SCUOLA | 19 Novembre 2014

Processo da rifare

La Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo ha messo il liceo classico sul banco degli imputati. Iniziativa originale, ma il bersaglio è sbagliato

di ROSSANO SALINI

Originale davvero l'iniziativa della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, che pochi giorni fa al Teatro Carignano di Torino ha inscenato un ''processo al Liceo Classico'', mettendo appunto sul banco degli imputati la più nobile delle scuole italiane, quella che per decenni – volendo usare un'espressione che orami sembra d'altri tempi – ha formato la classe dirigente italiana. Alla fine l'ha scampata, la scuola ideale voluta da Giovanni Gentile ormai quasi un secolo fa, e il giudice Armando Spataro ha sentenziato che «il fatto non sussiste», dopo che il pm Andrea Ichino aveva puntato il dito contro le false pretese di una scuola che ci ha abituati a sottovalutare la preparazione scientifica, mentre l'avvocato della difesa Umberto Eco ne aveva lodato l'ancora attuale utilità.

Ma al di là dell'originalità dell'idea, rileggendo la sintesi delle arringhe contrapposte sorgono molti dubbi sull'impostazione generale del processo, basato su una erronea contrapposizione tra cultura umanistica e scientifica. E forse non stupisce (soprattutto non ha stupito chi scrive, vista la scarsissima stima che nutre per l'avvocato della difesa) il fatto che l'argomentazione migliore per ridare fiato, in un futuro che si spera prossimo, all'intero sistema scolastico italiano, compresa la formazione umanistica oggi assicurata dal liceo classico, sia arrivata dalla pubblica accusa.

A dire il vero, il pm Andrea Ichino ha sollevato due fondamentali questioni, che la forse simpatica ma certo superficiale ironia della difesa non ha saputo cogliere. Una di carattere specifico, sulla formazione classica; e una di carattere generale, sul sistema di istruzione superiore italiano.

La prima riguarda l'insegnamento delle lingue classiche. «Ma perché la nostra futura classe dirigente, o presunta tale, studia per anni il greco e il latino, passa il tempo a fare versioni, e alla fine non parla nessuna di queste due lingue mentre l'inglese o il francese sì?», si chiede giustamente Ichino. E qui il pensiero va a quell'assurdo modo di studiare le lingue classiche che tutti abbiamo sperimentato sui banchi del liceo. Un inefficace metodo deduttivo basato sulla predominanza della grammatica rispetto alla lingua e – vero e proprio orrore – basato sull'idea della traduzione con vocabolario alla mano quale strumento per la comprensione del testo. Come se non fosse evidente dal modo con cui i fanciulli imparano una lingua che l'uso viene prima della grammatica; e come se non fosse evidente che la dinamica corretta della comprensione linguistica comporta che prima si capisce e poi si traduce, mentre è un assurdo dover tradurre per capire (dinamica che è propria di chi non sa una lingua, non di chi la sa). Un metodo di insegnamento che ingiustamente viene indicato come quello ''tradizionale'', visto che è frutto di un'impostazione del tutto moderna, razionale e deduttiva, in contrasto con il vero metodo tradizionale proprio delle scuole umanistiche, basato sull'uso delle lingue latina e greca come lingue vive. Metodo che ancora oggi viene usato, purtroppo in maniera ancora del tutto minoritaria, grazie ai testi del classicista danese Hans Oerberg, diffusi in Italia dalla benemerita Accademia Vivarium Novum. Basterebbe insegnare diffusamente il latino e il greco con questo metodo, e la nostra idea sull'utilità degli studi classici verrebbe considerevolmente modificata.

L'altra importante questione sollevata, si diceva, è di carattere generale, e non riguarda solo il liceo classico: «perché invece di imporre a un ragazzo di 14 anni un menù fisso non glielo si propone invece à la carte, lasciandogli la possibilità di scegliere un po' alla volta quali corsi frequentare?».

Ecco descritto il vero, sostanziale problema di tutta la scuola italiana: l'impostazione centralistica e stato-centrica. Lo stato decide un'istruzione uguale per tutti, e si arrabatta per creare percorsi decisi dall'alto che vadano incontro alle varie esigenze. Quando bisognerebbe non fare altro che rendere il sistema molto più flessibile, basato su autonomia (garantita da un rigoroso sistema di valutazione) e libera scelta di studenti e famiglie, sia per quanto riguarda la scelta dell'istituto da frequentare (la tanto sospirata parità scolastica, che vede l'Italia fanalino di cosa dell'Europa insieme alla Grecia, come dimostrato dal recente Quaderno dell'Associazione TreLLLe), sia per quanto riguarda il proprio curriculum di studi. E qui si vede come l'impostazione di Gentile, dove lo stato decide centralmente tutto per tutti, sia ancora ben presente nel nostro ordinamento, e anche chi si riempie la bocca di antifascismo contribuisce a conservarne in vita la caratteristica più propria, di stato-etico.

Qui sta il nodo da superare. E qui si spiega perché sul banco degli imputati andrebbe non tanto il liceo classico, quando tutto il nostro sistema scolastico. Magari nella figura del Ministero dell'Istruzione, ormai da decenni causa di molti mali.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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