ANTONIO TAJANI | 03 Agosto 2015

«Da Milano e Roma parte la riscossa del Centrodestra»

L'intervista ad Antonio Tajani, vice presidente del Ppe: «Più società civile in Forza Italia». A Salvini: «Alleato prezioso, ma non basta il 15%». A Renzi: «Non risolvi i problemi». Agli elettori di centrodestra: «Torneremo a governare»

di ROBERTO BETTINELLI

Il recente viaggio negli Usa di Antonio Tajani, vice presidente del Ppe e tra i fondatori di Forza Italia, ha sollevato grande curiosità tra gli addetti ai lavori che l’hanno interpretato come il segnale di un mandato esplicito per rilanciare un partito che perde competitività ogni volta che Silvio Berlusconi si allontana, per volontà o perché costretto, dalla scena politica. A Washington Tajani ha potuto conoscere da vicino «la macchina del Partito Repubblicano, le strategie elettorali, le modalità di finanziamento». Forse non è un caso che l’incarico sia stato affidato a chi, e lo credono in tanti, potrebbe riceve un domani il bastone del comando dallo stesso Cavaliere anche se è proprio il diretto interessato a declinare con eleganza: «Berlusconi non ha bisogno di un successore e ha ancora la fiducia di milioni di elettori». 

Tajani è considerato una delle figure chiave dell’entourage berlusconiano. Sono in pochi dentro Forza Italia a poter vantare la sua esperienza politica, la confidenza con i vertici del mondo produttivo e la sua rete di relazioni internazionali. Europarlamentare nel ’94, è stato commissario ai Trasporti e all’Industria. A fine mandato ha rinunciato all’indennità lasciando nelle casse di Bruxelles quasi mezzo milione di euro. L’ha definita «una prova di solidarietà verso i cittadini europei». 

Partiamo dal viaggio negli Stati Uniti. Che cosa l'ha colpita di più? 
«E’ stato un viaggio di studio, ma soprattutto di lavoro. Volevo conoscere l’organizzazione del Partito Repubblicano. Negli Stati Uniti le fondazioni private giocano un ruolo primario. Sono i veri attori della competizione elettorale. I partiti fanno un’operazione di sintesi. Radunano le forze che prendono vita nella società. E' una collaborazione che lascia ampio spazio alle risorse civiche. Si tratta di organizzazzioni che reperiscono finanziamenti, commissionano indagini per migliorare le performance della macchina pubblica, intrattengono rapporti importanti al di fuori del Paese e animano il dibattito pubblico». 

E il rapporto con il Partito Repubblicano?
«L’affinità valoriale con Forza Italia e il Ppe è evidente».

Torniamo alla politica italiana. Avete lanciato il ‘Cantiere delle idee’ a Roma. La Giunta Marino è destinata a cadere a breve?
«E’ un percorso che abbiamo avviato da tempo e che vuole fissare un piano concreto per il rilancio di Roma come capitale italiana ed europea. La Giunta Marino ha portato la città ad un livello di degrado intollerabile. Non credo si possa proseguire a lungo in queste condizioni. Ma se non vogliamo commettere gli stessi errori del Pd dobbiamo partire da una valutazione onesta di ciò che è accaduto prima». 

Si riferisce all’amministrazione di Gianni Alemanno? 
«Ci sono evidenti responsabilità. Roma è in declino. Marino non è minimamente in grado di gestire una fase così complessa e deteriorata, ma i problemi sono iniziati prima. Il Pd li ha peggiorati. E’ necessario un intervento decisivo. Il centrodestra deve puntare sul rinnovamento. Ma non dobbiamo commettere l’errore di scaricare tutte le colpe sugli avversari. Non saremmo credibili. Prima dobbiamo guardare in casa nostra, cambiare le cose, migliorare, venire incontro all’esigenza dei cittadini che chiedono soluzioni innovative e persone degne per le cariche elettive. Solo dopo è possibile contestare l’operato degli altri». 

Qual è la strategia per tornare a vincere nella capitale?
«Allargare i confini del consenso. Già da tempo è in corso un confronto serrato con la lista di Alfio Marchini. Credo che potrebbe essere un eccellente candidato per vincere le elezioni comunali a Roma. Che la città sia stata mal governata dal Pd è fuori di dubbio. I problemi si stanno accumulando su tutti i fronti: sicurezza, immigrazione, sanità, trasporti. Una debacle generale. Roma può e deve tornare a misurarsi con successo con gli standard di vita offerti dalle altre capitali europee».  

Le ultime regionali hanno dimostrato che l’elettorato di centrodestra non è scomparso. Come è possibile ricostruire un fronte unitario alternativo a Renzi e al Pd?
«La formula di Roma va estesa a livello nazionale. Aprire alle forze della società civile, innovare, coinvolgere persone capaci e credibili. Bisogna mettersi al lavoro ma con la consapevolezza che lo schieramento vincente si costruisce solo se Forza Italia ricopre il ruolo di formazione leader. Una posizione che le spetta di diritto perché è collocata al centro dell’offerta politica. Questo è il primo punto. Poi è necessario avere il coraggio di dire che le alleanze tradizionali non bastano più. Serve un patto forte con i movimenti civici per riportare nell’alveo del centrodestra quella fetta importante di elettori delusi che non possono identificarsi se non con una proposta moderata e liberale. Il nostro compito è rappresentare la maggioranza silenziosa che non sempre è stata rappresentata a pieno titolo nel nostro Paese». 

Alla vostra destra c’è la Lega di Salvini e Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia. A sinistra Ncd e Udc che hanno dato vita ad Area Popolare e che sembrano ormai attratti nell’orbita del Pd. Come si muoverà Forza Italia?
«I nostri rapporti sono molto buoni sia con la Lega sia con Fratelli d’Italia. Credo che a Roma, se si dovesse individuare un candidato come Alfio Marchini, ci potrebbe essere una convergenza unanime. Sono anche convinto che Area Popolare non debba rimanere fuori. Un precedente illustre c’è: la Liguria dove Giovanni Toti ha riunito tutti sotto la stessa bandiera e ha battuto il Pd di Renzi. E’ la dimostrazione che la compattezza e lo spirito di coalizione danno ancora ottimi risultati». 

Ci racconti l’esperienza del Ppe: un grande partito con tante anime ma capace di esprimere un’alternativa unica al socialismo europeo. 
«Il Ppe è il punto di riferimento naturale del centrodestra italiano. Le idealità sono chiare e comuni: economia di mercato, centralità della persona, ruolo cruciale della famiglia, presenza insostituibile dell’impresa, libertà e prevalenza della società civile rispetto allo statalismo e al dirigismo». 

Le elezioni comunali di Milano sono considerate da tutti la prova decisiva per la rinascita del centrodestra. Come intendete comportarvi?
«E’ una partita tutta aperta. Ma se vogliamo vincere dobbiamo rivendicare la bontà dell’alleanza con la Lega e Fratelli d’Italia sottolinando la nostra centralità negli equilibri della coalizione. Il candidato deve essere un moderato capace di intercettare e coinvolgere tutte le risorse possibili che una società civile molto dinamica e intraprendente come quella milanese può generare». 

Anche a Milano giudica possibile un’alleanza tra Ncd/Area Popolare e Forza Italia?
«Certo. Ma a patto che i vertici di Ncd non vogliano trasformare il centrodestra nel nuovo centrosinistra. Serve chiarezza da parte loro. Altrimenti non si può andare molto lontano». 

Berlusconi ha inventato il bipolarismo e il centrodestra sdoganando i missini e la Lega di Bossi. Oggi però sono in molti a demonizzare Salvini. E’ ancora valida la formula ideata dal Cavaliere?
«La Lega, a mio avviso, non va demonizzata. Nè è possibile farlo a cuor leggero. E’ al governo in regioni cruciali e strategiche: Lombardia e Veneto hanno due governatori espressi dal Carroccio. Lo stesso vale per città importanti del Nord. Forse Salvini dovrebbe cambiare il linguaggio che può convincere una certa fetta elettorato storico del suo partito o alcune frange particolarmente arrabbiate e deluse, ma è un approccio che non permette di conquistare il centro dello schieramento politico. E’ qui che si vince e Berlusconi l’ha dimostrato ripetutamente. Detto questo preferisco non guardare in casa d’altri. Reputo Salvini un alleato prezioso e determinante». 

In che cosa si sente diverso dal leader della Lega Nord?
«Faccio politica per vincere e governare. Non mi interessa la quota del 15%. Se corro lo faccio per battere la sinistra e dare un futuro al mio Paese che vedo in grandissima difficoltà».

Come giudica la leadership di Matteo Renzi?
«Molte parole e pochi fatti. Renzi chiacchiera troppo e non fornisce risposte ai problemi reali dei cittadini e della nazione». 

Il Fmi ha gelato Renzi e il governo dicendo che solo fra 20 anni l’Italia tornerà ai livelli di occupazione pre-crisi. Il rapporto Svimez sul mezzogiorno è drammatico. Eppure Renzi insiste dicendo che la ripresa è già in corso. Quanto c’è di vero e quanto è da attribuire alla propaganda?
«Mi sembra che l'elemento della comunicazione prevalga nettamente su quello della realtà. Il segretario del Pd ci sta abituando a tantissime promesse che vengono annunciate e non mantenute. A partire dalle riforme che seguitano a rimanere lettera morta. Le imprese che vantano crediti con la pubblica amministrazione non hanno visto un soldo, la crescita economica non c’è, una politica industriale degna di questo nome nemmeno e il debito pubblico è fuori controllo. Renzi dovrebbe farsi un serio esame di coscienza».

A sinistra del Pd sta nascendo qualcosa che sembra catalizzare Sel, i civatiani, il sindacalismo di Cofferati e Camusso, i fuoriusciti dal Pd come Fassina. Come inquadra queste forze e che danno possono provocare al Pd? 
«Ci sono molti problemi all’interno del Pd. Non stupisce che nascano alternative a sinistra. Al di là di quello che cerca di trasmettere, Renzi non sta vivendo un momento felice con i suoi elettori. Roma è un caso esemplare. Non sarà facile vincere le prossime elezioni per il Pd». 

Chi sarà il successore di Berlusconi? Che cosa deve fare il partito perché nasca una nuova leadership forte e autorevole?
«Berlusconi è stato e continua ad essere il leader del centrodestra. Spetta a lui federare tutte le anime e le sensibilità perché possa esistere una forza in grado di rappresentare i ceti produttivi: imprenditori, artigiani, commercianti, liberi professionisti, agricoltori. Rispetto al passato bisogna lanciare segnali di apertura e di coinvolgimento verso le liste civiche. Dobbiamo impegnarci al massimo per recuperare il consenso delle tantissime persone amareggiate che devono tonnare ad avere fiducia in una proposta autenticamente liberale». 

Che cosa rimane del semestre italiano alla guida dell’Ue?
«Molto poco. Si poteva fare certamente di più».

Immigrazione, austerità tedesca, crisi greca, l’Ucraina e le sanzioni alla Russia. Quali sono le priorità di ‘questa’ Europa? Che cosa la convince e che cosa butterebbe via subito?
«L’immigrazione è indubbiamente una priorità per noi italiani. Ma non per tanti dei partner europei. Vedo un egoismo diffuso, ma non si può pensare di addossare totalmente a noi un problema di queste proporzioni. La Germania, in merito alla Russia, ha posizioni più simili alle nostre. Non così sull’austerity e sulla Grecia. Berlino ritiene il risanamento dei conti pubblici un dogma intoccabile, noi chiediamo il giusto binomio di flessibilità e responsabilità. La crescita economica, a mio avviso, è il tema fondamentale della politica continentale. Un dramma che colpisce soprattutto il nostro paese dove i giovani senza lavoro sono ormai una quota che vale il 42%. Questa è la vera priorità». 

Che cosa si sente di dire, oggi, agli elettori di centrodestra?
«Che nel 2018 si può tornare a vincere. Stiamo lavorando per questo».


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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