POLITICA | 31 Dicembre 2014

Prodi, il Quirinale e quel viaggio in Russia

Elezione del Capo dello Stato, riforme, divisioni nel Pd: parla Giuseppe Vacca, ex deputato Pci, storico della politica e presidente della Fondazione Istituto Gramsci

di ROSSANO SALINI

C'è un «segnale» da considerare, nell'intricata discussione intorno alla successione a Giorgio Napolitano. E quel segnale è il viaggio in Russia fatto da Romano Prodi a metà dicembre, durante il quale l'ex premier italiano ha incontrato sia il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov, sia il Capo del Cremlino Vladimir Putin. Secondo Giuseppe Vacca, storico del pensiero politico e presidente della Fondazione Istituto Gramsci, è quella una delle chiavi più importanti per valutare la partita del Quirinale, soprattutto nell'ottica di un accordo bipartisan fra Renzi e Berlusconi. «Perché se c'è una cosa che va riconosciuta a Berlusconi – dice Vacca – e che può essere annoverata tra i meriti della sua azione di governo, questa è sicuramente l'intelligenza con cui ha sempre capito che l'Italia non può a cuor leggero porsi in rotta di collisione dal punto di vista geo-strategico con la Russia. E dunque il fatto che alla vigilia della scadenza del mandato di Napolitano Prodi sia andato in visita a Mosca, visita alla quale peraltro – a differenza di quanto successo in Italia – la stampa russa ha dato un grandissimo risalto, è un segnale che potrebbe riguardare anche Berlusconi». E a sentire le cronache di questi giorni pare proprio che Berlusconi abbia recepito il messaggio. Se poi si parla di un Romano Prodi da scartare in quanto candidatura ''divisiva'', Vacca risponde sicuro: «Penso proprio che il Prodi eventualmente presidente della Repubblica non sarebbe certo il Prodi presidente del Consiglio, e in fondo non si comporterebbe in maniera diversa da Napolitano».

 

La figura simbolica e le barzellette dei costituzionalisti

Deputato del Partito Comunista Italiano dal 1983 al 1992, Giuseppe Vacca, pur definendosi ancora oggi «un comunista togliattiano, e quindi gramsciano», aderisce convintamente al Partito democratico, e dice di fare vita di partito da «uomo di base, da semplice tesserato». Guarda con apprezzamento all'agenda del governo Renzi, sferza la Cgil («non è una forza di innovazione e di progresso») e giudica con molto interesse il fermento riformista che sta attraversando la politica italiana in questi mesi. Fermento che deve però avere un punto fermo e stabile, vale a dire «l'impianto bipartisan del tema delle grandi riforme, non solo costituzionali ma anche regolative». Questa è per Vacca «la regola aurea del riformismo». Il Patto del Nazareno viaggia in quella direzione, e «Renzi cercherà di mantenere fino in fondo la linea». Anche per evitare gli errori del passato, perché «se ripensiamo al cosiddetto ''patto della crostata'', non possiamo non ammettere che sia stata una sciagura per il paese, e non solo per colpa di Berlusconi, che quell'impianto sia saltato. E non vedo elementi per cui oggi Berlusconi possa buttare all'aria il patto con Renzi, perché se c'è un errore politico che ha fatto negli ultimi due anni è stato esattamente quello di rompere il proprio partito dissociandolo dal governo».

Certo, il discorso intorno all'elezione del prossimo Capo dello Stato non può essere considerato automaticamente come un capitolo del patto riformista tra Renzi e Berlusconi («penso che su questo non si facciano patti a priori»). Però un dato è certo: «I due contraenti sanno bene che questa è la posta principale. Soprattutto dopo aver scoperto che le cose dette per decenni anche da costituzionalisti importanti sulle funzioni del Capo dello Stato come figura simbolica erano poco più che barzellette. La funzione è forse stata vicina a una figura simbolica fino a che il ''principe'' erano i partiti; ma quando i partiti non lo sono, l'architettura della nostra Costituzione prevede che ci sia una straordinaria responsabilità del presidente della Repubblica».

 

Scissioni nel Pd? Semmai qualche secessione

E a proposito di crisi dei partiti, Giuseppe Vacca guarda con una certa tranquillità ai sommovimenti che hanno agitato il Pd da quando Renzi è diventato il leader. «Quelle che appaiono divisioni o dispute, anche aspre, rispecchiano il problema di un assestamento dei vertici del partito, più che il sentire degli associati e dei simpatizzanti che partecipano alle primarie. Nella vita di base prevale l'unità e il riconoscersi nelle speranze e nelle potenzialità che cadono sulle spalle del Pd in questa fase della politica italiana. Anche nei gruppi parlamentari, sebbene il grosso venga dalla precedente segreteria, il comportamento assolutamente prevalente è di lealtà al governo e al suo presidente, che è anche segretario del partito».

Ma il problema fondamentale è quello della mancanza di unità tra i dissidenti. «Le opposizioni dentro la direzione del partito si sono molto articolate e disarticolare nel corso di un anno. Hanno solo dei rarissimi momenti di iniziativa unitaria, e naturalmente giocando solo di rimessa, cioè valutando in maniera più o meno negativa e critica l'azione del governo. Ma non credo che si possa fare un discorso uguale per tutti. Una cosa è Civati, il quale rappresenta un certo tipo di cultura politica che, se guardiamo alla storia più lunga della Repubblica, possiamo accostare più alla cultura radicale che a quella dell'estrema sinistra. Un'altra cosa invece è Fassina, che ha una posizione da sinistra socialdemocratica classica, e ha sempre motivato con estrema coerenza le sue critiche e le sue dissociazioni sulla base di una visione e di una proposta che possiamo definire neo-keynesiana. Sono due cose molto diverse. E in una tale situazione, più che una scissione è possibile prevedere delle secessioni». Tutt'altra cosa rispetto ai casi di scissione dei partiti viste nella storia della Repubblica. «Un esempio classico nella storia della sinistra – e qui parla il Vacca storico della politica – è la nascita del PSIUP nel 1964. Non a caso fu storiograficamente definito (anzi, autodefinito da alcuni dei suoi maggiori ispiratori) il ''partito provvisorio''. Un partito con una piattaforma complessivamente distinta da quella della maggioranza autonomista del PSI, che stava avviando l'esperienza del centrosinistra. Qui non c'è nulla di paragonabile. E comunque, anche quella scissione, che pure diede vita a un partito che ottenne più del 4%, preannunciava nella coscienza degli stessi dirigenti del partito una confluenza nel Partito comunista, come poi effettivamente si verificò».

 

Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra?

Nella sottovalutazione delle turbolenze del Pd c'è sicuramente la lucida analisi del Vacca professore, ma c'è al tempo stesso anche la voce del Vacca militante del Pd che apprezza Matteo Renzi e la sua agenda di governo: «Abbiamo un'azione finalmente corrispondente alle necessità reali del paese. La principale responsabilità del centrosinistra di questi ultimi vent'anni è stata quella di sapere che la priorità era riformare il sistema di regolazione dell'impalcatura dello Stato, e ciononostante di non averci mai messo mano. Renzi perlomeno ci mette mano. Già levare di mezzo il bicameralismo, comunque lo si faccia, sarà un ossigeno straordinario per il paese».

E alla domanda su chi critica Renzi in quanto non di sinistra, Vacca fa un passo indietro: «Non saprei proprio cosa rispondere. Mi domando: che cosa è di destra e di sinistra oggi? Possiamo rispondere usando lo schema di Bobbio: la sinistra è l'uguaglianza, la destra è la libertà. Ma è uno schema che a mio avviso non connota alcunché, e non so che farmene». Forse la differenza sta nella diversa concezione del ruolo dello Stato? «Rispondo con una domanda: se guardiamo la seconda repubblica sono stati più statalisti i governi dell'Ulivo o i governi di Berlusconi? Sono tutte distinzioni convenzionali che non reggono alla prova dei fatti».

E sull'opposizione ''da sinistra'' a Renzi, Vacca tira una sferzata: «Chi critica ha come riferimento il sindacato, in particolare la Cgil. Bene: possiamo forse dire che oggi la Cgil sia una grande forza di innovazione e di progresso? Dal mio punto di vista direi proprio di no». Quindi «è tutto molto più complicato dello schema banale destra/sinistra». E a proposito di rapporti tra Cgil e Renzi, Vacca esprime un giudizio non certo banale anche sulla disputa intorno alla riforma del mercato del lavoro: «La riforma contenuta nel Jobs Act è il necessario avvicinamento della regolazione del mercato del lavoro italiano a quello degli altri paesi europei. Eliminando l'anacronismo di un'idea del mercato del lavoro che risale in ultima istanza allo Statuto dei lavoratori del 1970. Il quale peraltro già allora era anacronistico, dal momento che portava con sé una compiuta regolazione fordista del mercato del lavoro quando ormai la crisi del fordismo era esplosa. Quello Statuto doveva essere fatto negli anni Cinquanta, insieme all'unificazione dei sindacati».

E per concludere sulla banalizzazione terminologica in politica, Vacca porta un esempio concreto: «Nel 2007, all'indomani del congresso di Firenze in cui sciogliemmo i Ds, parlavo con un tassinaro che conoscevo bene, il quale mi interrogava su cosa stessimo facendo. Alla mia risposta che stava per nascere un nuovo partito chiamato Partito democratico, lui se ne uscì quasi con spavento: ''Democratico?! Quindi democristiano!''».

Ecco, sarebbe bello poter chiedere oggi allo stesso tassinaro un'opinione sull'ipotesi di Romani Prodi voluto presidente della Repubblica da Renzi e Berlusconi messi insieme...


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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