LE ULTIME PAROLE FAMOSE | 11 Febbraio 2016

Quando Renzi diceva: al governo senza elezioni, ma chi me lo fa fare?

Renzi festeggia due anni da premier. Mostra slide, snocciola dati e si fa lo spot. Meno male che proprio ventiquattro mesi fa diceva: al governo senza elezioni, ma chi me lo fa fare?

di LUCA PIACENTINI

Il governo Renzi compie due anni. La domanda è: un governo di emergenza è opportuno che festeggi? In politica la celebrazione delle ricorrenze è spesso legata alle "promesse mantenute", qualcosa che chi è stato eletto a guida di un organo esecutivo, sia esso nazionale, regionale o locale, non vede l'ora di mostrare agli elettori con report, grafici e tabelle. Anche il premier Renzi snocciola dati e mostra slide, una carrellata a cui non manca nulla. Immaginiamo che si tratti dei contenuti di un ipotetico programma elettorale: ebbene, quando mai é stato giudicato dagli elettori? Quando mai l'ex sindaco di Firenze si è candidato da leader del Pd per guidare il paese promettendo quegli interventi e chiedendo la fiducia dei cittadini? Si dirà: ha vinto le primarie del principale partito di governo. Sì, ma non è sufficiente per mettersi alla testa di un esecutivo politico, che oggi è tale in quanto protrattosi ben oltre la gestione dell'emergenza. Se così non fosse, se ai governi bastassero le primarie di partito, che come si spiega in democrazia l'esistenza delle elezioni? 

Nei regimi parlamentari i partiti influenzano la formazione dei governi. Dalle loro scelte, e soprattutto dai loro leader, dipendono nomi e volti degli esecutivi. E non si dica con la solita pedante distinzione in punta di diritto che però tralascia la sostanza, che per la Costituzione italiana il presidente del Consiglio non è eletto dal popolo. Lo sappiamo. Ma allora perché non si fa una campagna elettorale in cui il leader del partito dice: cari elettori, votate me e il mio partito, ma fate attenzione che non è detto che decida la composizione o il capo del governo. Secondo voi, in quanti andrebbero alle urne? In un regime parlamentare sano e rispettoso della volontà popolare, la legittimazione di diritto legata alla nomina del presidente della Repubblica e alla fiducia del Parlamento è preceduta dalla legittimazione di fatto del front-runner (per usare un termine di moda in tempi di primarie americane) nella cabina elettorale. 

Anche se proponeva una semplice consultazione interna al partito (che nella sostanza non avrebbe però risolto il problema), la necessità di una nuova legittimazione dell'esecutivo-ormai-governo-politico l'aveva già indicata otto mesi fa Alfredo D'Attorre, ex PD oggi deputato di Sinistra Italiana. Davanti ai dissensi che laceravano il gruppo parlamentare, all'epoca il voto sulla riforma della scuola, D'Attorre poneva la questione di una legittimazione dal basso del programma. 

D'altronde, almeno stando alle dichiarazioni, lo stesso Matteo Renzi mostra di mettere al primo posto la legittimazione popolare quando invoca le primarie per il presidente della Commissione Ue o quando, esattamente due anni fa, intervistato ad Agorà sulla possibilità che andasse al governo senza elezioni diceva: ma chi ce lo fa fare? 

Già: chi ve lo fa fatto fare? Soprattutto: è giusto che un governo nato e cresciuto in un contesto di 'emergenza' riformi la costituzione, cambi la legge elettorale, elegga organi decisivi per lo Stato e vari provvedimenti che lacerano il parlamento e il paese (vedi: ddl Cirinnà), e lo faccia ora con Ncd (l'intero arco delle cosiddette riforme), ora con i Cinquestelle (l'elezione dei giudici della Corte costituzionale), oggi con i verdiniani? È con le maggioranze variabili (minoranze trasformate opportunisticamente secondo necessità) che si cambia il paese o con maggioranze ampie, stabili, nate da intese strutturate e, soprattutto, volute dagli elettori? 

Il presidente del Consiglio 'non eletto' che predica a Bruxelles legittimazione popolare è il sintomo più evidente del cortocircuito in cui sono finiti la politica, il suo linguaggio e l'opinione pubblica italiana. C'è un solo rimedio: staccare la spina e tornare alle urne quanto prima.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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