SCHIZOFRENIA AL POTERE | 27 Ottobre 2016

Quel divario insanabile tra politica e comunicazione

Unesco «teatro dell’assurdo»: la cantonata del governo Renzi sui luoghi sacri di Gerusalemme. Ebrei e cristiani snobbati dall'Onu, ma il premier alza la voce solo sui giornali. Mentre l’Italia si astiene dal voto e non difende le radici giudeo-cristiane

di LUCA PIACENTINI

È troppo comodo astenersi dal voto, non partecipare del tutto alla seduta e poi alzare i toni sui giornali. Politica e comunicazione devono combaciare. Altrimenti ci si espone al sospetto: se non c'è un atto istituzionale coerente, perché tentare di colmare il vuoto con dichiarazioni pubbliche? Le risposte ipotizzabili sono molte. Un clamoroso errore, un incomprensibile tatticismo, mero equilibrismo, superficialità, mancanza di visione. Sul caso Unesco-luoghi sacri di Gerusalemme, il governo dice che l’Italia è «andata in automatico» e che il «calcolo diplomatico» non è stato capito.  

Di fatto, la cantonata nell’astensione dal voto e la voce grossa fatta da Renzi quando si è accorto di quanto fosse grave la risoluzione Unesco - che ha omesso il nome ebraico della Spianata del Tempio di Gerusalemme recidendo nei testi il legame dei luoghi sacri con gli ebrei - stride con l’immagine muscolare e sicura che il presidente del Consiglio vuole dare di sé, e con l’autorevolezza che l’Italia starebbe riacquistando, sempre secondo la narrazione renziana, grazie all’attuale ‘nuovo corso’. 

Nei regimi democratici ogni potere deve essere responsabile. Un’istituzione compie un atto e ne deve rispondere. Nel bene e nel male. Vale per gli apparati burocratici e vale più ancora per gli eletti. Ai quali, se trovano soluzioni valide e decidono politiche pubbliche efficaci, è giusto attribuire i meriti; allo stesso modo, però, è doveroso sottoporli a sanzione in caso di fallimento, una ‘punizione’ che va dalla bocciatura parlamentare alla stroncatura dell’opinione pubblica, fino alla bocciatura in cabina elettorale. Hai fallito gli obiettivi, dunque vai a casa. 

Il discorso si può allargare alla comunicazione, il cui rapporto con la politica è simile a quello tra vasi comunicanti. Pur non avendo il palazzo come destinatario - per lo meno non principalmente, dato che comunque un feedback interno è inevitabile - la comunicazione è parte integrante dell’azione di un personaggio politico. Anche un messaggio elargito all'opinione pubblica deve quindi essere responsabile. Va riferito ad un'azione concreta, che per chi governa un paese è, a sua volta, un atto formale e si esprime sul piano istituzionale. 

Diversamente si rischia la schizofrenia: non si può, come ha fatto il premier Matteo Renzi, definire «allucinante» la risoluzione 'filo islamica' dell'Unesco sulla spianata del Tempio di Gerusalemme, e contemporaneamente non votare contro il testo, ma limitarsi all'astensione. 

Nonostante gli apprezzamenti di Israele alla tardiva reazione verbale di Palazzo Chigi - che, dopo le proteste, ha corretto il rito ricucendo con Gerusalemme - l’Italia ha fatto poco e male. Ha lanciato un messaggio ma di fatto lo ha negato. E’ un fatto politico grave. Ed è facile continuare ad alzare la voce se, come avvenuto nella seconda votazione su un testo simile, l’Italia non ha neppure partecipato al voto. 

Il legame storico e millenario tra ebrei, cristiani e luoghi sacri di Gerusalemme, il cuore della Terra Santa, è stato negato dall’Unesco per ben due volte. Si nomina la spianata della moschea di Al-Aqsa solo con il nome islamico, senza menzionare il ben più antico nome ebraico Monte del Tempio. Per gli ebrei è il luogo più sacro del mondo, settimanalmente gli osservanti si ritrovano a festeggiare lo shabbat ai piedi del Muro del Pianto, «the Western Wall», quel che rimane dell’antico edificio religioso. Israele ha reagito duramente: il premier Benyamin Netanyahu ha parlato di «teatro dell’assurdo» e ha richiamato per protesta l’ambasciatore dall’Unesco. 

Dopo la prima risoluzione passata con voto palese (Italia astenuta), si è riunito il Comitato del patrimonio mondiale Unesco e si è pronunciato su un’altra risoluzione dai contenuti simili. Stavolta, però, con voto segreto. Risultato: 10 favorevoli, 2 contrari, 8 astenuti. L’Italia non parte dell’organo e non è stata chiamata ad esprimersi. Il comitato include invece 21 membri, Perù, Filippine, Polonia, Portogallo, Tanzania, Tunisia, Repubblica di Corea, Angola, Burkina Faso, Croazia, Turchia, Vietnam, Cuba, Finlandia, Indonesia, Giamaica, Kazakistan, Kuwait, Libano, Azerbaigian e Zimbabwe.

Se le cose non cambieranno e la formulazione del testo resterà immutata, ha annunciato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, in primavera Roma cambierà atteggiamento: passerà dall’astensione al voto contrario. Già, ad aprile. 

Intanto, però, il governo ha perso una grossa occasione per fare la cosa giusta: difendere l’identità originaria dei luoghi sacri ad ebrei e cristiani, opponendosi formalmente, senza ambiguità e tatticismi, ad una posizione che il portavoce del ministro degli Esteri israeliano ha definito senza troppi giri di parole «spazzatura». E, per l'ennesima volta, ha omesso di far coincidere politica e comunicazione. C'è da chiedersi se questa divaricazione tra fatti e parole non rappresenti la vera cifra dell’attività politica di Matteo Renzi. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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