POLITICA E COMUNICAZIONE | 06 Dicembre 2016

Ecco perché ingannare l'elettore porta male

La campagna referendaria appena trascorsa si è fondata su due aspetti ingannevoli: confondere il voto referendario con il voto politico; connotare l'elettore del No come un'unica fattispecie antropologica attaccata al passato e all'immobilismo

di ROSSANO SALINI

Passata la buriana dei primi risultati elettorali, con i trionfi da una parte e le delusioni dall'altra, un mix di sentimenti estremi generati da una campagna ad alto impatto emotivo, ora è il caso di fare un passo indietro e cercare di capire come sia stato possibile che uno come Matteo Renzi, considerato il principe della comunicazione politica in Italia, abbia clamorosamente fallito nel dialogo con gli elettori, per di più su una partita decisiva.

In questa campagna referendaria Renzi ha puntato tutto sulla retorica del cambiamento: chi vota sì manda avanti l'Italia, chi vota no tifa per l'immobilismo. Una tale impostazione mette in risalto il fatto che, al di là di qualche peregrino invito a valutare la riforma costituzionale nel merito, il primo a spingere sul tasto dell'emotività e della radicale semplificazione è stato proprio il premier. È cosa nota, e riportata oggi da quasi tutti gli analisti, che Renzi con questa operazione abbia cercato di accreditare dal punto di vista del consenso un governo su cui gravava la macchia originaria della mancata elezione. Ecco: il punto è che proprio quello che doveva essere l'obiettivo finale dell'operazione politico-comunicativa si è rivelato l'errore di base, che ha portato il premier alla disfatta. Una disfatta che non si misura tanto sul 60% degli italiani che ha votato contro di lui, quanto sul fatto che Renzi, a cui in passato è stato riconosciuto giustamente il merito di aver superato le tradizionali categorie politiche, in questo caso non è riuscito a conquistare gli indecisi trasportando il voto su un piano nuovo e per così dire originale.

Ciò è accaduto perché Renzi, pagando l'indecisione tra il dire «votate la riforma nel merito» e «votate per me», ha alla fine fatto oscillare decisamente il pendolo verso la seconda opzione, e ha trasformato così il voto in una decisione eminentemente politica nel senso più tradizionale del termine. Ha tradito sé stesso, nel mentre in cui cercava sostanzialmente di ingannare gli italiani.

È certo infatti che la stragrande maggioranza degli elettori non avesse alcuna consapevolezza di quale fosse il merito del quesito referendario. Ma sarebbe al tempo stesso sbagliato immaginare che gli elettori, o per lo meno quel gruppo di elettori indecisi e dal comportamento variabile (che sono poi quelli che determinano l'oscillazione del voto), non siano in grado di intendere quando li si sta prendendo in giro oppure no. E questa campagna referendaria, soprattutto dal parte del premier, è stata un'autentica presa in giro, in quanto fondata tutta su un intento manipolatorio.

Innanzitutto, perché la confusione tra il piano del referendum e il piano della consultazione politica lo si è percepito nettamente. E questo ha generato una diffidenza generale nell'elettore. È un po' come quando l'autore di un'opera narrativa sbaglia nella gestione della voce narrante e viola quello che viene definito il «patto narrativo» con il lettore: il lettore medio, cui difettano le nozioni utili a cogliere questo dato, non capisce di preciso dove sia l'errore, ma sente per riflesso che c'è qualcosa che non va, anche se non sa cosa. Al di là di quello che possano dire tanti pseudo-guru della comunicazione, la cosa peggiore che si possa fare in politica è quello di cercare di ingannare i cittadini: non solo è sbagliato in termini di onestà, ma è anche un errore che difficilmente dà frutti, e mai sul lungo termine. Qui Renzi ha pagato anche nel breve.

Il secondo inganno è quello legato al messaggio. Cercare di far coincidere il Sì con il cambiamento, e il No con l'immobilismo e la conservazione è stato un tentativo vano. Sul tasto del cambiamento può pestare chi aspira a conquistare il potere, non chi è già al potere, e per di più vi è arrivato senza passare dalle elezioni. E ancor più grave è stata l'altra faccia della medaglia di questo messaggio, cioè il tentativo di far coincidere tutti coloro che votano No con un'unica fattispecie culturale, politica e quasi antropologica (si vedano i volti utilizzati negli spot per incarnare l'elettore del No). Questa è stata un'autentica follia comunicativa, e su questo forse Renzi avrebbe fatto meglio a non beneficiare dei servigi del gran comunicatore d'oltre oceano Jim Messina. Con una battuta un po' greve, verrebbe da dire che un americano che pensa di venire a far fessi gli italiani ha già perso in partenza. Ma al di là delle battute, il tema è lo stesso dell'inganno sulla confusione tra il piano referendario e quello politico. Perché c'è un errore tecnico: se Grillo vota No e io voto No, non ne puoi concludere che io sono come Grillo. È un errore logico, e non funziona sul piano dell'argomentazione finalizzata alla persuasione (non è né un sillogismo, né un entimema). E anche se gli elettori questo errore non l'hanno capito, hanno però sentito che c'era qualcosa che non funzionava. Sempre per quella immediata e quasi naturale percezione della violazione di un patto di fiducia. Insomma: si può dir quel che si vuole sull'ignoranza dell'elettore medio, ma la capacità di percepire quando qualcuno sta cercando di ingannarti, soprattutto se questo qualcuno è continuamente sotto i riflettori e puoi continuamente guardarlo in faccia, questa non è ancora venuta meno.

L'unico grande consiglio che bisogna ricavare da questa consultazione politico-referendaria è che c'è un vantaggio non solo morale, ma anche pratico nel cercare di conquistare la fiducia dell'elettore sulla base di elementi solidi e veri, e non cercando la scorciatoia dell'inganno. Renzi all'inizio ha agito correttamente, ma poi, proprio sulla battaglia decisiva, ha tradito quell'impostazione originaria. Peccato. Avanti il prossimo.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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