‘’PROCESSO POLITICO’’ | 09 Luglio 2015

Prodi vittima della democrazia, non dei soldi del Cav

Berlusconi condannato a Napoli. «Pagò senatore» per far cadere il Prodi 2. Ma l’esecutivo guidato dall’ex presidente dell’IRI affondò per colpa della sinistra e non per i soldi del Cav

di ROBERTO BETTINELLI

«Un breve, litigioso, interludio del centrosinistra». Così il politologo Gianfranco Pasquino, non certo un intellettuale sospettato di simpatie destrorse o incline a celebrare Silvio Berlusconi, ha descritto il governo Prodi che restò al potere nel biennio 2006-2008 e che cadde, secondo un giudizio unanime, a causa delle continue frizioni interne tra le forze politiche che lo avevano tenuto a battesimo. 

Il processo politico, l’ennesimo, a carico di Silvio Berlusconi, si è concluso con una condanna a tre anni per corruzione. L’accusa rivolta al fondatore di Forza Italia è di aver comprato il voto di Sergio De Gregorio, uno dei cinque senatori che nel gennaio del 2008 non votarono la fiducia a Palazzo Madama provocando la caduta dell’esecutivo guidato dall'ex presidente dell'Iri. 

Quella che Pasquino ha definito la «molto, infelice esperienza di governo di Romano Prodi», in realtà, finì per una sorta di consunzione interna. Il progetto dell’Ulivo era alla seconda edizione, ma alle spalle aveva già dato prova di una «scarsa coesione» al punto che in soli cinque anni gli italiani avevano assistito al turn over di ben cinque maggioranze con relative compagini governative: Prodi I, D’Alema I, D’Alema II, Amato. Il Prodi II, al quale fa riferimento la sentenza dei giudici napoletani, era l’ennesima dimostrazione della pessima tradizione dei governi italiani, caratterizzati da una instabilità che non ha mai avuto eguali nei Paesi più avanzati. Un difetto genetico trasversale e ripetuto, ma che si è accentuato sensibilmente con gli esecutivi del centrosinistra. 

«Nel periodo 1992-2001 si avvicendano in Italia sei presidenti del Consiglio a capo di maggioranze diverse, spesso opposte, qualche volta indefinibili» spiega Pasquino in uno dei suoi libri. Il confronto con ciò che negli stessi anni è avvenuto in Germania, Gran Bretagna, Spagna è assolutamente impietoso. In questi grandi paesi europei si sono succedute due maggioranze e due capi di governo. 

I motivi della ‘fugacità’ degli esecutivi romani sono diversi e possono essere rintracciati nell’approvazione di leggi elettorali che non hanno mai avuto la finalità di determinare con certezza vincitori e sconfitti o nell’impianto del bicameralismo perfetto che complica all’inverosimile l’iter legislativo. Ma non è questo il momento di affrontare una discussione che ci porterebbe troppo lontano. E' da sottolineare però che anche il governo più longevo della storia repubblicana, il Berlusconi II, si è dovuto scontrare con i medesimi problemi superandoli in ben altro modo. 

Analizzando le ricostruzioni fatte da un illustre storico come Giuseppe Mammarella, docente alla Stanford University, si capisce bene come la dichiarazione di Prodi dopo la sentenza napoletana, «sarei ancora premier», appare priva di fondamento. La vittoria del centrosinistra era il frutto di uno scarto irrisorio, poco più di 24mila voti, con la conseguenza che al Senato la maggioranza poteva fare affidamento solo su pochissimi seggi. Prodi, in una condizione di questo tipo, non poteva governare. «I partiti minori approfittavano delle debolezze del governo» spiega Mammarella, disegnando un quadro estremamente difficile dove «sia da sinistra (Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi), sia anche da destra (Udeur e il gruppo attorno a Lamberto Dini) venivano pressioni e condizionamenti». 

Il Prodi II, agli occhi degli esperti e al netto delle vicende giudiziarie che sono emerse nel corso degli anni a seguire, era un’armata Brancalone che aveva messo insieme di tutto e di più per sconfiggere Silvio Berlusconi. Dentro la coalizione c’erano i Ds, i margheritini, Rifondazione Comunista, i mastelliani, i Verdi, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, il gruppo delle ‘minoranze linguistiche’, i Comunisti Italiani e i socialisti radicali della Rosa nel Pugno. 

A tutto ciò si deve aggiunge il costume di alcuni dei deputati meridionali, come appunto Sergio De Gregorio, abituati a muoversi come indipendenti o, per usare un termine tecnico che affonda le radici nella storia parlamentare, come ‘trasformisti’, pronti a trasferirsi da una parte all’altra dello schieramento politico. 

Questa è la storia del Prodi II, un governo che in un Paese normale non sarebbe mai dovuto nascere. Un governo il cui esito drammatico, stando all’illustre politologo Gianfranco Pasquino, avrebbe dovuto innanzitutto «produrre una riflessione sulle inadeguatezze della leadership politica e governativa di Romano Prodi», incapace di operare una sintesi fra le tante e rissose forze che aveva avuto l’ardire di riunire nella coalizione. 

Che Berlusconi sia stato vittima dell’ennesimo atto persecutorio, alla luce di ciò che abbiamo evidenziato, è chiarissimo. Che Prodi, nel biennio 2006-2008, non sia stato in grado di costruire un progetto politico capace di dare un governo al Paese esattamente come era accaduto nel ’96-’98, è innegabile. Come era successo con il primo tentativo, precipitato a causa della decisione di Rifondazione Comunista di togliere l’appoggio esterno, anche nel ‘secondo giro’ era stato Bertinotti a far mancare la stabilità a causa delle divergenze sulla materia del welfare mentre il colpo di grazia era arrivato dal ministro della Giustizia Clemente Mastella dopo l’inchiesta giudiziaria che aveva colpito la moglie Sandra Lonardo, finita agli arresti domiciliari. 

Berlusconi, dopo la sentenza di Napoli, ha dichiarato in merito alla condanna: «Un processo solo politico costruito su un teorema accusatorio risibile». Parole a nostro avviso condivisibili e alle quali, sulla scorta della convinzione degli avvocati difensori, facciamo seguire l'augurio di una pronta e serena prescrizione. 

Prodi, dal canto suo, ha detto che «il danno non è stato alla mia persona ma alla democrazia». La nostra impressione è che abbia perso, ancora una volta, una buona occasione per tacere. I fatti non gli danno ragione. E’ stata la democrazia a farlo diventare presidente nel Consiglio nel 2006 per uno sputo di voti. Ed è stata la democrazia a mandarlo a casa dopo soli 722 giorni. Sempre per uno sputo di voti.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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