ATTACCO ALLA FRANCIA | 15 Luglio 2016

Dobbiamo reagire davanti all’orrore

Lo choc per la carneficina di Nizza non paralizzi l’Occidente. Mentre l'Isis festeggia sul web, serve una presa di coscienza: la ferita aperta del terrorismo islamista resta aperta, la guerra sarà lunga e complessa. E dobbiamo reagire

di LUCA PIACENTINI

Francia e Occidente sotto choc. Di nuovo. La strage di Nizza riporta tutti, governanti e cittadini, nell’incubo del terrorismo. Un pericolo mortale e diffuso, che si materializza nel sangue innocente sparso con attacchi vigliacchi e imprevedibili. Guardando i resoconti alla tv, la prima, spontanea reazione di chi osserva le immagini è quella di andare con la mente agli attentati di Parigi, Istanbul e Dacca. Ci si chiede se nell'inchiesta emergeranno analogie o tratti comuni con questa terribile mattanza, avvenuta sul lungomare della Costa azzurra nel giorno della festa nazionale.  

Le indagini sull’attentatore, chi sia, da dove venga, se abbia agito da solo e come sia nato il suo gesto assassino, folle e sanguinario, che si è scagliato col camion contro la folla, strappando la vita a più di ottanta persone, ferendone oltre un centinaio, sono appena iniziate. Le prime notizie parlano di un franco-tunisino di circa trent'anni noto per reati comuni e non per terrorismo. L'identificazione delle vittime è in corso. Il presidente Francois Hollande ha prolungato lo stato di emergenza di tre mesi. Il ministro dell'Interno Bernard Cazeneuve dice che siamo in guerra. 

Le analisi iniziali non possono tralasciare parallelismi impressionanti tra la modalità dell’attacco avvenuto a Nizza e le tecniche di attentato già impiegate dagli estremisti in Israele, o il famoso richiamo del capo dello stato islamico Al Baghdadi ad uccidere gli infedeli con ogni mezzo, comprese le automobili. 

Mentre la polizia cerca la chiave investigativa giusta dell’episodio di sangue avvenuto in Costa azzurra, tutti i governi occidentali reagiscono dichiarando la propria fermezza contro la minaccia generale del terrorismo e ricalibrando i dispositivi di sicurezza sulla base dell’emergenza. Da chi difenderci? Chi sono gli estremisti? Quando agiranno di nuovo? E dove? 

Tra gli esperti e i commentatori c’è chi parla di lupi solitari, chi sottolinea l’importanza dell'indottrinamento sul web, chi pone l’accento sulla capacità di evolversi dei gruppi islamisti nella formazione di vere e proprie cellule terroristiche, che pianificano l’attacco per mesi e colpiscono mortalmente, scegliendo in modo chirurgico tempo e luogo. O ancora c'è chi, dopo l’attacco di Nizza, indugia nei distinguo, rimarcando l’assenza di una rivendicazione dello stato islamico (subito dopo la strage) e la presenza di reazioni di esultanza in Rete dei sostenitori dell’Isis. 

La verità è che, al di là dell'episodio in sé, l'attentato in Francia riaccende i riflettori delle autorità e dell'opinione pubbica sui pericoli legati al terrorismo islamista in Occidente. Un pericolo reale. E tanto più concreto in Francia, dove l'intelligence concorda nel ritenere siano centinaia gli estremisti partiti per unirsi alle fila dell’Isis. Un fenomeno che da un lato alimenta i conflitti in Siria e Medioriente, dall’altro minaccia il continente europeo attraverso il fenomeno dei cosiddetti ‘foreign fighters’, i ‘combattenti di ritorno’. 

Evidentemente non bastano le blande reazioni dei governi europei e di quello italiano, l’impegno della coalizione internazionale e i bombardamenti effettuati finora. Né sono sufficienti singoli risultati militari, come l’uccisione di un personaggio di spicco dell’Isis quale Omar al Shishani, detto «il ceceno», rimasto vittima di un attacco. Sulla sua testa gli americani avevano messo una taglia di cinque milioni di dollari. 

Le maggiori potenze devono mettersi d’accordo, superando le divisioni. A partire da Usa e Russia. Se non riescono a conciliare i differenti punti di vista sul futuro della Siria (gli americani puntano a destituire Assad, la Russia tiene un atteggiamento meno chiaro e più attendista), è necessario che si sforzino per accantonarle, trovando il modo di collaborare efficacemente. 

Siamo davanti ad una guerra complessa e di lungo periodo. Essa implica un lavoro  di coordinamento tutt’altro che semplice, proprio per la difficoltà di coagulare gli stati occidentali e mediorientali in un fronte unico e compatto. E’ anche un conflitto destinato a durare nel tempo, che richiede preparazione e, anzitutto, visione del futuro: da un lato su come gestire il vuoto che lascerà lo stato islamico se e quando sarà sconfitto in Libia, Iraq e Siria; dall’altro su come contrastare la prospettiva ideologica di odio promossa e diffusa dall’Isis, che fa presa sugli estremisti sparsi per il mondo. 

La risposta deve essere militare e culturale insieme. L’uso della forza per difendersi e contrastare le bombe e i mitragliatori, la presa di coscienza di chi siamo e la chiarezza di intenti per capire dove vogliamo andare e perché. Solo la consapevolezza delle nostre radici e dei nostri valori, che vanno difesi senza paura, sono il viatico che in grado di sostenerci in questa battaglia senza quartiere.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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