HOUSE OF CARDS/2 | 10 Novembre 2014

Politica violenta. Forse troppo?

La seconda stagione di House of Cards. Ancora più violenta. Forse troppo? Spunti e riflessioni sulla sceneggiatura, con il rimpianto dell’esordio

di LUCA PIACENTINI

Frank Underwood è cinico e spietato, Kevin Spacey impeccabile come sempre. La moglie Claire, interpretata da un’eccellente Robin Wright, è determinata anche più del marito. Fredda e calcolatrice, è a tratti perfino umana: un personaggio riuscito, complesso e meno lineare di Frank. I due coniugi restano alleati 'fedeli', leali nel calcolo del potere, non certo nell'amore. Giocano allo stesso tavolo e si spalleggiano per raggiungere i propri obiettivi. Ad ogni costo. Appunto, ad ogni costo: talvolta oltre il verosimile. 

È qui, nel labile confine tra il racconto realistico del retroscena politico e i colpi di scena necessari alla macchina narrativa, uno degli elementi critici della seconda stagione di House of cards, il capolavoro sceneggiato da Beau Willimon partendo da un adattamento dell’omonima serie Bbc, tratta da un romanzo di Michale Dobbs.

House of Cards è prodotta da Netflix, ha ricevuto numerosi riconoscimenti e rivoluzionato il modo di concepire la serie tv. 

Questa non è una recensione. Né un giudizio negativo. Tutt'altro: è una breve analisi costruttiva, contiene spunti di riflessione che, oltre a ribadire il giudizio positivo verso autori, sceneggiatore e cast, vogliono tuttavia evidenziarne gli aspetti forse migliorabili in attesa della 3^ stagione, con la speranza di ritrovarci l’emozione dell’inizio. 

Le righe che seguono contengono spoiler. Chi non vuole anticipazioni, smetta di leggere. 

La prima stagione svela gradualmente il personaggio di Frank Underwood. Il deputato del Partito Democratico lascia intuire tutto il proprio cinismo già in apertura (la scena del cane investito sotto casa e la frase simbolo: "Ci sono due tipi di dolore. Il dolore che ti rende più forte e il dolore inutile, un dolore che porta solo sofferenze”) ma, questo cinismo, il telespettatore lo vede nei fatti passo dopo passo, intrigo dopo intrigo. È la cifra della prima serie: cupa e volutamente eccessiva, comunque realistica. Che folgora gli addetti ai lavori proprio per la fedeltà del racconto ad alcune dinamiche diffuse nel sottobosco della politica, ai meccanismi in cui spesso si sviluppa la gestione del potere. 

Il rischio, diciamo per inciso, è di gettare un'ombra oscura sulla politica come tale, presentandola come una pratica inevitabilmente sporca. E’ chiaro, chi scrive questo articolo è convinto che non sia così. La buona politica c’è ed è possibile. Parte dai grandi ideali, dall’esperienza della bellezza nella realtà. 'Sporcarsi le mani' non vuol dire violare leggi, rinunciare ai valori in cui si crede (certo, per chi questi valori li ha) o calpestare tutto pur di dominare, ma significa lavorare sodo e tentare di mediare, negoziando tra le diverse posizioni senza arretrare nella missione del bene comune. 

Tornando alla tv, il personaggio di Underwood è l’esatto opposto. Incarna il lato oscuro della politica, l’uomo spietato che spinge al parossismo la visione cinica della società. Nel farlo è coinvolgente ed efficace: cattura il telespettatore rivolgendosi direttamente alla telecamera, ogni mossa politica è costruita nei dettagli, con un’abilità provata nel dialogo e nella strategia. 

Underwood è senza morale. O meglio, il suo è puro utilitarismo, dove persone e cose servono solo alla conquista del potere. Non importa se con bugie o sotterfugi. Frank ha sete di vendetta. E' crudele e disposto a tutto. Dopo aver condotto alla vittoria Garrett Walker, eletto 45° presidente degli Stati Uniti, al termine della campagna elettorale viene ‘silurato’ e si vede soffiare il posto di segretario di Stato, al quale ambiva. 

Il racconto della ritorsione è credibile, intreccia in modo efficace, portandoli all’eccesso, il rapporto tra politico-fonte e giornalista (qui 'la' giornalista Zoe Barnes), le pressioni sui deputati nello scacchiere del Congresso, la relazione tra il politico eletto e l'elettore locale. Ne esce una spirale ipnotica di eventi emozionanti, che trascinano lo spettatore in una tensione che culmina nel delitto di Peter Russo. 

Nella seconda stagione, putroppo, l'appeal dell'intrigo politico a tratti viene meno. La trama prende da subito una piega criminogena, rischiando di travolgere il 'political drama', facendolo scivolare nello schema del thriller puro. A riguardo mi limito a citare due aspetti: il delitto di Zoe in apertura e l'approccio da spy story all'indagine sulla sua morte da parte dell'amico giornalista Lucas Goodwin.

La violenza resta un filo conduttore delle prime puntate, ma è una violenza anzitutto fisica, prima che psicologica come era nella stagione d’esordio. Dal punto di vista narrativo, l’omicidio di Zoe è un modo efficace e rapido di voltare pagina e rimettere in moto la storia. Ci si libera della cronista lasciandola sullo sfondo, si esclude dall’azione un personaggio probabilmente poco gestibile nella scalata di Underwood alla Casa Bianca ma se ne tengono in vita scoperte e sospetti, attraverso le mosse del collega, che si spinge oltre il confini del ‘deep web’, l’internet profondo, superando la legalità e indossando gli improbabili panni dell’investigatore privato. 

L’altro elemento migliorabile è la figura del presidente degli Stati Uniti. Tanto risoluto nella difesa ideale dell’interesse americano quanto fragile e, al limite, surreale nel cambiare opinione sul da farsi di fronte a importanti scelte di governo o a crisi internazionali, ora in balia dell’amico tycoon Raymond Tusk, ora dei problemi coniugali ora vittima del ‘solito’ Frank. 

A riguardo è utile richiamare la sottolineatura del critico di Time che stigmatizza la differenza abissale tra Underwood e i suoi avversari: nessuno è all’altezza, scrive, tanto che a volte Frank sembra ”stia giocando a scacchi in 3-D, mentre tutti gli altri a tic-tac-toe con i pastelli”. 

 

 

 

 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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