OCCHI PUNTATI SULL’UE | 11 Settembre 2017

Quella frustata che serve all’Europa

Bruxelles in affanno su immigrazione, Brexit, zona euro e sicurezza. Il crollo del Pil dalla manifattura e la promessa mancata di un rilancio dell’industria. Il discorso Jucker sullo Stato dell’Unione e la svolta che ancora non si vede

di LUCA PIACENTINI

Il Parlamento UE torna a riunirsi in plenaria dopo la pausa estiva. Tra i punti chiave della settimana a Strasburgo, il discorso del presidente della Commissione UE Jean Claude Juncker sullo stato dell’Unione. A parte il nome un po’ pomposo, che fa il verso al tradizionale intervento del presidente USA al Congresso, nell’inutile tentativo di intestarsi un ruolo che non ha - sappiamo infatti che, in ultima istanza, in UE non esiste un governo federale e gli Stati a deciderne le sorti, in particolare uno sugli altri - le risposte che dovrà dare il capo dell’organo esecutivo-amministrativo di Bruxelles sono comunque parecchie.

Dal terrorismo e dalle misure per rendere più efficace la collaborazione tra intelligence e lo scambio di informazioni nei diversi database presenti in Europa, fino al tema immigrazione, un fronte delicatissimo sul quale la Commissione dovrà spiegare perché si è arrivati a ridurre i flussi nel Mediterraneo solo dopo tre anni, nei quali si è rimasti sostanzialmente a guardare le operazioni di salvataggio in mare compiute dalle autorità italiane. 

Parole o fatti? La mancata riforma di Dublino pesa come un atto di accusa politico, impugnato dai critici più feroci: a regole immutate, per cui la richiesta d’asilo viene gestita dal paese di primo arrivo, l’Italia è stata lasciata sola. 

Oltre a sicurezza e politiche migratorie, ci sono i nodi della difesa comune - tornata alla ribalta negli ultimi giorni sotto i riflettori della crisi nord coreana - della Brexit - che sembra andare per le lunghe - e del nuovo volto della zona euro: ci sarà un’Europa a più velocità? O una riforma dell’eurozona con la creazione di un bilancio UE? 

Ultimo punto, non meno importante, le politiche industriali, un fronte sul quale l’Europa sembra zoppicare non poco. Accanto alle azioni indubbiamente positive messe in campo grazie alla spinta del quantitative easing di Mario Draghi e dei fondi BEI per le PMI (sappiamo che gli imprenditori italiani si sono distinti per capacità di intercettare risorse), resta un dato allarmante: il crollo della quota del pil UE generato dall’industria, sceso in pochi anni al 15%, quando l’obiettivo era salire oltre il 20%. E’ una promessa chiaramente mancata, giustamente stigmatizzata dall’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini in una recente risoluzione in cui si chiede alla Commissione nuova politica industriale, ambiziosa e controllabile, cioè obbligatoria e tassativa come lo sono i parametri ambientali. 

La partita è importante per la tenuta socio-economica dell’intero continente (basti pensare alla rilevanza che l’industria ha per l’innovazione, grazie alla sezione dedicata a ‘ricerca e sviluppo’ delle aziende): rilanciare il ruolo dell’industria riducendo tasse e burocrazia, senza contrapposizioni ideologiche con l’ambiente o con la nuova epoca digitale, è un versante di battaglia politica irrinunciabile per l’Europa del futuro. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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