LA POLEMICA | 26 Agosto 2015

Quella “Chiesa senza vescovi” che molti politici vorrebbero

La querelle fra l’on. Salvini e S. E. Mons. Nunzio Galantino è l’ennesima dimostrazione dei tentativi fallimentari di ridurre a strumentale demagogia i valori cristiani

di PAOLO NESSI

Magari, toni e argomenti della polemica estiva, che credevamo estinta, si potevano calibrare meglio. Magari, una volta denunciata l’incapacità e l’ignavia della politica italiana nel risolvere la tragedia dei migranti, si poteva evitare di trasformare la disputa in uno scontro monotematico a due. Della mattanza quotidiana di cristiani o delle avvisaglie di prescrizioni antietiche dentro i confini italiani, per dirne alcune, non vi era traccia nelle parole di alcune settimane fa di monsignor Galantino e, per dirla tutta, l’approvazione della presidente della Camera, Laura Boldrini, («il capo della CEI esprime i principi del Vangelo, ed esprime anche i temi a cui ogni giorno dà voce lo stesso Papa Francesco») è stata per lui una sciagura.

Su Salvini, c’è poco da dire. Quella volta, in effetti, l’aveva sparata più grossa del solito («i vescovi non rompano le palle ai sindaci») e pochi giorni più tardi, dopo che il segretario della CEI ha parlato al Meeting di Rimini (ancora sui migranti), ha rimarcato, con la garbata civiltà che gli è propria: «Monsignor Galantino continua a rompere le palle». Del resto, chi si aspettava ragionamenti da fine dicitore non può che averlo sopravvalutato. Certo, c’è da dire che il personaggio, perlomeno, è scaltro e non ghigna nemmeno una smorfia xenofoba senza un preliminare conteggio dei vantaggi.

Cosa può averci guadagnato?

Verosimilmente, avrà pensato di interpretare un certo ri-sentimento nutrito da una parte dei cattolici italiani (e, dunque, del suo articolato elettorato). Quelli che, per varie ragioni, si ritengono cristiani. Finché (perché, poi, mettono mano alla rivoltella) sono tenuti a debita distanza da preti, Vaticano, scuole private eccetera. Insomma, quelli che vorrebbero un Cristianesimo senza Chiesa e una Chiesa senza vescovi.

Per carità, l’adesione personale alla fede è questione più profonda del rispetto delle regole e ciascuno è libero di pensarla e fare come meglio crede. Per amore della verità, però, va detta una cosa: una Chiesa senza vescovi non può esistere. Non quella cattolica, almeno. Fin dagli inizi. La potestà di trasmettere il contenuto della fede, esplicata attraverso il sacramento dell’ordine, fu affidata da Cristo stesso agli apostoli (come, inizialmente, riconobbe San Paolo e come sancì definitivamente, ben più tardi, il Concilio di Trento). La garanzia che tale contenuto sia preservato nella sua originaria integrità sussiste esclusivamente nella successione apostolica. Nell’ordinazione, cioè, di nuovi vescovi da parte di altri vescovi, secondo un flusso ininterrotto che consente di risalire ai Dodici.

Più di recente (1988), la Christifideles Laici di Giovanni Paolo II, afferma: «Il Signore Gesù, infatti, ha scelto e costituito gli Apostoli, seme del Popolo della Nuova Alleanza e origine della sacra Gerarchia, affidando loro il mandato di fare discepole tutte le genti, di formare e di reggere il popolo sacerdotale». E ancora: «nell’ininterrotta successione apostolica i ministri ricevono il carisma dello Spirito Santo dal Cristo Risorto mediante il sacramento dell’Ordine: ricevono così l'autorità e il potere sacro di agire in persona Christi Capitis (nella persona di Cristo Capo) per servire la Chiesa e per radunarla nello Spirito Santo per mezzo del Vangelo e dei sacramenti». 

Il documento, redatto per definire ed esaltare il ruolo dei laici, spiega che essi «partecipano all’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo», attuando la missione salvifica della Chiesa all’interno della società. Il vincolo gerarchico dei fedeli con i vescovi (a loro volta in comunione con il Papa) è il solo che assicura che la missione si attui nell’unità del Corpo di Cristo: «La Chiesa – scriveva l’allora cardinal Ratzinger nella Donum Veritatis -, traendo la sua origine dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, è un mistero di comunione, organizzata, secondo la volontà del suo fondatore, intorno ad una gerarchia stabilita per il servizio del Vangelo».

La sorgente del suo essere fa sì che non le si possano applicare «criteri di condotta - scrive sempre Ratzinger - che hanno la loro ragione d’essere nella società civile o nelle regole di funzionamento di una democrazia. Ancor meno, nei rapporti all’interno della Chiesa, ci si può ispirare alla mentalità del mondo circostante».

Ribadiamo: fatta salva l’ovvia liberà di ciascuno di fare come vuole, il testo della Congregazione per la dottrina della fede lascia poco spazio alle interpretazioni: «Membro del collegio episcopale in forza della sua ordinazione sacramentale e della comunione gerarchica, il vescovo rappresenta la sua Chiesa, così come tutti i vescovi in unione con il Papa, rappresentano la Chiesa universale». Meglio tenere tutto ciò a mente. Specie se si riconosce un’ormai decisa “protestantizzazione”, oltre che di parte Chiesa, di buona parte del suo popolo. 


PAOLO NESSI

Giornalista professionista e consulente della Regione Lombardia, scrive per diverse testate nazionali. Ha collaborato, in passato, con Ragionpolitica.it, Libero e la Cgia di Mestre. E’ stato redattore de IlSussidiario.net.

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.