EXPO 2015 | 12 Febbraio 2015

Philippe Daverio: “Gli Uffizi si paghino da soli le bollette”

Il rifiuto del museo fiorentino di prestare a Milano un’opera di Leonardo in occasione di EXPO la dice lunga su un’Italia, purtroppo, incapace di fare sistema

di RICCARDO CHIARI

Italia Paese dell’arte? Sì, l’arte di farsi del male. Da un po’ di tempo a questa parte diversi episodi stanno mettendo in evidenza la grande disorganizzazione che regna sovrana nella gestione del nostro patrimonio artistico. Pochi giorni fa Vittorio Sgarbi ha denunciato la vendita all’asta newyorkese Christie’s di un’opera di Annibale Carracci (La Vergine orante) avvenuta “in modo poco chiaro”. Il quadro, che apparteneva a una collezione privata, ha misteriosamente varcato l’Atlantico per finire nelle mani del miglior acquirente di turno a una cifra relativamente modesta, meno di 400mila euro. Il tutto sotto il naso del Ministro e del ministero dei Beni Culturali, da alcuni giorni criticato anche per la mancanza di polso dimostrata in occasione dell’allestimento della mostra di Milano dedicata a Leonardo e organizzata per EXPO2015. A Palazzo Marino è infatti giunto il rifiuto della Galleria degli Uffizi a concedere in prestito l’Annunciazione, opera appunto del Da Vinci. Un diniego che ha suscitato molto clamore, almeno tanto quanto quello provocato dal museo di Reggio Calabria quando si rifiutò di concedere, sempre per EXPO, i Bronzi di Riace. A proposito di questi incresciosi avvenimenti e del destino di EXPO, abbiamo rivolto alcune domande a Philippe Daverio, noto critico ed esperto d’arte, ma anche conoscitore delle molto meno affascinanti problematiche amministrative del nostro Paese.

Come commenta il rifiuto della Galleria degli Uffizi a concedere in prestito a Milano l’Annunciazione di Leonardo?

«Si vede che agli Uffizi sono convinti di essere loro i proprietari dell’opera, mentre in realtà essa appartiene a tutti i cittadini italiani. Questa per certi versi potrebbe essere una buona notizia, perché così le prossime bollette elettriche le pagheranno direttamente gli Uffizi e non i contribuenti. Lo stesso vale per il restauro del museo di Reggio Calabria, l’ente che non ha voluto concedere i Bronzi di Riace. Sa quanto è costato ai cittadini? Oltre 40 milioni di euro! Li abbiamo pagati noi. Ma non preoccupiamocene più, il prossimo restauro sarà totalmente a spese loro. Al di là della battuta, trovo insopportabile l’idea che i musei, i loro direttori, le loro amministrazioni si reputino proprietarie e non custodi delle opere d’arte. È qualcosa di inaccettabile».

Quali sono a suo avviso le cause che hanno portato a questa cronica mancanza di collaborazione fra i diversi enti culturali italiani?

«Credo che il motivo principale risieda nel fatto che in tutto l’apparato dei Beni Culturali, dagli amministratori locali fino al Ministro Franceschini, non si capisce davvero chi comanda. Non c’è una vera e propria struttura gerarchica, un’organizzazione degna di questo nome e un potere decisionale che sia davvero effettivo ed efficace. I beni culturali in Italia sono bistrattati. Il che non mi sembra geniale in un Paese che detiene un terzo del patrimonio artistico mondiale e che potrebbe vivere di turismo».

Quindi non è colpa solo dei vertici.

«Franceschini è poco presente, non ha molto polso. Ma non possiamo attribuire tutte le colpe al solo Ministro. Ripeto, il problema è l’assenza di una seria gestione del nostro patrimonio artistico. Chi lavora ai Beni Culturali è più interessato a pensare al suo stipendio, che di norma è basso. Di conseguenza è basso anche il contributo che restituisce al Paese. Non c’è motivazione, non c’è impegno».

Crede che Milano con questo rifiuto subisca un duro colpo nell’ottica EXPO?

«Penso che sarebbe stato importante, non solo per Milano, ma per l’Italia, presentarsi come un Paese unito, in grado di fare sistema. E così non è stato. L’Italia deve pensare ad EXPO come a un’occasione per presentare non una sola città, ma tutta se stessa. Per quanto riguarda la città di Milano, non credo subisca niente di irrimediabile. Anche perché si tratta comunque una città d’arte, alla faccia di chi tale non la considera. Questo è un messaggio che con questo EXPO purtoppo non siamo riusciti a far passare e che avremmo dovuto diffondere con più coraggio: far conoscere Milano come città d’arte. Speriamo di riuscirci in occasione del prossimo EXPO, fra trent’anni o quando sarà. Per fortuna poi, a proposito della mostra di Leonardo a Palazzo Reale, amministrazioni di musei ben più illuminate di quella degli Uffizi, come quella del Louvre, hanno concesso prestiti di opere molto importanti di Leonardo. Quindi il “danno” causato dal rifiuto degli Uffizi sarà limitato».  

A proposito di EXPO: il tema è delicato, gli operai lavorano febbrilmente, le critiche fioccano, gli scandali abbondano… prevede, come molti, che sarà un disastro?

«Spero e credo di no. Perché noi italiani non abbiamo la testa per queste cose, ma abbiamo culo. Alla fine ce la caveremo, verremo apprezzati per alcune cose, capiterà qualche evento fortunato…».

Molto fatalista…

«Più che altro ho una personale convinzione su quest’EXPO: che sia partito macchiandosi di un grave peccato, ossia quello di aver soffiato il posto a Smirne. Il problema dell’Europa è da anni quello di aprire un dialogo intelligente con il mondo islamico civilizzato ed evoluto. Un EXPO a Smirne avrebbe potuto rappresentare un’occasione importantissima in quest’ottica. Ora l’interlocutore principale per l’Europa, suo malgrado, nel mondo islamico rischia di essere questo terribile monolite che è l’Isis. Sono convinto che Smirne avrebbe giocato un importantissimo ruolo in chiave anche di mediazione geopolitica nell’area mediterranea».

Quindi una sorta di “peccato originale” ha minato la buona riuscita di EXPO?

«Sì, ma è una mia idea. Diciamo che già l’inizio di EXPO si è presentato inopportuno per poi evolversi in una gestione vergognosa».

Non vede qualche aspetto positivo?

«Certo che ne vedo, non voglio essere frainteso. Io tifo per la buona riuscita dell’EXPO. Ciò che critico sono le premesse e gran parte del metodo organizzativo, ma questo non significa che io non parteggi per un buon esito. Alcune persone che stanno lavorando a EXPO sono esempi eccezionali di serietà professionale. Penso, ad esempio, a Diana Bracco e Giuseppe Sala, un’accoppiata che ha saputo prendere in mano una situazione gravemente compromessa e rimettere in piedi tutta l’organizzazione. Anche alcune società, come ad esempio Italcementi, hanno dimostrato una grandissima serietà nel loro lavoro. Solo per queste persone il mio desiderio è che EXPO riesca nel migliore dei modi. Spiace però aver dato spettacolo di un’Italia arcinota, fatta di interessi e pressappochismo. Si sarebbe, per una volta, potuto evitare».

Il volto di Milano negli ultimi dieci anni è cambiato radicalmente. C’è chi ha accolto con entusiasmo le trasformazioni urbanistiche della città e chi non ha risparmiato critiche feroci. Qual è il suo giudizio in merito?

«Il mio giudizio è di parte perché sono uno dei responsabili, con la Giunta Formentini, dei grandi cambiamenti che ha subito la città. Se abbiamo sentito l’esigenza di agire in un certo modo è perché avvertivamo la necessità che Milano, dopo gli anni di stasi totale a seguito di tangentopoli, riprendesse a vivere e a crescere. E, a mio avviso, il risultato è più che positivo. È giusto che una città, soprattutto questa città, non dia l’idea di essere morta. Malata cronica, forse, ma non morta. Poche sere fa mi è successa una cosa straordinaria. Sono andato in Brera e ho visto le nuove illuminazioni delle sale interne. Le vecchie risalivano al dopoguerra. C’è da capire che alcuni cambiamenti mettano di buon umore, no?».


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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