MAI COSI' DEBOLE | 30 Giugno 2016

Referendum e Italicum, Renzi ha già perso

Renzi mai così debole e incerto. Se non cambia Italicum e referendum sarà scaricato da quel ceto politico che fino a ieri disprezzava. Ma se lo fa è destinato a perdere la faccia davanti ai cittadini. Comunque vadano le cose, il premier ha perso

di ROBERTO BETTINELLI

Le angoscianti incertezze su Italicum e referendum costituzionale dimostrano che Matteo Renzi sta vivendo il momento più difficile da quando ha conquistato la guida del governo e del Nazareno. Il doppio incarico di premier e segretario del Pd sta vacillando. Il giovane e aitante rottamatore, che se fosse stato eletto legittimamente non sarebbe nemmeno a metà del mandato, è alle prese con la necessità di stringere accordi e compromessi al ribasso con l’intera classe politica. Quello stesso ceto di ‘professionisti’ che siedono a Montecitorio e Palazzo Madama e che ieri disprezzava pubblicamente mentre oggi, visti i tanti errori commessi e soprattutto alla luce del pessimo risultato delle elezioni amministrative, è costretto a riabilitare. 

Renzi, in definitiva, sta pensando seriamente di ritrattare tutto concedendo il premio di coalizione e non di lista per quanto riguarda l’Italicum. In merito al referendum, il cui esito non è più così scontato a favore dei Sì, potrebbe addirittura. Da ottobre a dicembre. Il più lontano possibile, quindi, da un momento in cui la debacle elettorale e l’effetto tanto dirompente quanto inatteso di Brexit hanno avuto frastornato il partito di maggioranza relativa. 

Sull’Italicum pesa anche il giudizio negativo già espresso da diversi costituzionalisti dopo che la Consulta ha bocciato il Porcellum. Anche la nuova legge elettorale, infatti, cadrebbe in errore a causa dei capilista bloccati e di un premio di maggioranza eccessivo. Ma, agli occhi dei dirigenti dem che fanno pressing sul segretario, pesa soprattutto l’effetto punitivo del ballottaggio sperimentato nel voto locale dove gli elettori di centrodestra, corteggiati vanamente da Renzi, hanno visto bene di convergere sui candidati del Movimento 5 Stelle. Uno schema che potrebbe ripetersi alle prossime elezioni politiche. Il che significherebbe consegnare il Paese a Grillo e Di Maio. 

Una beffa per chi, come Renzi, non ha esitato a sfidare mortalmente l’intellighenzia e il popolo della sinistra forzando la mano sulla costituzione. Una mossa esiziale che ha portato ad una considerevole contrazione del bacino elettorale del Pd a tutto favore dei pentastellati. D’altronde che Renzi non sia il fine politico che vuol far credere di essere, lo dimostra l’atteggiamento che ha tenuto fino ad ora sulla questione del referendum costituzionale. Facendo coincidere il risultato del voto con la durata del governo e della sua permanenze a Palazzo Chigi, ha impedito una vera discussione sul merito alimentando gli appetiti elettorali di amici e nemici. Il voto non verterà tanto sulla riforma in sé ma sarà contro o a favore del premier e del suo governo. Una conseguenza inevitabile della personalizzazione estrema che Renzi ha adottato come cifra dominante della sua strategia. Nè, ora, è possibile fare marcia indietro senza accusare il colpo. 

Tanto più che, su Italicum e referendum, non vale alcun appello alla responsabilità. Non si può chiedere a nessun partito di rinunciare alla giustificazione che gli deriva dalla partecipazione al conflitto regolamentato del mercato politico e che, peraltro, trova sostegno nei segnali che emergono dalla realtà del Paese. La crisi economica non è stata vinta. Renzi, alla prova dei fatti, non ha risolto i problemi strutturali del Paese. Dal mostruoso debito pubblico alla tragedia di una disoccupazione di massa che colpisce soprattutto i giovani, le donne e le regioni del Sud. Tutto è come era prima del suo avvento. 

Nemmeno il caso spagnolo e il tema della governabilità valgono come elementi di persuasione. Non c’è alcun motivo per venire in aiuto di Renzi votando una legge elettorale che piega le ragioni della stabilità all’esigenza di conferire un vantaggio perenne al Pd. Quanto alla riforma costituzionale che promette il superamento del bicameralismo perfetto, lo stesso D’Alema ha confessato che l’obbiettivo era stato tentato da Silvio Berlusconi e dal centrodestra con una soluzione decisamente più equa e in linea con la tradizione della democrazia italiana. 

Renzi ha un bisogno vitale di alleati dentro e fuori il Pd. Ha voluto fare tutto da solo e ora, per non soccombere, deve mettere mano pesantemente a Italicum e referendum. Se non lo fa rimarrà imprigionato nell’isolamento nel quale è finito per eccesso di arroganza. Ma se lo fa deve rinunciare all’immagine pubblica del rottamatore diventando, agli occhi degli elettori, un campione del tatticismo più opportunista e arrendevole. Un politico, tanto per capirci, attaccato alla poltrona più che agli ideali. Comunque vadano le cose, quindi, Renzi ha già perso. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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