GIOVENTU' BRUCIATA | 03 Febbraio 2017

Raggi e Renzi, già vecchi e bolliti

Renzi e Raggi, gli errori commessi sono pari solo alle speranze che hanno suscitato. Due giovani leader che hanno abbagliato gli italiani e che, nonostante l’età, sono già vecchi e bolliti

di ROBERTO BETTINELLI

Renzi e Raggi. Suona anche bene. I nomi trovano una certa affinità. E non solo nel numero delle vocali o nella consonante iniziale. Ci sono altri elementi che accomunano il percorso delle due personalità che hanno dominato la scena politica e che, dopo un incontenibile exploit, stanno mostrando segni imprevedibili di debolezza e fragilità. Un esito, quello attuale, che cannibalizza speranze, miraggi, ottimismo, freschezza e tutti gli aspetti positivi che l’ex premier e il primo cittadino romano hanno suscitato nell’opinione pubblica. Un entusiasmo che ora appare francamente immotivato ma che, in tutta onestà, ha appassionato molti estimatori, attratti dalla giovane età, dall’apparente determinazione e dal presunto coraggio.

Il sindaco di Roma ha fatto il pieno alle elezioni comunali asfaltando il Pd  e prospettando una degna via d’uscita dopo la palude amministrativa e morale di ‘Mafia Capitale’ ma finendo a sua volta nella morsa delle indagini giudiziarie con un interrogatorio durato 8 ore davanti ai magistrati romani, il fedelissimo Raffaele Marra in carcere per corruzione e l’altro fedelissimo Salvatore Romeo che dopo aver fatto la Raggi beneficiaria di una polizza da 30mila euro si è ritrovato a capo della segreteria del sindaco. Renzi si è imposto nel Pd e nel Paese grazie allo slogan della rottamazione, ha brillato di luce propria nel battesimo del fuoco delle europee dove ha lanciato il Pd fino alla soglia del 40% dei consensi e poi si è impantanato nell’azione governativa con una serie di riforme che più raffazzonate non potevano essere tanto che a distanza di poco tempo sono state respinte dalla Consulta oppure, come è il caso del referendum costituzionale, hanno incontrato la netta bocciatura degli elettori.

Renzi e Raggi, due talenti abortiti nel giro di pochissimo e che sono saliti alla ribalta in virtù della repulsione che i cittadini ormai provano per lo status quo della politica, caratterizzato dall’immobilismo e dall’incapacità di avviare un autentico rinnovamento, ma che non sembrano reggere alla verifica implacabile dei giorni e dell’agenda politica. Matteo Renzi ha perso, in malo modo, le redini del governo. Né può dire di avere in mano il partito di cui, pure, resta il segretario. Virginia Raggi ha chiuso quasi per miracolo il bilancio del comune di Roma, spacciando come una trionfale e sorprendente conquista un passaggio ordinario e del tutto obbligato.

Entrambi hanno promesso molto, e soprattutto hanno promesso il nuovo coerentemente con l’appartenenza alla generazione dei 40enni ruggenti, ma hanno fallito miseramente. Sulle riforme renziane abbiamo già detto mentre la Raggi è stata destinataria di un avviso di garanzia che l’ha esposta ad una sfiancante maratona di domande e risposte davanti gli inquirenti, è alla guida di una giunta che assomiglia ad una giostra impazzita per via dei veleni, delle dimissioni continue, dei plateali passi indietro. E tutto questo mentre l’amministrazione non ha regalato nulla di nuovo ai romani se non l’occasione sfumata delle olimpiadi.

Considerato il quadro è difficile non prendere atto di un flop generazionale che sfiora il risibile se paragonato alle luminose ed eccitanti premesse. Gli errori degli ex talenti sono ben visibili e sono da ricondurre all’altra faccia della medaglia di quel rinnovamento che ha lanciato le carriere politiche dell’ex presidente del consiglio e dell’attuale sindaco della capitale. Errori banali e macroscopici, dovuti ad un mix di totale inesperienza e smisurata presunzione.

Che l’avvocato Raggi, tutto tranne che un principe del foro, non sia in grado di tenere le fila di una macchina amministrativa complessa come quella che fa capo al comune più grande e indebitato del Paese, non ci sono dubbi. Né il suo partito, il Movimento 5 Stelle, è in grado di dargli una mano. Il giro romano dei grillini, fortemente condizionato dai frontman pentastellati Di Maio e Di Battista, non possiede l’esperienza e la concretezza per risanare il comune capitolino. La Raggi è carina, ha un volto acqua e sapone che mediaticamente rende parecchio, sa infilare quattro parole sognanti per non deludere il pubblico, ma niente di più. D’altronde se così non fosse oggi sarebbe in una situazione completamente diversa. Resta l’amarezza per le promesse venute meno tanto quanto gli annunci dei professionisti della politica. Se fosse coerente con lo spirito giustizialista caro alla propaganda di Grillo dovrebbe lasciare. E anche in fretta.

Renzi. Salutato come il traghettatore del Pd verso la sponda provvidenziale del laburismo alla fine si è rivelato un leader miope, obsoleto nell’asservirsi alle logiche e ai ricatti del potere, incauto e ingrato nel recidere il legame con l’identità della sinistra, devoto alle liturgie della tattica parlamentare fino ad apparire come un notabile DC geneticamente modificato. Nominato dall’alto alla stregua di un ‘mandarino’ si è impossessato di Palazzo Chigi con un piglio autoritario, aggredendo la tradizione costituzionale della sinistra italiana e imponendo un personalismo che non ha esitato a nutrire con la foga di chi mette a disposizione tutte le leve del comando. Un assalto che ha visto reagire il popolo votante lo scorso 4 dicembre con gli esiti noti a tutti e che, fosse Renzi non un parvenu irresponsabile ma una persona seria, avrebbe prodotto un addio definitivo. E anche in assenza di un saluto senza ripensamenti alla politica di professione come ha ipocritamente annunciato nella fase pre-referendum, basterebbe per salvare la faccia un doveroso e umile bagno di democrazia. Basterebbe, cioè, la volontà di indire un congresso così da ridiscutere strategie, programmi, leadership. Cosa auspicabile dopo la bolla speculativa di una segretria che ha dilaniato il Paese e il partito nella battaglia referendaria, ma che naturalmente non è avvenuta con la conseguenza che l’ex premier sta facendo il diavolo a quattro per portare la nazione al voto e potersi rifare della sconfitta subita. Un piano folle considerata l'assenza di una legge elettorale che possa garantire la governabilità e che, si spera, continui ad incontrare lo sdegnoso giudizio degli sponsor di un tempo: Napolitano, Mattarella e gran parte del Pd che ormai, a causa delle intemperanze renziane, è ad un passo dalla scissione.

Inesperienza. Tanta. Incapacità manifesta. Tanta. Affidabilità. Poca.  Smodato senso di superiorità rispetto alle qualità effettive dimostrate sul campo. Oltre ogni limite. E’ questo che accomuna Matteo Renzi e Virginia Raggi. L’auspicio è che, a causa degli innumerevoli insuccessi, si facciano da parte il prima possibile lasciando che la lotteria della politica individui altri fortunati. Tanto, peggio di così, non può andare. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.