L'ENNESIMA BUFALA | 05 Agosto 2015

PA, più che una riforma un restauro

La presunta riforma della Pubblica Amministrazione è legge. Un provvedimento che ratifica l’illicenziabilità dei fannulloni e finge di punire i dirigenti incapaci. Ancora una volta hanno vinto i 'gufi'

di ROBERTO BETTINELLI

Più che una riforma della pubblica amministrazione, il disegno di legge approvato con il sì del Senato dopo aver superato la prova della Camera lo scorso 17 luglio, sembra un restauro dei privilegi degli statali. Appare davvero eccessivo l’entusiasmo di Renzi che ha scritto in un tweet «un abbraccio ai gufi» quando, in realtà, sono proprio i nemici immaginari del presidente del Consiglio che dovrebbero gioire davanti all’ennesima riforma che non cambia nulla. 

Non è stato fatto solo passo in avanti per raggiungere l’obbiettivo di allontanare in tempi ragionevoli e certi i dipendenti pubblici fannulloni. Allo stesso modo ha confermato la fragilità della maggioranza al Senato, costretta a chiedere aiuto all’opposizione. La legge è passata con 145 sì e 97 no. Renzi, che al Senato non può fare affidamento sui numeri della Camera, sarebbe stato sconfitto per la seconda volta in una settimana dopo la bocciatura sulla delega all’esecutivo per la revisione del canone Rai. A testimonianza che il progetto di governare fino al 2018, reso possibile solo dall’appoggio del Nuovo Centrodestra che resiste nonostante sta ingoiando bocconi amari su tutte le partite cruciali, non è poi così blindato. Una poltrona, quella di primo ministro, alla quale Renzi deve rimanere incollato a tutti i costi. Cacciato da Palazzo Chigi, infatti, perderebbe subito dopo il Nazareno e si troverebbe nel giro di pochissimo tempo ad essere declassato a capo corrente. Uno dei tanti del partito di maggioranza relativa. 

L’unica cosa che doveva prevedere una riforma seria non è stata fatta. La possibilità di licenziare in tronco i fannulloni. Non che i tre milioni di statali siano tutti degli scansafatiche, ma l’esperienza e il buon senso dicono che in molti, vuoi perché non devono fare i conti con la pressione competitiva del mercato e vuoi perché vivono sotto l’ombrello dei sindacati, non si ammazzano di lavoro. Godono di privilegi e protezioni legislative che, nei fatti, impediscono qualsiasi tipo di sanzione. 

Se i dipendenti delle aziende private sono ancora parzialmente ‘coperti’ dall’articolo 18, nonostante ciò che seguita ad affermare Renzi, i lavoratori dello Stato lo sono al 100%. Negli uffici pubblici è praticamente impossibile licenziare anche in presenza di omissioni gravi, imperizia e prestazioni inefficienti. I dipendenti pubblici hanno piena consapevolezza della loro impunità. E’ questa la prima, vera causa del disastro e della scarsa produttività della Pa italiana. Renzi, che nella sua vita ha lavorato quasi sempre nel pubblico nonostante ami circondarsi di un’aura manageriale e aziendalista, non vi ha messo rimedio. 

La situazione dei dirigenti è a dir poco scandalosa. Secondo Eurispes guadagnano quasi il 50% in più dei colleghi europei con stipendi a sei zeri che mai sarebbero in grado di assicurarsi in un’impresa privata. Anche qui, di grosse novità, non ce ne sono. La revoca o il divieto di incarico in caso di condanna per corruzione, considerati i tempi della giustizia italiana, sono destinati a rimanere lettera morta se non davanti ad episodi straordinari. Un aspetto, l’eccezionalità, che viene utilizzato a regola d’arte quando si ha a che fare con i burocrati e i mandarini dello Stato. Si ipotizzano casi di scuola rarissimi a fronte dei quali la mannaia della legge sarebbe sì in grado di colpire, ma la straordinarietà degli episodi è tale che nella pratica ciò non si verifica mai. Per riformare davvero un’organizzazione si deve agire sulla media statistica e sugli avvenimenti più ricorrenti. E’ inutile, dannoso e persino ipocrita stabilire picchi di punizione che non saranno mai applicati se non una volta in venti o trent’anni. E’ un inganno che, come nel caso della riforma renziana, serve solo a sfamare i giornali bramosi di titoli forti e il desiderio di vendetta della gente comune. Alla fine, però, l’impatto sulla realtà equivale a zero. O quasi. 

Lo stesso ragionamento vale per la rimozione dall’incarico del dirigente che potrebbe scattare qualora ci fosse una valutazione negativa dell’operato pregresso. Ma nella Pa nessuno, proprio nessuno, fallisce. Tutti, miracolosamente, raggiungono gli obbiettivi. E’ tecnicamente impossibile non riuscirci. Domina incontrastato il «progetto egualitario» della cultura sessantottina. Il carico di lavoro e i traguardi fissati, essendo il frutto di una elaborazione interna, sono sempre in linea con l’ordinarietà del lavoro. Non bisogna dimostrare nulla di speciale per agguantare bonus e premi. Figuriamoci per evitare la rimozione. Le stesse commissioni che devono emettere il giudizio finale sono collegate a filo diretto con le strutture che hanno il compito di valutare. E’ tutta una bufala. 

Sorvoliamo su altri provvedimenti minori come la scomparsa del voto minimo di laurea, il passaggio di alcune funzioni dalla Pra alla Motorizzazione, i controlli sulle malattie che non saranno più in carico dall’Asl ma all’Inps, la possibilità di pagare le bollette via sms, l’accesso telematico limitato agli archivi e il fatto che il numero 118 per le emergenze viene sostituito dal 112. L’abolizione del Corpo Forestale dello Stato, sciolto nell’Arma dei carabinieri e nel Corpo dei vigili del fuoco, andava fatta da tempo. Ma anche qui si è voluto evitare il nodo più spinoso e urgente. Ossia la fusione tra carabinieri e polizia. Questa sì, indubbiamente, capace di mettere fine a sprechi e generare una maggiore efficienza nel settore della sicurezza. 

Per quanto riguarda l’abolizione di circa la metà delle Camere di Commercio, il discorso è più complicato. E’ una misura che colpisce un organo di rappresentanza della imprese che non viene finanziato dallo Stato. I cittadini ci guadagnano ben poco. La società civile si vede sottrarre un luogo dove i corpi intermedi, le categorie economiche, sono abituate a conciliare i rispettivi interessi per produrre istanze comuni. Uno schema, quello dei corpo intermedi che dalla periferia si fanno interlocutori del governo centrale, che piace molto poco a Renzi da sempre intenzionato a estendere il suo potere decisionale. Sulla riduzione del numero delle Prefetture, infine, meglio così. Nessuno ne sentirà la mancanza. 

La tanto declamata riforma renziana della Pa sembra più un restauro epidermico che un intervento capace di migliorare performance e servizi. Resta inoltre in balia dei decreti attuativi che dovranno essere redatti dagli esperti legislativi del governo. Abbiamo visto come sono andate le cose con l’articolo 18 del Jobs Act che doveva essere eliminato e che, invece, è vivo e vegeto anche se meno visibile a causa della complessa impalcatura di regolamenti che gli è stata costruita intorno. Antenne dritte, quindi. E complimenti ai ‘gufi’. Ce l'hanno fatta ancora una volta. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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