse insistere con la candidatura evidentemente meno autorevole di Gianni Pittella, potremmo rischiare di non ottenere nulla, e favorire così il terzo incomodo, vale a dire il belga Guy Verhofstadt. Se l'Italia si spacca, questa potrebbe essere la conclusione, negativa per noi, di una partita così delicata e strategica. Se così dovesse accadere – cosa che naturalmente non ci auguriamo – ancora una volta la sinistra italiana sarebbe responsabile di una minore autorevolezza del nostro paese nello scenario europeo».


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