SCENARI | 23 Novembre 2016

Quale rapporto con la Russia di Putin?

La Russia non è una democrazia liberale. E in politica estera la doverosa tutela degli interessi economici italiani ed europei non deve ecludere la promozione della libertà

di LUCA PIACENTINI

Ha ragione da vendere chi difende le ragioni delle nostre imprese e sostiene che le sanzioni alla Russia danneggiano soprattutto gli attori economici italiani, che puntano sull’eccellenza ed esportano prodotti di qualità, soprattutto fanno in proprio lavoro e non premono i bottoni nelle stanze del potere. 

I legami economici tra Roma e Mosca sono importanti, e le scelte di politica estera devono tenerne conto, senza cedere ad un ingenuo idealismo democratico e non per questo essere accusati di indulgenza verso un regime illiberale. Sarebbe inoltre non solo miope ma anche irresponsabile ignorare che l’approvvigionamento energetico dell’Europa dipende in buona parte dalle scelte russe e che Mosca è, volenti o nolenti, un interlocutore obbligato. 

Centrano il problema pure coloro che sottolineano gli errori di Barack Obama in politica estera, soprattutto nel disimpegno sul Vecchio continente e nell'avere lasciato che i rapporti con Mosca si raffreddassero progressivamente. 

Diciamolo: non hanno torto neppure gli analisti che sottolineano il dinamismo e le capacità di muoversi sullo scacchiere internazionale di Vladimir Putin, che ha mostrato di sapere difendere egregiamente gli interessi nazionali, probabilmente meglio di altri grandi leader. Ebbene: nonostante tutti questi distinguo, guardando al modo in cui si raccontano le ‘cose russe’, forse non si riflette abbastanza sul fatto che Mosca, purtroppo, è ancora sostanzialmente un regime non libero (o libero solo in parte), insomma, tecnicamente molto simile a quella che si chiama autocrazia (secondo gli indicatori di Freedom House e i più utilizzati dagli studiosi), anche se con tratti tipici di una democrazia incompiuta.  

Putin è salito al potere scalando le macerie lasciate delle riforme economiche e istituzionali post sovietiche incompiute di Boris Eltsin. Ha traghettato Mosca fuori dal caos, esautorato avventurieri e oligarchi, promosso modifiche istituzionali tali da rimettere il potere saldamente (e in modo prolungato) nelle mani del Cremlino e di se stesso, visti gli enormi poteri di veto e di legiferazione assegnati al presidente, privi degli adeguati contrappesi rispetto agli altri organi, elettivi e non. Gestisce le imprese pubbliche secondo quella che è forse una delle più radicali versioni del capitalismo di stato, dove la ‘borghesia di regime’ è composta da burocrati con incarichi politici e insieme compiti dirigenziali. 

La Russia respinge le categorie della democrazia liberale e anzi, negli ultimi anni ha dimostrato di concepire la propria presenza nel mondo in funzione di una logica di crescente potenza, tentando di frenare le spinte democratiche nei paesi che orbitavano nella galassia sovietica (vedi il caso dell’Ucraina) e mostrando i muscoli ad ogni istanza di allargamento della Nato. La retorica a caccia di consenso segue la linea: orgoglio nazionale e difesa della patria dal ‘nemico’, che vorrebbe una Russia docile e remissiva. 

E’ chiaro, la Russia, come la Cina, è una grande potenza, e la solo parziale, timida diffusione interna di meccanismi democratici, è per molti destinata ad infrangersi definitivamente contro le difficoltà geopolitiche, per cui il fatto stesso di possedere una grande area di forte influenza concorrerebbe ad imprigionare le elite di governo in una visione necessariamente autocratica del regime, la cui democratizzazione verrebbe vista come una sconfitta e, al limite, la fine della stessa grande potenza. 

In questi giorni si fa un gran parlare di Donald Trump neo presidente eletto e di come intenderebbe ‘normalizzare’ i rapporti tra Washington e Mosca. Anzitutto è da vedere cosa significherà questa espressione nei fatti, come l’intento dichiarato si tradurrà in azioni concrete, visto che è impensabile uno stravolgimento tout court delle logiche di potere che da decenni contrappongono i due scacchieri. 

Inoltre è bene non dimenticare che compito di un grande leader del mondo occidentale è duplice: da un lato difendere gli interessi dei propri cittadini, dall’altro promuovere la democrazia liberale. Anche nella relazione con le grandi potenze, in particolare Russia e Cina. E’ difficile o improbabile ottenere risultati? Certo. Ma gli ostacoli non possono far dimenticare che il mondo non è tutto libero e che gli spazi dove le restrizioni sono ancora forti e diffuse sono enormi.  

Il nazionalismo universalistico di promozione della libertà degli Stati Uniti è storicamente intriso di queste idee, che hanno pervaso con accenti diversi tutti gli schieramenti politici interni, ed sembra poco probabile che, nonostante il proverbiale pragmatismo, Trump esca dal solco. 

Ma che tipo di valori promuoveranno i leader europei? Come si muoveranno nei prossimi anni in politica estera? Di sicuro dovranno tenere conto di entrambi gli elementi, inscindibilmente collegati: interesse nazionale e promozione della libertà. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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