FALSI MESSAGGI | 13 Dicembre 2016

Quella finta retorica da novello Cincinnato

Renzi si è dimesso vendendo su Facebook la scenetta teatrale del politico che dignitosamente si ritira a vita privata. Peccato che nel frattempo ha deciso lui tutte le caselle più importanti del governo Gentiloni. L'ennesimo e goffo inganno comunicativo

di ROSSANO SALINI

Il messaggio in sé non era male: il premier che accetta la sconfitta, quando mai nessuno lo fa, e tenendo fede alla parola data se ne torna a casa. E soprattutto il politico che vive senza rete, e quando sbaglia paga in prima persona. Tutto bello. Tutto perfettamente ideale. Tutto così bello da non essere vero.

Perché ciò che Matteo Renzi ci ha venduto appena dopo la sconfitta referendaria nei suoi sentiti e commossi post su Facebook, e cioè il suo ritorno alla vita privata come un novello Cincinnato che se ne torna al suo orticello, non corrisponde affatto alla realtà. E la composizione del governo Gentiloni è lì a dimostrarlo in maniera chiara e lampante.

«Torno a Pontassieve», ha detto Renzi. «Con me arrivano scatoloni, libri, vestiti, appunti. Ho chiuso l'alloggio del terzo piano di Palazzo Chigi. Torno a casa davvero. Torno semplice cittadino. Non ho paracadute». Probabilmente aveva portato con sé poca roba a Palazzo Chigi, e fare gli scatoloni è stato un impiego che l'ha impegnato assai poco, visto che il tempo per dirigere i lavori per la composizione del nuovo governo a quanto pare l'ha trovato, e vi si è applicato in modo tenace e meticoloso.

Non si spiegherebbero altrimenti le caratteristiche a dir poco renziane dell'esecutivo Gentiloni. Lasciamo stare la lunga schiera di riconfermati, o nello stesso ruolo, o in ruoli diversi come il sempre più stupefacente Alfano. Al di là di questo, ciò che balza sotto gli occhi di tutti, naturalmente, è il ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di Maria Elena Boschi: un ruolo a dir poco centrale, e tutto di marca renziana.

Ma ancor più significativo, anche se meno sotto i riflettori rispetto alla visibilissima Boschi, è il neo ministro Luca Lotti, che riceve un'apparentemente insignificante nomina a ministro dello Sport. Nel precedente governo, Lotti – vero braccio destro e fidatissimo collaboratore di Renzi – era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con le deleghe a editoria e Cipe. Due deleghe importantissime, la prima dal punto di vista strategico e comunicativo, la seconda dal punto di vista economico, visto che dal Cipe passano le principali partite infrastrutturali del paese. Ebbene, miracolosamente le due deleghe sono rimaste in capo a Lotti. Come queste possano conciliarsi con la nomina a ministro dello Sport risulta veramente difficile da capire, se non con una giravolta in stile vetero-politichese messo in atto dal gran signore del cambiamento Matteo Renzi.

Tutto ciò sta a significare una cosa sola: la rappresentazione scenica del presidente del Consiglio che, primo nella storia, si assume le proprie responsabilità e cede il passo a fronte di alla sconfitta è, appunto, poco più che una messinscena teatrale. Per carità: non c'è assolutamente nulla di sbagliato nel fatto che Renzi vada avanti a giocare la propria partita politica, portando avanti un più che legittimo progetto di potere, che passa attraverso anche la scelta di propri uomini fidati. E al tempo stesso è altrettanto legittimo questo governo: lungi da noi l'assecondare la sciocca retorica intorno ai presidente non eletti dal popolo, affermazione tanto inconsistente quanto priva di alcun fondamento politico e istituzionale.

Lo sbaglio di Renzi sta a monte. Primo, il grave errore di aver annunciato le proprie dimissioni in caso di vittoria del No al referendum. Un errore bifronte, che da una parte ha colpevolmente trasformato in una campagna politica quella che doveva essere una consultazione sul merito della riforma (e Renzi è stato il primo e assoluto responsabile di questo travisamento), e dall'altra ha inchiodato il premier alle proprie parole, constringendolo a dimissioni a quel punto divenute inevitabili.

A questo però si aggiunge l'errore ancor più grave di aver inscenato, come detto, la rappresentazione teatrale del leader sconfitto che dignitosamente si defila, quando in realtà dietro le quinte sta dirigendo ancora lui i giochi in vista di un suo rientro trionfale. Paradossalmente, è più leale Verdini, che sfacciatamente dice di non votare la fiducia al governo perché non gli hanno dato nessun ministro: spudorato e poltronaio, d'accordissimo, ma almeno alla luce del sole. Renzi no: ci vende la favoletta del suo rientro a casa a rimboccare le coperte ai figli, e intanto si comporta esattamente come tutti gli altri.

Matteo Renzi è un bravo politico, in scia con alcuni (pochi) bravi politici che la nostra storia repubblicana può annoverare. Ma, appunto, appartiene a una storia che lo precede e rispetto alla quale si pone in totale continuità. Faccia il politico vero, e non se ne vergogni. Faccia il politico bravo e competente, e lasci da parte certo pseudo-grillismo che non gli fa onore.

La retorica del cambiamento epocale è durata un soffio, e il voto del referendum l'ha dimostrato; quella del dimesso Cincinnato che torna a vita privata, invece, non ha attecchito nemmeno un attimo. Sarà il caso che il gran maestro della comunicazione politica cambi passo, se vuole (e lo vuole!) continuare a giocare la propria partita di potere.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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