UCRAINA | 10 Febbraio 2015

«Putin è un partner, non un nemico»

Crisi Ucraina, la tensione a un passo dal conflitto. Italia esclusa. Aldo Ferrari, esperto dell’Ispi: «Subito cessate il fuoco e riconoscimento dello status quo: autonomie nel sud-est e annessione Crimea»

di ROBERTO BETTINELLI

La crisi ucraina ad un passo da una guerra che potrebbe risucchiare anche la Nato e i Paesi dell’Unione Europea. Francia e Germania trattano per conto dei Paesi membri mentre l’Italia, fortemente colpita dalla sanzioni, sta a guardare dalla finestra. Il presidente ucraino Petro Poroshenko chiede l’aiuto della comunità internazionale mentre il Paese è sull’orlo del baratro. Lungo i confini orientali continuano gli scontri armati e la fuga dei profughi. L’Ucraina è allo sfascio ma l’Unione Europea non è in grado di sobbarcarsi il peso del rilancio economico. Putin mostra i muscoli e mira al riconoscimento dello status quo. Angela Merkel e Francosi Hollande hanno predisposto un piano di 12 punti che recepisce la richiesta di autonomie delle regioni orientali ucraine e una fascia di sicurezza di 70 chilometri lungo il confine. Il presidente russo, nonostante l’ostilità degli Stati Uniti che hanno annunciato l’invio di aiuti militari qualora la diplomazia fallisse, tratta da una posizione di forza. Per capire che cosa è successo e che cosa può ancora succedere dentro una crisi che sembra peggiorare di ora in ora abbiamo intervistato Aldo Ferrari, docente ed esperto di relazioni internazionali dell’Ispi di Milano. 

L’Europa rischia davvero la guerra con la Russia?
«Tutti gli indicatori escludono una ipotesi di questo tipo. Non è proponibile una guerra contro la Russia che è una delle grandi potenze nucleari del pianeta. Nemmeno durante la contrapposizione bipolare e ideologica della guerra fredda siamo arrivati a tanto. Quando c’era il comunismo la deterrenza nucleare ha sempre funzionato scongiurando la terza guerra mondiale. A mio avviso continua a farlo oggi anche se l’Urss non esiste più. Ed è indubbiamente un bene per tutti». 

Obama ha detto di essere pronto a «valutare le armi se fallisce la democrazia»…
«Gli Americani hanno commesso molti errori. L’hanno fatto in Iraq e in Siria. Lo stanno facendo con la Russia. Il rafforzamento dell’esercito ucraino è già in atto e si tratta di un passo falso che ha come unica conseguenza l’innalzamento della tensione. La sproporzione militare fra Kiev e Mosca è tale che risulta inutile ogni sforzo di rendere Kiev più attrezzata per sostenere il conflitto. Solo un intervento diretto degli Usa e della Nato potrebbe riequilibrare la situazione sotto l’aspetto bellico». 

Hollande e la Merkel stanno facendo tutto il possibile?
«Hollande sta dimostrando di non essere un grande presidente all’altezza della storia francese. Non mi stupiscono le sue uscite sui media con toni duri e perentori. Credo che le sue frasi siano motivate dallo scarso consenso interno intorno alla sua leadership. Vuole aumentare il proprio prestigio e, forse, anche la propria autostima. Angela Merkel è molto più essenziale, chiara e tesa verso un traguardo razionalmente perseguibile. Certamente è in atto un riavvicinamento franco-tedesco che mi sembra un aspetto molto importante e che ci riporta indietro di qualche anno. Ma è positivo. Allora l’Europa poteva contare su una guida più sicura». 

L’Italia brilla come la grande esclusa dal negoziato…
«L’esclusione dell’Italia è sotto gli occhi di tutti. Il nostro Paese conta sempre meno nello scenario internazionale. Viviamo una crisi economica devastante e non abbiamo peso politico da far valere in ambito negoziale. In più, nel caso specifico, l’appiattimento della linea Renzi-Mogherini sulla politica antirussa dominante ci ha privato della sola posizione autonoma che potevamo rivendicare. Se c’è un Paese che in Europa ha sempre potuto contare su buone relazioni con Mosca, era proprio l’Italia. Ma la linea fortemente sostenuta da Berlusconi è stata soppiantata dopo il cambio di governo».

Il ministro degli esteri inglese Philipp Hammond ha descritto Putin come «un tiranno» per il suo atteggiamento verso il popolo ucraino…
«Se l’Italia occupa una posizione marginale, la Gran Bretagana non è da meno. Ma gli inglesi hanno sempre tenuto una linea avversa a Mosca mentre per noi la Russia ha sempre rappresentato una sponda importante sotto il profilo economico». 

Qual è il piano di Putin?
«Putin è impegnato in un gioco molto rischioso. E’ un leader abile e furbo. A differenza dei governi occidentali è in grado di decidere in prima persona la strategia del suo governo. Deve mediare ben poco. Ma resta il fatto che la Russia è isolata diplomaticamente ed è colpita da una crisi economica fortissima che durerà a lungo. In una situazione di questo tipo l’idea di sostenere un conflitto prolungato è poco credibile». 

Ma la Russia è dalla parte di Putin…
«Il sentimento dell’opinione pubblica russa giustifica a a larghissima maggioranza le rivendicazioni del Cremlino verso la Crimea e l’Ucraina orientale. Ma ormai siamo andati troppo oltre, è arrivato il momento che anche Putin si accontenti. E l’Europa deve fare altrettanto».

Le sanzioni sono state efficaci?
«Le sanzioni possono avere un certo peso nella fase interlocutoria di una crisi democratica, ma non hanno mai spaventato nessuno. Non hanno fermato né Mussolini ai tempi della guerra di Abissinia, né più recentemente Saddam Hussein. Dissestano l’economia senza produrre alcun vantaggio pratico. L’Europa lo sta sperimentando sulla sua pelle. E’ stato un errore affidarsi a questi strumento e ciò che colpisce è che il risultato era ampiamente prevedibile». 

L’Europa e la Nato hanno delle responsabilità nella rottura con la Russia?
«Il dialogo va rinnovato su basi più ampie. E’ l’opportunità, forse l’unica, che ci rimane. Discutere del destino dell’Ucraina rende possibile ridiscutere tutto il rapporto fra la Russia e l’Europa che non ha mai tenuto in considerazione le opinioni e i desiderata di Mosca. Bruxelles e la Nato hanno sempre proceduto con le loro mosse come se ciò fosse giusto a prescindere da qualsiasi reazione. La Nato ha continuato ad ampliarsi sapendo che Russia era contraria. L’Unione Europea ha sposato la causa ucraina con una rapidità che ha impedito si spiegare bene ai cittadini dei Paesi membri che Janukovych era un uomo corrotto eletto solo con il 53% dei voti e che il Paese era spaccato al suo interno». 

Che cosa deve fare ora l’Unione Europea?
«Unione Europea e Russia non devono concepire le loro relazioni dentro un gioco a somma zero: ciò che prende uno, perde l’altro. Devono piuttosto capire che non è possibile restare indifferenti ai segnali di disagio e provvedere perché l’interlocutore non resti deluso. L’unilateralità non permette di raggiungere alcun risultato utile. Questo vale per la crisi attuale e per il futuro». 

Qual è il limite che la Russia non può superare?
«La Russia ha già superato ogni limite possibile e immaginabile. Quando si inviano esplicitamente interi reparti e non singoli volontari con il fine di sostenere i separatisti, significa che abbiamo già valicato il limite della coesistenza. A Putin è stato concesso molto. Ora deve accontentarsi di ciò che ha conquistato. Che non è affatto poco. Mi riferisco all’annessione unilaterale della Crimea che a mio avviso è legittima sul piano storico ma non sul quello giuridico. E mi riferisco anche alla dichiarazione di autonomia della regione del Donbass». 

Come si deve comportare Bruxelles verso gli Stati Uniti?
«Meglio avere posizioni distinte con gli Stati Uniti piuttosto che sbagliare insieme come è stato finora. Gli Usa hanno un atteggiamento ostile contro la Russia come se fosse ancora l’Unione Sovietica e non sembrano rendersi conto che dopo la guerra fredda il loro più grande avversario è Pechino. Spingere la Russia nelle braccia della Cina è un errore strategico. L’Europa, in ogni caso, ha altri interessi e deve muoversi coerentemente per tutelarli». 

Qual è la prima cosa da fare per non far precipitare la situazione in modo irreversibile?
«Il cessate il fuoco è l’obbiettivo primario. Ma perché si arrivi a questo serve una visione più chiara a livello generale. La Russia non si ritirerà dalla Crimea e non cesserà di appoggiare i separatisti. Europa e Usa devono fare lo sforzo di riconoscere lo stato di fatto. Non si può escludere una federalizzazione dell’Ucraina che nonostante le ricostruzioni propagandistiche non è mai stato un Paese davvero unito. E’ l’unica soluzione di lunga durata. Kiev deve concedere autonomie territoriali, linguistiche e amministrative nelle regioni del sud est del Paese caratterizzate da un forte popolamento russo. Quanto alla Crimea, è un territorio storicamente legato alla Russia». 

Quanto è pesata finora l’assenza di un esercito europeo?
«Una diplomazia senza esercito è meno efficace. Ma corrisponde alla realtà dell’Unione Europea che non è in grado di esprimere una omogeneità tale da dotarsi di proprie forze armate. I Paesi membri non vogliono sostenere i costi che sarebbero enormi. L’Europa è disunita. Lo è nella mentalità e lo è, conseguentemente, nella diplomazia. Nel caso specifico credo però che l’assenza di una forza militare europea sia stata un bene per tutti».

L’Ucraina è così importante per l’Europa da giustificare il rischio di una guerra?
«L’Ucraina non è una democrazia. Almeno non come la intendiamo noi. E’ un Paese che vive nel caos, sotto il peso di una corruzione enorme, in balia di oligarchi che altro non sono che gli ex gerarchi comunisti arricchiti in modo discutibile. Non parliamo certo della Danimarca e della Svizzera. L’Ucraina si sta sfasciando. Il rilancio economico è improbabile e non è ancora chiaro quanto costerà. Non si sa nemmeno se sarà possibile. L’operazione, allo stato attuale, non può che gravare sull’Unione Europea. I vertici politici di Bruxelles, invece di sostenere intransigentemente l’Ucraina, dovrebbero discuterne il futuro insieme alla Russia. Non c’è un’altra alternativa ai campi di battaglia». 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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