IL FLOP DI GRILLO & C | 20 Dicembre 2016

Raggi deve lasciare, ma i 5 Stelle non crollano

Raggi, lasci per evidente incapacità. Eppure il disastro di Roma non fa crollare i 5 Stelle nei sondaggi. Chi vota Grillo lo fa soprattutto per 'contrarietà'. Ed è un errore

di ROBERTO BETTINELLI

A Roma nulla è cambiato. E questo è il motivo per cui il sindaco Raggi dovrebbe dimettersi. Seduta stante.

E’ dai tempi dell’inchiesta ‘Mafia Capitale’ che la magistratura, ciclicamente, fa tintinnare le manette ai polsi di qualche esponente di primo piano dell’amministrazione capitolina. L’ultimo a finire nella rete è il capo del personale Raffaele Marra, fino a ieri plenipotenziario e fedelissimo della Raggi che, pur di non rinunciarvi, non ha esitato ad entrare in collisione con i compagni di partito e con il leader maximo Beppe Grillo.

Marra, che fra i 5 Stelle non ha mai goduto di buona reputazione per i suoi trascorsi con l’ex sindaco Gianni Alemanno, ha avuto fra i suoi sostenitori anche il candidato premier in pectore Luigi Di Maio. Fu infatti il vice presidente della Camera a dichiarare pubblicamente che il movimento, a differenza degli altri partiti malati di faziosità e settarismo, poteva accogliere «senza pregiudizio» le persone che avevano alle spalle altre esperienze politiche.

Toccò a Di Maio, in sostanza, difendere la poltrona di Marra che a distanza di qualche mese è stato arrestato con l’accusa di corruzione per alcuni fatti che risalgono al 2013 quando era alle dipendenze del sindaco Alemanno. Sempre l’operato della magistratura ha decretato la fine dell’assessore all’ambiente Paola Muraro che è stata costretta a dimettersi dopo aver ricevuto un avviso di garanzia. Un addio preceduto dalle dimissioni dell’assessore al bilancio Marcello Minenna e del capo di gabinetto Carla Raineri. Un vero stillicidio che testimonia come la giunta Raggi, nata sotto il segno dell’antipolitica e di un rozzo moralismo giustizialista, non ha prodotto alcun tipo di frattura rispetto ai giochi di potere e alle accuse di malaffare che si registravano in passato.

E’ ormai evidentemente l’imperdonabile inadeguatezza di chi, dopo aver raccolto il 67% delle preferenze e oltre 770mila voti, dimostra in modo plateale di non essere in grado di ricondurre alla normalità l’amministrazione della capitale. Persa l’occasione delle olimpiadi, nulla è stata fatto per ottenere un risanamento concreto delle società pubbliche. La triade costituita da Ama-Atac-Roma metropolitane versa in uno stato disastroso con 2,7 miliardi di euro di debiti. Una catastrofe alla quale bisogna aggiungere il buco di 10 miliardi in capo direttamente al comune che vanta oltre 30 partecipazioni in aziende che appaiono del tutto fuori controllo. Uno scenario che la dice lunga sulla incapacità di governo non solo della Raggi ma della stessa classe politica partorita dal Movimento 5 Stelle che annovera figure note al grande pubblico come il telegenico e azzimato Di Maio o il visionario e inconcludente Alessandro Di Battista.

Tutti i commentatori hanno rilevato, a ragione, che si tratta di un nuovo genere di politici di professione abilissimi nell’arte della critica e della demolizione, ma fortemente deficitari quando si tratta di passare all’azione ed edificare qualcosa di serio e duraturo. Lo stesso movimento di cui fanno parte non è invenzione loro ma della Casaleggio Associati che, insieme a Grillo, gestisce gli affari interni senza concedere spazi di confronto e democrazia, impartendo sanzioni davanti ad ogni richiesta di discussione. Le purghe si ripetono con una frequenza imbarazzante trafiggendo parlamentari, sindaci, militanti.

Roma è diventata agli occhi di Grillo e dei suoi seguaci la vetrina di un buon governo che, stando a loro, non viene garantito dalle forze politiche tradizionali associate ineluttabilmente a clan di manigoldi e falsari.  Ma proprio la capitale sta consumando, fra lotte e faide intestine, l’immagine di incorruttibile freschezza dei grillini che non sembrano poi tanto diversi quando si avvicinano al potere. Non solo l’unità è venuta meno a causa di una serie di microgolpe dettati dalle ambizioni personali e dalle triviali vendette che ne conseguono, ma è emerso uno stato conclamato di inidoneità nella gestione della cosa pubblica. Una carenza che chiama in causa direttamente il sindaco Raggi e il suo gruppo di potere. Né hanno prodotto i frutti sperati le richieste di aiuto raccolte dai compagni di partito che siedono in parlamento e che nei talk show brillano per la straordinaria efficacia nel lanciare strali contro governanti e opposizioni di turno.

Ciò che accade a Roma è lo specchio di una insufficienza operativa che, a lungo andare, non può che nascondere l’assenza di una autentica vocazione morale nell’esercizio della vita politica. I fallimenti, infatti, si superano in due modi: o trovando la soluzione su misura per il problema all’ordine del giorno o ammettendo la propria manchevolezza. Nel primo caso si procede lungo il corso tracciato mentre nel secondo, a malincuore, si deve essere disposti a lasciare. Il che richiederebbe, però, un umile ma vigoroso senso di responsabilità. Cosa che la Raggi, negando i continui insuccessi e soprattutto respingendo l’idea di lasciare la poltrona, rivela con sfacciataggine di non possedere. Come non la possiedono, d’altronde, Grillo e i chiassosi guru alla Di Maio e Di Battista.

Amministrare Roma è certamente difficile, ma non è del tutto impossibile. E se i 5 Stelle non riescono nell’impresa che in passato è stata garantita da altri, non si capisce bene per quale motivo dovrebbero incassare la fiducia degli italiani in merito alla sfida di guidare l’intera nazione. Un traguardo che esige forze e capacità maggiori.

Roma, come si evince dal costante e infaticabile presidio di Beppe Grillo, è interpretata dal Movimento 5 Stelle come la prova che l’apertura di credito non solo è fondata ma è doverosa. Una certezza assoluta che, tuttavia, non è più tale. Dopo aver mitizzato la magistratura oltre ogni ragionevole prudenza, ora è la stessa Raggi a vivere nel terrore di essere presa di mira da un avviso di garanzia. L’arma che ha sempre consentito a Grillo di aggredire impunemente la partitocrazia si è rivelata un boomerang. Un conto è l’arresto e un conto la semplice indagine che, per produrre la fine di un’esperienza amministrativa, non dovrebbe portare alle dimissioni almeno fino alla presentazione di test inoppugnabili di colpevolezza.

Ma i 5 Stelle, si sa, non la pensano in questo modo. Per loro fra arresto e avviso di garanzia non esiste differenza. Un giudizio che è figlio di un massimalismo sterile e ingenuo se si considera che l’Italia è ammorbata dalla nauseante sproporzione di leggi, regolamenti, circolari. Un agire rispettoso delle norme, nel nostro Paese, è pressoché impossibile sia per chi incarna funzioni pubbliche sia per i privati cittadini.

La Raggi, in definitiva, pur avendo una discreta probabilità di cadere proprio sul terreno che ha conferito ai grillini i loro massimi trionfi non dovrebbe cedere alla tentazione di difendere l’indifendibile, stilando fin da ora un bilancio che non può che attestare come la sua esperienza si sia tradotta in una implacabile delusione. Soprattutto in riferimento alla seducente promessa di cambiamento che è stata ripetutamente smentita dai fatti.

Ma ciò che sorprende è che la pessima figura rimediata dai grillini in Campidoglio, per la naturale connessione con la politica nazionale e per la battaglia alle prossime elezioni contro il Pd di Renzi e un centrodestra redivivo, non sembra avere una ricaduta negativa sul fronte del consenso. Il Movimento 5 Stelle, nei sondaggi, non è stato minimamente scalfito dalle amare vicende romane e oscilla con stabilità intorno al 30% superando di poco la corazzata dem e parificando la coalizione di Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia.

Un dato che non smette di stupire ma che è in linea con l’anima di un sentire politico tutto rivolto alla protesta e alla tumulazione del sistema politico esistente, che assolutizza l’ostilità e la rabbia verso l’inettitudine della classe dei governanti e l’avanzare imperturbabile dell’ingiustizia nelle relazioni sociali ed economiche.

Per chi cade preda della sirena dei 5 Stelle e di Grillo governare è un obbiettivo secondario rispetto alla priorità di mandare a casa gli odiati avversari. Ma se il buon governo non è l’obbiettivo del popolo dell’antipolitica, e non lo è, alla fine sarà gente come la Raggi a governare. I risultati sono già a disposizione.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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