CAMBIAMENTI | 30 Giugno 2015

Quale miracolo a Milano

Tra nuovi quartieri e spazi riqualificati, il capoluogo lombardo rinasce, e torna ad essere una meta ambita. Il tutto accade nel vuoto della politica cittadina, spettatrice muta dei cambiamenti in atto. In attesa che qualcosa cambi

di DUCA LAMBERTI

Chi vive a Milano in questa estate ventilata non può che essere contento. Succedono tante cose, aprono nuovi spazi, in generale si sta bene. L’Expo ha portato aria internazionale, orgoglio, turismo, tante cose da fare e un ottimo argomento di conversazione. Ti chiamano da fuori (“cosa mi consigli di vedere? Dove vado a dormire? E a Milano cosa posso vedere?”), ti chiedono consigli, Milano è diventata una meta ambita, ricercata, glamour. Il nuovo quartiere di Porta Nuova, con le torri Unicredit, il Samsung district, Corso Como e il campo di grano è un generatore di intrattenimento, cultura, nuovi modi di vivere gli spazi pubblici. Non serve il locale di tenenza o la movida, ci si ritrova in una piazza a guardare in su, a fotografare e riempire i social di viste moderne, curve di vetro e acciaio, spighe e alberi arrampicati sui grattacieli. La Darsena rappresenta un altro nuovo luogo di Milano, un successo al di là di ogni aspettativa: passeggiare sulla riva guardare il piccolo specchio d’acqua con un fascino antico e moderno, senza nient’altro che il genius loci come attrattiva. Basta poi che una sconosciuta associazione buddhista dichiari di voler mettere in acqua alcune lanterne per una festa religiosa tradizionale per raccogliere 80mila persone, mandare in tilt la zona, e vedere immagini da finale dei mondiali. Il Corriere della Sera ha giustamente parlato di nuovo “miracolo a Milano”: miracolo perché, abituati a guardare (e pensare) che le cose le fanno succedere i politici o le istituzioni, ci si sorprende che qui accada, proprio quando politici (e istituzioni) sono deboli, debolissime, praticamente assenti. Il successo della città rende ancora più evidente l’inadeguatezza dei suoi governanti.

Se ne è accorta persino Repubblica, tradizionalmente vicina alla Giunta Pisapia (quasi un house organ) elencando tutti i progetti del “vorrei ma non posso” degli ultimi quattro anni: dal quartiere Adriano, dove, “sventata la speculazione edilizia” (che significa: cacciati via gli investitori privati) il Comune dovrebbe farsi carico di realizzare servizi che mancano, ma realizza solo abbandono e degrado. O le aree di Porto di Mare (a sud) o della Bovisa (a nord), dove sotto la bandiera del “verde” o del “sociale” di fatto non è partito nemmeno un progetto di recupero di aree dismesse e inquinate. Ci si sta provando con un non ben identificato “fondo” che raccolga soldi pubblici e finanziamenti comunitari (ancora pubblici) per realizzare progetti la cui redditività (se mai ci sarà) alimenterà le casse del fondo. Tanti auguri.

Ancora più impietosa l’analisi di Giangiacomo Schiavi, giornalista che di Milano conosce anche le curve più nascoste. Secondo la sua analisi, ci sono tre città senza Milano. Una è la città metropolitana, ente in default ancora prima di nascere, che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello di Pisapia e della sinistra meneghina ma non ha fatto i conti con il realismo dei servizi: la gestione dell’Idroscalo, ad esempio che richiede manutenzione del verde, pulizie, ecc. e che ancora oggi non si sa chi vi dovrà provvedere: se Pisapia Sindaco di Milano o Pisapia Sindaco Metropolitano… La seconda è la città che nascerà dopo l’Expo nei terreni infrastrutturati e lasciati liberi dai padiglioni. Quattro anni di governo della società proprietaria (Arexpo) non sono stati sufficienti per sciogliere il bandolo: e mentre il Governo, attraverso Cassa Depositi e Prestiti intende entrare da protagonista della partita, e l’Università Statale e la Camera di Commercio di Milano stanno disegnando futuribili cittadelle della ricerca e dell’innovazione, Arexpo assegnerà, forse entro luglio, un incarico di studio sul futuro dell’area. Fuori tempo massimo.

La terza è la città della Salute, progetto fortemente voluto dal Presidente Formigoni, che prevede il trasferimento di due IRCCS (l’Istituto dei Tumori e il Neurologico Besta) da Città Studi a Sesto san Giovanni, con 400 milioni di investimento in dote. Anche qui nessun colpo battuto dalla Giunta milanese: né quando fu assunta la decisione di far “volare via” due eccellenze scientifiche cittadine, né quando l’inchiesta che travolse Infrastrutture Lombarde mise a rischio il progetto, né ora, almeno per definire cosa succederà a Città Studi, dove sembra che gli “studi” debbano traslocare, ma ancora non si capisce che “città” rimarrà.

Il miracolo milanese quindi è la scoperta che, in assenza della politica, ci sono delle cose che possono succedere, e constatare che alla politica basta chiedere il realismo nel vedere nel concreto quello che accade, il sostegno a ciò che nasce dal basso e la capacità di visione ideale per scegliere e per governare le conseguenze. Sarebbe già un buon punto di partenza, nella campagna elettorale che sta cominciando.


DUCA LAMBERTI

Nato negli anni Settanta a Milano, medico fallito, pregiudicato, questurino suo malgrado, tutto sommato un tipo poco raccomandabile. Innamorato di sua moglie, dei suoi figli e della sua città, che osserva da dentro e aspetta che diventi grande.

Twitter: @DucaLamb

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