LEGISLATURA | 28 Luglio 2015

Renzi: «Governo fino al 2018». Ma è legittimo?

Renzi vuole governare fino al 2018 pur non essendo stato eletto da nessuno. Alfano è d’accordo, ma anche i rappresentanti di Ncd sono in parlamento grazie ai voti del 'fu Pdl'. I rischi di un esecutivo destinato a scontare un deficit di legittimità

di ROBERTO BETTINELLI

Renzi ha spostato l’orizzonte temporale di quello che doveva essere un governo con durata limitata e di pura emergenza, fino al 2018, l’anno della scadenza naturale della legislatura. La decisione, nell'aria da tempo, è stata ufficializzata nell'ultima assemblea nazionale del Pd e pone indubbiamente alcuni problemi sotto il punto di vista della legittimità. 

Il capo del governo non è stato eletto in parlamento ed è arrivato a Palazzo Chigi unicamente per nomina presidenziale. E’ stato Giorgio Napolitano ad affidargli l’incarico di dare un seguito all’esperienza di Letta che, a dire il vero, aveva ben altre caratteristiche: un esecutivo di passaggio nato con lo scopo di fare le riforme essenziali e fornire una risposta alla grave situazione di instabilità economica e istituzionale. 

Letta aveva siglato un patto con gli italiani che aveva il suo massimo garante nel presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Renzi è venuto meno a questo patto, cambiando radicalmente la natura e le sembianze della legislatura. Una forzatura che nel frattempo ha dovuto registrare l’assenza dello stesso Napolitano che, come è noto, ha lasciato il Quirinale. Il dettaglio non è indifferente. Non è affatto scontato che un costituzionalista di ferro come Mattarella, se mai si fosse trovato nella stessa situazione, avrebbe optato per la medesima soluzione. Tutto si può dire in merito al divario fra il Paese legale e il Paese reale, ma affidare l'esecutivo a chi come Matteo Renzi si trova sprovvisto di un mandato elettorale ineccepibile sul piano formale e sostanziale, non è un passo che si compie a cuor leggero. 

L’attuale presidente del Consiglio è un nominato, non un eletto. E la sua è stata una nomina giustificata dal fatto che era il segretario del Pd, un partito che è stato votato più degli altri ma il cui vantaggio sul Movimento 5 Stelle, è bene ricordarlo, non ha raggiunto i 150mila voti. Non bisogna essere degli addetti ai lavori per capire che c’è una differenza enorme fra chi viene eletto dal popolo e riceve un incarico di governo e chi, invece, salta il primo passaggio e approda direttamente al secondo. Nel primo caso il principio della rappresentanza democratica è rispettato al dettaglio, nel secondo no. E si tratta di un’omissione tutt'altro che marginale. 

Il famoso politologo Giovanni Sartori, riflettendo sul declino della rappresentanza, ha rilevato i pericoli per la democrazia qualora «il personale parlamentare finisca per ‘somigliare’ assai più al personale partitico - quello dei politici professionali - che non alla società che avrebbe dovuto rispecchiare. Se così fosse chi è rappresentato sarebbe soprattutto il partito-apparato». Un’ipotesi di scuola che può essere estesa fino a comprendere il caso del presidente del Consiglio e che spiega molto bene i pericoli connessi all’autoreferenzialità del sistema partitico italiano che ha già dato prova di poter degenerare nella peggiore e più bieca partitocrazia. 

Anche il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano non è esente da critiche. Se Renzi può sperare di governare fino al 2018 è grazie solo all’appoggio incondizionato dei deputati e dei senatori che a suo tempo sono fuoriusciti dal Pdl. Una scelta che allora era stata salutata da molti come un sussulto di dignità rispetto alla prassi delle formazioni berlusconiane dove la forza dirompente della leadership ha sempre indebolito l'avvento di una corretta dialettica interna. Ma da qui a decidere di allearsi in pianta stabile con il Pd e la sinistra, ce ne vuole. 

Alfano è stato eletto sotto la bandiera del Pdl che nelle ultime elezioni si è aggiudicato il 29,18% dei suffragi, tallonando il Pd di Bersani che ha raggiunto il 29.55% e staccando Grillo che si è fermato a un pur rilevante 25.56%. Berlusconi aveva indicato Alfano come presidente del Consiglio qualora la coalizione di centrodestra avesse vinto le elezioni. Al fianco del Pdl figuravano Lega Nord, La Destra e Fratelli d’Italia. Maroni aveva proposto come candidato premier l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Fra i due non ci sarebbe stata comunque battaglia. Il Pdl ha nettamente superato il Carroccio alla Camera e al Senato. Il 'premierato' non poteva che andare al politico siciliano. 

La scissione di Ncd non rappresenterebbe un deficit di legittimità se la volontà politica fosse rimasta fedele allo spirito dei consensi ottenuti. Se, cioè, gli ‘alfaniani’ cercassero con ogni mezzo di ricostruire l’unità di un fronte alternativo alla sinistra e al Pd. Un obbiettivo che ormai è stato scavalcato dal proposito di rimanere al governo con Renzi fino al 2018. Le due cose appaiono francamente inconciliabili come testimonia l'innegabile flessione nell'impegno in direzione delle rivendicazioni identitarie.

Il percorso dell'esecutivo non può sovrapporsi al progetto di ridare slancio a un centrodestra unitario e in ogni caso è stato ripetutamente bocciato alle urne come hanno messo in risalto le deludenti prestazioni alle elezioni. La lezione è semplice: presi i voti nel centrodestra, non si può impunemente traghettarli nel campo opposto. O meglio. Si può fare, ma si perde inevitabilmente la fiducia degli elettori. E senza la fiducia si perde anche la legittimità. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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