QUIRINALE | 12 Gennaio 2015

Napolitano lascia, ma Prodi non è superpartes

Prodi al Quirinale: la tentazione di Renzi. Ma l’ex premier non è la figura adatta. Milioni di italiani hanno votato contro di lui per ben due volte. Ma lui si prepara all’investitura e sfila a Parigi con i capi di stato

di ROBERTO BETTINELLI

Nella partita del Quirinale c’è una sola certezza: il profilo del candidato chiamato a succedere a Napolitano deve essere superpartes. Ciò che il prossimo capo dello stato deve garantire non è tanto la retorica dell'equidistanza tra i poli, cosa che nemmeno il mite Giorgio Napolitano è riuscito a garantire. Ma il suo ‘surrogato’: la medietà, o giusto mezzo, e cioè la ben nota capacità di non suscitare il netto ed esplicito rifiuto anche solo da parte di uno degli attori principali dell’accidentato e insidioso percorso che conduce all’elezione del presidente della Repubblica. 

La tentazione di candidare Prodi, in Renzi, è davvero forte. Per più ragioni. Entrambi appartengono alla stessa area politica: i cattolici ‘progressisti’ che militano nel Pd. Un’etichetta molto ambiziosa che produce suggestioni nobili e altisonanti, ma che in realtà significa ben poco. Il progressismo’, o presunto tale, è una categoria che identifica molto banalmente gli ex Dc che in virtù del fatto di essere cresciuti politicamente e anagraficamente in città e territori dominati dalla sinistra, hanno sviluppato una concezione dell’impegno politico che non può prescindere dall’alleanza con la cultura che ha origine nel marxismo. 

Prodi ha vissuto e vive nella ‘rossa’ Bologna; Renzi a Firenze, altro feudo della sinistra, dove è stato sindaco e presidente della Provincia. Sia l’uno che l’altro vantano una comune identità che, in una partita difficile e intricata come quella dell’elezione del capo dello stato, li distanzia dagli amici-rivali della sinistra. 

Prodi per ben due volte è stato presidente del Consiglio. E per tutte e due le volte è stato mandato a casa. Nel 1998 ci ha pensato Rifondazione Comunista a mettere fine al governo. Nel 2007 è stata sempre la sinistra a far traballare il Prodi II, indebolendolo al punto che un anno dopo è bastata la spallata di Clemente Mastella per stroncare l’avventura dell’esecutivo. 

A Renzi sta succedendo qualcosa di simile. Nel Pd è nata una minoranza interna che vede in prima fila gli esponenti più autorevoli della tradizione che affonda le sua radici nel Pci, come Bersani e D’Alema, e che si trova molto a suo agio con Sel quando c’è da prendere di mira il premier e il governo. 

Prodi è il candidato ideale di Renzi. E lo è soprattutto per il rapporto che quest’ultimo intrattiene con il potere: viscerale, smodatamente verticistico, personale al punto da cadere nell’accusa dell’egotismo più vanitoso. Se c’è una critica della fronda del Pd difficilmente non condivisibile è che il segretario del più grande partito italiano, quando si guarda allo specchio, vede un uomo solo al comando. Renzi è simile ai tanti leader che ambiscono al potere e che, quando l’hanno ottenuto, se lo tengono stretto e tutto per sé, rifiutando di cederne anche solo una piccolissima parte. Se apparentemente lo fanno, è perché conviene mostrarsi in questo modo davanti all’opinione pubblica. Ma la loro natura è un’altra. 

Prodi, agli occhi di Renzi, è il successore designato di Napolitano. L’ex presidente dell’Iri ha già tentato la scalata al Quirinale. Ma, come tutti sanno, le cose non sono andate bene per lui. Oltre cento franchi tiratori del Pd hanno affossato la sua candidatura alla quarta votazione nell’aprile del 2013 quando bastava il 50% più uno dei votanti. Anche allora furono i deputati e i senatori della sinistra a sbarrare la strada a Prodi che ora però, sovvertendo ogni aspettativa, potrebbe ritentare l’impresa. Una seconda chance che solo il presidente del consiglio in carica può dargli. 

Questo è il punto: se Prodi succederà a Napolitano dovrà ringraziare solo e unicamente Renzi. Ed è questo che il premier pretende dal nuovo capo dello stato. Che gli sia grato, riconoscente e fedele. Prodi, se sarà eletto, non mancherà di rispondere nei modi opportuni. 

Un piano perfetto che però si fonda su una debolezza di fondo. Nonostante la lunga e sospetta militanza nel più grande partito comunista dell’occidente durante la ‘guerra fredda’ e le frasi imbarazzanti pronunciate ai tempi dell’invasione sovietica dell’Ungheria, Napolitano è riuscito nella missione di essere percepito da tutti, o quasi, come una figura superpartes. Il suo secondo mandato è stato il frutto di una trattativa che ha coinvolto l’ex presidente del consiglio Monti, Bersani, Berlusconi e la Lega Nord. 

La sua storia politica ha contribuito non poco al risultato: Napolitano apparteneva alla corrente più moderata del vecchio Pci, i cosiddetti ‘miglioristi’, e all’interno del partito di Togliatti ha sempre avuto un ruolo culturale più che politico tanto che alla fine degli anni ’70 è stato accolto come conferenziere in alcune prestigiose università americane. 

Prodi non può essere né sarà mai un candidato superpartes. Ha guidato la coalizione del centrosinistra in due elezioni combattutissime che hanno avuto come terreno di scontro tutta la nazione. Contro di lui si sono schierati molti esponenti politici del centrodestra che oggi siedono in parlamento e che lo vedono come un avversario odiato e irriducibile. Ma soprattutto contro di lui hanno votato milioni di italiani che ora, solo perché lo chiede Renzi, dovrebbero ricredersi e consegnargli addirittura lo scranno più alto dello stato. 

Napolitano era una seconda linea del Pci, e neanche troppo operativa; Prodi è stato un politico di primo piano e un economista a capo dell’Iri dove, secondo il parere di molti, avrebbe svenduto le migliori aziende pubbliche italiane. Due profili agli antipodi e che sono destinati a restare inconciliabili anche se, come forse spera Renzi, un Berlusconi gravemente difficoltà potrebbe lasciarsi convincere a dare il suo sostegno all’ex rivale in cambio di qualche ‘aiutino’. 

Un dettaglio non deve sfuggire in questa vicenda: domenica 11 gennaio, nella marcia a Parigi contro il terrorismo islamico, c’erano Hollande, Merkel, Netanyahu, Abu Mazen, Cameron e Renzi. E c’era anche Prodi. Che, a differenza degli altri, non è un capo di stato. Non ancora almeno.  


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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