TECNOCRAZIA | 26 Novembre 2014

Quanto fascismo nell’app salutista

Dall’America arriva un’applicazione per smartphone che misurerà la nostra salute a beneficio delle assicurazioni

di RICCARDO CHIARI

Nel film d’animazione “Wall•E” (Pixar, 2008), è rappresentata un’umanità flaccida e grassoccia trasferitasi “temporaneamente” a bordo di un’immensa astronave.

Gli esseri umani stazionano a milioni di km dalla Terra in attesa che questa, ridotta a un gigantesco contenitore di rifiuti dove continue tempeste di sabbia rendono l’esistenza impossibile, sia di nuovo pronta a ospitare la vita. Quando giunge la notizia di una pianticella cresciuta sul suolo terrestre, il computer di bordo, che nel frattempo ha preso il vero possesso dell’astronave, cercherà in ogni modo di impedire agli uomini il ritorno al loro pianeta d’origine. Motivo? Gli uomini sono fonte di pericolo per se stessi, vanno controllati.

Il tema delle macchine che, guadagnata una propria coscienza e autonomia decisionale, si ribellano all’uomo è un argomento trattato in diverse opere letterarie e cinematografiche. In alcuni casi (Terminator, Matrix, Battlestar Galactica) l’obiettivo è quello di sbarazzarsi dell’umanità o sfruttarla per un proprio tornaconto personale. In altri (Wall•E; Io, Robot) lo scopo di tale ribellione è un fraintendimento di ordini precisi imposti dai programmatori stessi alle macchine per garantire la propria incolumità. Questo secondo caso è ancor più interessante del primo, dal momento che descrive come un presupposto di per sé positivo, ovvero “il dovere di proteggere gli esseri umani” possa portare ad esiti negativi. L’eccesso di protezione si tramuta in una specie di prigione seguendo una logica per cui gli uomini, in quanto soggetti dotati sì di raziocinio, ma anche di molto altro, come il sentimento, i desideri e le passioni, rappresentino per se stessi una vera e propria minaccia dalla quale è necessario, obbedendo appunto agli ordini di programmazione, difenderli.

Viene da stupirsi dunque se si considera che, a fronte di numerosi esempi letterari e cinematografici tesi a mettere in guardia sui rischi di una concezione riduttiva dell’essere umano, in diversi frangenti si mostri una cieca ottusità nell’erigere a sistema tale concezione.

È il caso della disgraziata applicazione per smartphone, che presto debutterà negli Stati Uniti, in grado di monitorare la quantità di sigarette fumate, la qualità e quantità di cibo ingerito nonché le ore di sonno trascorse.

Quest’app salutista e insopportabilmente moralista, chiamata Health Pact, ossia “patto di salute”, sarà “offerta” dalle compagnie assicurative ai propri clienti in cambio di forti sconti sulla polizza sanitaria. In alcuni casi lo sconto previsto può raggiungere i 1.300 dollari, rappresentando così un forte incentivo in un mercato come quello americano dove le assicurazioni sulla salute presentano spesso costi proibitivi.

Ma presto, a quanto pare, si potrà vedere anche in Europa l’ingresso di Health Pact. A dirlo è il fiero Mario Greco, numero uno di Generali, intervistato dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. Dall’anno prossimo il Gruppo porterà l’applicazione sul mercato tedesco in via sperimentale (aggettivo che suona tragicamente calzante), dando ai propri clienti la possibilità di provarla. Per una volta l’Italia è in testa alle “magnifiche sorti e progressive” dell’Europa, allegria! E sempre l’illuminato Mario Greco spiega: «Così rafforziamo il rapporto con i clienti e influenziamo positivamente il loro comportamento. I clienti più sani sono i migliori per noi».

Di fronte a tanta candida ingenuità cascano le braccia e ci si scoraggia nel dover tentare di spiegare quanto il principio nascosto dietro quest’apparentemente logica soluzione sia in realtà molto rischioso.

Posto che l’improvviso attacco di filantropia del Ceo di Generali nei confronti dei cittadini tedeschi desta qualche sospetto, e che, ad essere cattivi, sarebbe interessante soffermarsi sugli interessi meramente economici legati a questa iniziativa, è bene chiarire qualche punto.

In primo luogo non è esattamente lodevole classificare alcuni esseri umani come “migliori di altri”. La storia dell’Europa, la terra che Generali e l’app Health Pact vorrebbero conquistare, l’ha tristemente dimostrato. A questo si aggiunga che non solo non è bene considerare alcuni cittadini migliori, ma non è nemmeno bene considerarne altri “migliorabili”. Ricordiamo il famoso “Sabato fascista”, i campi di “rieducazione” e altre amenità regalateci dalle varie ideologie del secolo XX.

Certo, nel caso dell’app non si parla di obblighi, ma il principio che avvalla un trattamento privilegiato nei confronti di “chi si comporta bene” cela lo stesso pericoloso meccanismo. Senza poi considerare che in futuro potenziali clienti si trovino di fatto obbligati da necessità economiche a risparmiare sulla propria assicurazione ricorrendo alla buona condotta imposta da una stramaledetta app dell’iPhone.

E qui sta il secondo punto. Chi decide che cosa è bene per la salute dei cittadini? La risposta è la solita: la scienza. Miriadi di documenti raccolti in decenni di studi attestano quanto il fumo delle sigarette sia dannoso, quanto il colesterolo rappresenti un rischio per le nostre coronarie e come dormire poco sia causa di malattie neurologiche.

È dunque conseguenza logica non fumare, mangiare con moderazione e fare la nanna. Nulla di più giusto. Ma allora perché dovrebbe occorrere un’app? Non possiamo forse compiere da soli la scelta di non fumare, mangiar sano e dormire quanto serve? Chi sono quelle misteriose creature che di fronte al bene evidente scelgono il male?

Gli esseri umani. Così han sempre fatto da quando son stati creati.

Ed è bene che sia così. È un bene più grande della rinuncia alle sigarette, perché si chiama libertà. Libertà anche di compiere il male. E se per un male compiuto ai danni degli altri è giusto venir processati, non lo è altrettanto per un male, se poi davvero di male si tratta, compiuto verso se stessi. Un male piccolo, minore, una sigaretta in più o un bicchiere di vino in più, un’abbuffata con gli amici. Sono questi dei “mali” da tenere sotto controllo con un’app? Sono dei mali in assoluto? È su questi comportamenti che si misura l’essere migliore o meno di un cliente o di un cittadino? 

E infine: siamo proprio sicuri che l’uomo e il suo organismo, che gli animali e la natura siano marchingegni che rispondono tutti sempre e allo stesso modo a precise ed esatte regole meccaniche o c’è qualcosa che sfugge ai cosiddetti “dati oggettivi” dell’indagine scientifica? Churchill affermava che il segreto della sua longevità fosse non aver mai fatto sport e aver fumato sigari. E forse nel suo caso era vero. Persone che conducono una vita sana e regolare muoiono d’infarto tutti i giorni. Certo, le statistiche parlano, ma le eccezioni gridano.

Se c’è una cosa bella o quanto meno affascinante negli esseri umani è proprio la loro contraddizione, il loro essere un amalgama di bene e male, di giusto e ingiusto. La nostra storia è piena di esempi di personaggi che han reso grande questo mondo pur non attenendosi ai codici salutisti. Mozart senza bere quello che in vita ha bevuto sarebbe probabilmente vissuto qualche anno di più, ma forse non avrebbe scritto le medesime sinfonie. Si dice che Leonardo da Vinci dormisse mezz’ora ogni tre ore, ma questo non pare aver inficiato le sue facoltà mentali.

In altre parole è proprio l’indescrivibilità dell’uomo all’interno di leggi precise a conferirgli la sua grandezza sia nel bene sia nel male. E il sospetto è che dietro l’intenzione di “influenzare positivamente il comportamento dei cittadini” ci sia la volontà di ridurlo, come ha ammonito Papa Francesco in occasione della sua visita al Parlamento Europeo a Strasburgo: «a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, così che quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere». 


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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