BASTA SLOGAN | 19 Settembre 2018

Tagliare il parlamento, Di Maio come Renzi

Non ci sono i soldi per il contratto di governo, ma Di Maio attacca il ministro Tria usandolo come capro espiatorio. Poi si inventa il taglio di un terzo dei parlamentari per distrarre gli italiani dalle mancate promesse. Lezione già vista con Renzi

di ROBERTO BETTINELLI

Reddito e pensione di cittadinanza, flat tax, il grande piano di rilancio delle infrastrutture, il blocco dell’aumento dell’Iva e ora anche il taglio di 345 parlamentari. Di Maio non si dà tregua. E soprattutto non ne dà agli italiani costretti a misurarsi quotidianamente con una successione compulsiva di messaggi ad effetto. Stando al vice premier del Movimento 5 Stelle, lo stato italiano dovrebbe sbancarsi pur di varare una legge di bilancio in linea con le attese sollevate dal contrato di governo. Più cauta la Lega che non lesina azioni di pressing sul ministro dell’Economia Tria mantenendo un profilo meno ostile e barricadero.

I tecnici di via XX Settembre dovrebbero, per onorare il contratto gialloverde, recuperare una cifra di 30 miliardi. La metà dei quali destinati all’Iva e alle spese correnti. Un quadro molto misero, che contrae di molto l’entità degli interventi, indebolendo il capo politico dei grillini che ha bisogno di incassare dosi ingenti di consenso. Un bisogno che per Salvini non appare così impellente dal momento che sulla partita dell’immigrazione sta conducendo una battaglia molto convincente, per quanto non sia riuscito ancora a riscrivere una sola delle convenzioni europee che disciplinano la materia. Condizione irrinunciabile, questa, per ottenere soluzioni durature e in contro tendenza rispetto al recente passato.

Di Maio finora ha dato segnali che sono stati giudicati troppo timidi dal proprio elettorato, concentrato nel Sud Italia, e che di certo non produrranno posti di lavoro o vantaggi concreti. Da iniziative come il decreto Dignità o dalla decisione di chiudere i negozi la domenica è lecito aspettarsi, semmai, un calo dell’occupazione. Rendere i contrati più cari e onerosi, infatti, non incentiva affatto l’occupabilità delle persone. Come del resto ridurre i ricavi delle imprese del commercio. Di Maio sa di non avere più molto tempo a disposizione. I mesi si accumulano e di risposte efficaci l’esecutivo non ne ha date, anzi, è riuscito solo a peggiorare solo la situazione dei conti pubblici a causa dell’innalzamento dello spread e degli interessi che l’Italia è costretta a pagare sul debito pubblico. Il motivo è noto e l’ha ben spiegato Mario Draghi: troppe le dichiarazioni caotiche e ‘fuori contesto’ dei ministri che spaventano gli investitori presentando l’Italia come un Paese dove i capitali e le aziende non possono trovare un contesto chiaro e ordinato.

Ma i soldi, per fare tutto quello che è stato promesso in campagna elettorale, non ci sono. Se non sfondando il tetto del deficit. Ipotesi che il ministro Tria si ostina a non ritenere valida proprio per gli effetti disastrosi che avrebbe sul debito e sulla tenuta dei conti pubblici.

Insomma, il capo politico dei 5 Stelle si è infilato in un cul de sac dal quale sta tentando di uscire individuando un caprio espiatorio, il collega di governo non considerato all’altezza del compito, e giocando la carta sicura della lotta alla casta con l’annuncio di voler tagliare 345 parlamentari. Un argomento che ‘tira’ sempre, e che ha una intrinseca sensatezza, se non venisse utilizzato in modo strumentale con il fine di fornire un ripiego comunicativo in un momento in cui stanno emergendo le lacune di una vittoria elettorale strappata a forza di slogan.

I soldi per realizzare le promesse non c’erano prima e non ci sono ora. Invece di inventarsi delle storie e creare ad arte delle distrazioni Di Maio dovrebbe raccontare le cose come stanno. A ciò si aggiunge il fatto che il taglio di un terzo dei parlamentari imporrebbe una perdita di rappresentanza dei territori. Insomma saremmo in presenza di un mutamento radicale delle possibilità di esercizio della democrazia, che risulterebbero ulteriormente delimitate in quanto la riduzione dei parlamentari non può che rafforzare le segreterie dei partiti. La conseguenza è un aumento della concentrazione del potere. Non che il popolo italiano non possa decidere in tal senso, ma è evidente che si tratterebbe di un cambiamento così importante da richiedere quanto meno un referendum popolare. L’intero assetto costituzionale della nazione, infatti, ne sarebbe profondamente scosso.

L’ultimo che ha tentato un’impresa simile, Matteo Renzi, ci ha rimesso la carriera. E’ del tutto evidente, quindi, che gli attuali governanti non commetteranno il medesimo errore. Il taglio dei parlamentari, annunciato brutalmente e senza un vero metodo di salvaguardia della democrazia, diventa allora il ‘bene rifugio’ di quei leader politici che sono in affanno davanti all’opinione pubblica e che non trovano di meglio da fare che sollecitare la naturale ostilità verso la ‘casta’. Una magra soddisfazione per chi è alla guida del Paese da sette mesi e, a conti fatti, ha combinato ben poco.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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