ELEZIONI REGIONALI | 24 Novembre 2014

Piepoli: «Niente di nuovo sul fronte elettorale»

Dal punto di vista dei sondaggi l'esito delle urne era scontato da mesi. Si confermano molte tendenze elettorali

di RICCARDO CHIARI

A vincere su tutto e su tutti è stato l’astensionismo.

Grandi sconfitti, all’indomani del voto per le Elezioni Regionali in Emilia Romagna e Calabria, risultano essere il Centrodestra e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Si conferma l’onda lunga del successo di Renzi e del PD, sebbene anche i partiti del Centrosinistra abbiano registrato un netto calo delle preferenze, rispetto alla precedente tornata elettorale, derivato dalla scarsa affluenza alle urne.

Stefano Bonaccini, del PD, ottiene il proprio mandato alla presidenza dell’Emilia Romagna con il 49,05% dei voti, seguito dal candidato leghista del centrodestra Alan Fabbri che ha avuto il 29,85%. In Calabria stravince, sempre per il Centrosinistra, Mario Gerardo Oliverio, con un risultato del 61,53%, contro il 23,61% di Wanda Ferro. Al sud la batosta peggiore è per il partito di Grillo che raggiunge un magro 4,9 piazzandosi al quarto posto con un forte distacco dall’NCD (8,7%)

Fra gli sconfitti a esultare è la Lega Lombarda il cui risultato singolo in Emilia Romagna è del 19,42%, il più alto della coalizione.

«Un esito scontato ma eloquente». È questo, in sintesi, il giudizio di Nicola Piepoli, sondaggista dell’Istituto per le ricerche di marketing e di opinione che porta il suo nome e professore associato di statistica presso l’Università di Padova. Per Piepoli queste elezioni sono da considerare, sotto un certo punto di vista, «assolutamente banali e quasi noiose».

Perché è così spietato nel giudicare questi risultati?

«Lo sono solo dal punto di vista del nostro lavoro. Non c’è alcuna novità in queste elezioni rispetto a quanto noi avevamo previsto. E se da un lato questa notizia ci fa piacere, perché significa che facciamo bene il nostro lavoro, dall’altro non è per nulla stimolante sotto il profilo della ricerca. Non c’è alcuna notizia rilevante dal punto di vista statistico. Sì, è vero, anche Renzi ha perso qualche voto, ma continua a portare il PD alla vittoria, come ci aspettavamo. Questo risultato è il segno di tendenze che ormai continuiamo a riscontrare da mesi. L’incessante successo del PD si presenta in percentuali che con ogni probabilità sarebbero state le medesime anche se avesse votato l’80% dell’elettorato»

Il successo della Lega non rappresenta una novità?

«La rappresenta come dato storico e politico in sé, ma era anche questo un evento del tutto prevedibile. Ciò non significa che Salvini non abbia dei meriti, anzi. È lui a incarnare la vera novità, l’unico che sappia offrire all’elettorato una proposta alternativa al centrosinistra in grado di convincere centinaia di migliaia di cittadini».

Quindi qualcosa di interessante emerge anche da queste elezioni?

«Intendiamoci; dalle elezioni scaturiscono esiti sempre curiosi, politicamente parlando. Ciò che definisco scontato è il risultato numerico in sé per noi che con numeri e sondaggi abbiamo quotidianamente a che fare, perché appunto conferma fin troppo quanto avevamo predetto. Ma il fatto che tutto fosse prevedibile non significa che non sia d’interesse analizzare il comportamento degli elettori. Al di là del continuo calo di affluenza alle urne, il voto espresso mette in evidenza un dato, ossia la crescente sfiducia nei confronti di chi urla contro tutto e contro tutti senza proporre una solida direzione alternativa».

Si riferisce al partito di Beppe Grillo?

«Diciamo che quella del Movimento Cinque Stelle è una ricetta che pare non funzionare più. Se si paragona l’esito di questo partito in Emilia rispetto a quello della Lega Lombarda non c’è proprio confronto».

Eppure Salvini non è esattamente un moderato…

«No di certo, ma ha trovato una chiave che si è rivelata vincente. L’operazione vincente di Salvini è stata riuscire a fare della Lega un partito che, sebbene abbia le proprie roccaforti nelle tre grandi Regioni del nord, ha saputo parlare all’intero Paese, facendo leva su un nazionalismo xenofobo che, a suo modo, segna una chiara direzione politica. E questa chiarezza è stata apprezzata».

È chiaro anche il messaggio di Matteo Renzi?

«No, per Renzi vale tutt’altro discorso. L’abilità di quest’ultimo consiste nel riuscire a trovare le giuste parole di conforto e consolazione per qualsiasi tipo di ascoltatore e, quindi, di potenziale elettore. Renzi è in grado, a parole, di assicurare e rassicurare tutti su tutto. Si tratta di una vera e propria forma d’arte comunicativa. Sotto questo aspetto gode di tutta la mia stima».

Questi comportamenti apparentemente così opposti hanno qualcosa in comune?

«Direi che in entrambi i casi viene premiata la capacità di offrire un’idea forte all’elettorato senza puntare esclusivamente sul mal di stomaco. Una specie di nazionalismo da un lato e il ripetuto ottimismo dall’altro rappresentano dei messaggi in grado di infondere una forte sensazione di sicurezza agli elettori, che questa sia illusoria o meno non sta a me dirlo».


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.