DIBATTITI SURREALI | 30 Novembre 2017

Quell’ombra del Duce che ancora offusca la mente

A Crema spunta l’idea di affrontare in Consiglio comunale il tema della cittadinanza attribuita a Benito Mussolini il 20 maggio del 1924. Una discussione inutile e un anacronismo ridicolo, che trasforma la memoria storica in una farsa

di ROSSANO SALINI

Una dittatura è un’immane tragedia. Di qualunque matrice politica essa sia, porta con sé una lunga ondata di repressioni, di dolore, di offesa della dignità umana tale da lasciare il segno nella memoria di un popolo, dopo che esso abbia avuto la ventura di liberarsene. E proprio perché pesa sugli animi dei singoli e sulla memora collettiva come una tragedia, il dolore che da essa deriva va  profondamente rispettato. Il Novecento, con le devastazioni del nazifascismo e del comunismo, ci ha lasciato questa pesante eredità, un portato di memoria con cui dobbiamo seriamente e continuamente fare i conti.

Se dunque c’è una cosa che non abbiamo il diritto di fare, è trasformare tutto questo in una farsa, un’azione politica macchiettistica degna del più triviale avanspettacolo. E invece a Crema, in provincia di Cremona, come già in altre città del nostro paese, sta accadendo proprio questo.

Qualche pensionato in cerca di visibilità pubblica ha tirato fuori dal cilindro la delibera del 20 maggio 1924, con cui la città di Crema ha dato la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Allora, un’azione gravissima; oggi, nient’altro che un’inutile e insignificante cartaccia, logora e ammuffita, che non solo non ha più alcuna capacità di nuocere a chicchessia, ma che per giunta ha perso del tutto di significato nel momento in cui l’indegno beneficiario di una tale benemerenza da parte della città di Crema se n’è andato, il 28 di aprile del 1945, a render conto al Padre eterno delle proprie malefatte.

Ma si sa come vanno queste cose, e che ci sia ancora qualcuno che, per insuperati e ormai incistiti automatismi politico-culturali, non riesce ad uscire da una concezione museale e mummificata della memoria, è un dato di fronte al quale ci siamo ormai rassegnati, e ce ne siamo fatti una ragione. Le loro bandiere, le loro magliette e le loro biascicate “belle ciao” sono ormai diventate come le ridondanti suppellettili e gli innumerevoli centrini nelle case di una volta.

Che tutto questo però si trasformi in un dibattito politico vero e proprio, e che il sindaco di Crema arrivi a dire che ci troviamo di fronte a un fatto di cui «non possiamo non tener conto», esortando il Consiglio comunale a esprimersi in merito, è qualcosa che lascia a dir poco perplessi. Tutta questa vicenda andrebbe liquidata in un batter d’occhio, come un’inutile perdita di tempo, dicendo che sì, va bene, al tempo s’è fatta una cosa brutta, ma sono passati quasi cent’anni, e la presenza o meno di quella carta del 20 maggio del 1924 non importa assolutamente a nessuno. Anche perché non ha nessun tipo di effetto pratico, oggi; e anche l’aspetto simbolico, per gente seria e con la testa sulle spalle, è del tutto nullo. Mettersi in Consiglio comunale a discutere, nel 2017, della cittadinanza a Benito Mussolini vorrebbe dire gettare nel ridicolo un’assemblea eletta dai cittadini, che è chiamata a trattare argomenti importanti, e che non merita di essere svilita in questo modo.

Si potrà obiettare che sono tante le cose inutili di cui si discute in Consiglio comunale, e una più una meno fa poca differenza. E chi per lavoro di Consigli comunali se n’è sorbiti diversi non potrebbe che in un certo qual modo condividere una tale considerazione. Ma qui il problema è un altro: è che si vuol far passare per azione culturalmente e politicamente seria e meditata quella che non è altro che una sceneggiata, e che agli occhi dei cittadini non può che trasformarsi nell’ennesimo alibi preso dalla cosiddetta classe dirigente per non occuparsi dei problemi veri e urgenti di oggi. In fondo, non si tratterebbe di nient’altro che di una versione più acculturata e posata di un banale panem et circenses.

Il sindaco di Crema lasci perdere, e con lei la Giunta e tutto il Consiglio comunale. Non si ceda il fianco a un bizzarro anacronismo che non farebbe altro che render ancor più ridicolo il mondo della politica e della pubblica amministrazione di fronte ai cittadini già sufficientemente infastiditi da certe inutili ritualità.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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