GOVERNO A OROLOGERIA | 30 Marzo 2015

Patti (chiari) per le riforme

Le nuove tasse in agguato e l’alleanza socialista in Europa. Renzi è irriducibilmente di sinistra mentre il Pd è lo zoccolo duro del socialismo europeo. Altro che centrismo: urge un nuovo “Patto per le riforme” (e ridateci il bipolarismo)

di LUCA PIACENTINI

Avviso ai naviganti: Renzi non è un ex comunista, ma rimane un politico di sinistra. Non è vero che le tradizionali categorie della collocazione politica sono superate e defunte. La verità piuttosto è che il centro è morto. Lo hanno sancito le ultime elezioni e il crollo verticale dei micro partiti che si piazzano dove non si può e dove gli elettori, abituati a vent'anni di bipolarismo, non capiscono. La logica di base della democrazia è una: l'alternanza. O almeno la possibilità di attuarla. Se poi, come in Germania, si rende necessaria una “Große Koalition”, è un altro discorso, che nelle intenzioni dei leader tedeschi nulla toglie al più efficace meccanismo di ricambio della classe di governo. Se proprio si vogliono lezioni da Berlino (e, secondo il parere di chi scrive, non è il caso) basta prendere sul serio la grande coalizione e, come in Germania, mettere nero su bianco i punti dell’accordo, governando insieme solo e soltanto per attuarli. 

LA NOSTALGIA DEL CENTRO
Lasciandosi invece tentare dalla retorica della responsabilità e dalla ricostruzione nostalgica del centro - come fanno in Italia Ncd-Udc oggi “Area popolare”, ormai definiti «centristi» da tutti i giornali - si rischiano due cose: anzitutto, nella logica del consenso, di allontanarsi dalla mentalità degli elettori che oggi applicano lo schema bipolare; in secondo luogo, sul piano della trattativa fra partiti, si corre il pericolo di inimicarsi in un colpo solo la destra e la sinistra, lasciandosi identificare dai primi come “traditori”, dai secondi come “opportunisti”. 

Per gli alleati di governo, il modo migliore per uscire dal vicolo cieco, è chiedere a Renzi un accordo formale per le riforme, dicendo senza tanti giri di parole, e magari mettendolo anche nero su bianco, che l'attuale compagine alla guida di Palazzo Chigi è un governo di “salvezza nazionale”. Dopo di che, ognuno a casa propria: Renzi con il centrosinistra, Ncd e Udc con il centrodestra. Come? L’impegno va messo nel ricostruire un grande centrodestra facendo i conti con Forza Italia e con la Lega, lavorando per contenerne le derive populiste. 

RENZI STATALISTA
In ogni caso, il punto di partenza è sottolineare con insistenza non le analogie con il Pd, «Renzi fa cose di destra», ma le differenze, richiamando ciò che è evidente: il premier è irrimediabilmente statalista, come dimostrano la mancata sforbiciata alla spesa pubblica, la logica punitiva verso l’impresa (leggi: la batosta dell’Imu sui grandi impianti) e la timidezza sul tema fiscale. Lunedì 30 marzo Il Sole24ore riporta le ultime notizie sul Documento di economia e finanza, cita la spending review (aggiungiamo: al momento di fatto ferma al palo) e ricorda l’esistenza della "clausola di salvaguardia», espressione che, dietro gli arzigogoli del codice burocratico, nasconde il trabocchetto dell’aumento dell’Iva. Per dirla in modo più esplicito: se non si trovano i soldi tagliando dove nessuno è ancora riuscito a tagliare la macchina statale, non resta che prendere i denari dalle tasche degli italiani, lanciando in mare l’ancora di salvezza dell'aumento delle imposte indirette, ultima spiaggia per portare in salvo la barca scassata del bilancio pubblico. 

PSE-PPE: L'ILLUSIONE DELL'ALLEANZA
Ci piacerebbe poi capire perché Renzi sarebbe di “destra” in Italia ma di "sinistra” in Europa. Per quale motivo il Partito democratico dell'ex sindaco di Firenze non dovrebbe essere identificato con la tradizione del socialismo europeo visto che i suoi europarlamentari ne costituiscono la pattuglia più nutrita nel Parlamento Europeo? Che cosa accomuna chi si colloca nel PSE e PPE? Non certo l’origine culturale (i primi progressisti ed ex comunisti, i secondi cristiani di destra moderata e conservatori), né l’approccio sui temi sensibili (i primi laicisti, i secondi, sia pure con defezioni, a favore dei valori tradizionali della famiglia e della vita). Le differenze non potrebbero essere più nette. Ed è un’illusione ottica, oltre che un errore di interpretazione, sostenere che anche l’Europa dimostrerebbe il superamento delle categorie destra-sinistra citando quale prova le frequenti votazioni congiunte di PPE e PSE su molte partite. 

Anzitutto nella legislatura 2009-2014 socialisti e popolari hanno votato insieme solo in un terzo dei casi; inoltre si sono spesso allineati perché è questo il modo scelto dagli Stati per far funzionare una macchina lenta, imperfetta e inefficiente come l’Ue. Moltissime questioni sono tecniche ed economiche, lasciano le differenze ideologiche fuori dall’aula, inoltre secondo la procedura legislativa ordinaria è necessaria la maggioranza assoluta (quindi i due principali partiti insieme) affinché gli emendamenti o le posizioni contrarie sostenute dal Parlamento Europeo possano effettivamente pesare nell’iter legislativo, che include anche Consiglio (co-legislatore) e Commissione (cui spetta l’iniziativa). Per farla breve: PPE-PSE sono insieme solo in un terzo dei casi, soprattutto perché costretti dal meccanismo di voto o spinti dalla natura tecnica della materia. 

IL RITMO DEL PREMIER 
Tornando all'Italia, quando il presidente del Consiglio Matteo Renzi lancia le riforme in rapida successione, come fossero l’oggetto di uno spot elettorale, non lo fa perché sia improvvisamente diventato di destra, ma perché in Italia, paese di moderati e non di sinistra, il solo modo di cambiare è annunciare interventi che la destra ha sempre sostenuto (riforma del lavoro, taglio dell'Irap, riduzione della spesa pubblica e riforma della giustizia). Mentre la velocità degli annunci è in perfetta sintonia con l'immediatezza dell'informazione all news della nostra epoca, utile per non essere ostacolati da una classe politica immobile, senza cultura, priva dell’astuzia e del cinismo necessari a gestire il potere. Renzi lo sa, è un politico furbo, conosce la tattica e, applicandola, vince tutti i round del match.

Ci chiediamo se i cittadini moderati oggi indecisi davanti alla parabola di successo dell’ex sindaco fiorentino, o i milioni di elettori che si sono astenuti alle ultime europee rifiutandosi di votare (e di votare gli attuali partiti), si identificano nel PD-socialista renziano. A ciascuno la libertà di rispondere. 

UN PATTO PER LE RIFORME
Da parte nostra, rivendichiamo il diritto di capire e proporre un’interpretazione dell’attuale quadro politico, forse diversa dal mainstream comunque argomentata, insieme alla necessità di fare chiarezza. Per questo serve un nuovo “patto delle riforme” tra i partiti che governano. E’ il modo migliore per prendere sul serio gli italiani, incoraggiare i propri militanti e liberarsi una volta per tutte della retorica e della volatilità irresponsabile delle dichiarazioni confinate allo schermo televisivo.

Una volta completati gli interventi fondamentali, si torna al voto, dando agli italiani la possibilità di scegliere il governo. Tra centrodestra e centrosinistra. 

 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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