BANCHE & PETROLIO | 08 Aprile 2016

Renzi, isolato nel Paese e amico delle lobby

Renzi, l’ambizione dell’assolutismo e la dipendenza dalle lobby. Un premier che dice di essere interessato al bene di tutti, ma in realtà governa per pochi pensando solo a sé stesso e alla sua cricca

di ROBERTO BETTINELLI

Il presidente del Consiglio non fa che ripetere di non essere l’uomo delle lobby. E’ un chiaro segnale di affanno. Una situazione inedita per Renzi, evidentemente non abituato a giocare in difesa. Se c’è una cosa che gli riesce bene, infatti, è attaccare. Non è fatto per giustificazioni e discolpe come dimostra l’inchiesta della magistratura sui giacimenti in Basilicata. Prima di rischiare di essere ‘convocato’ dalla Procura è stato lui a prendere l’iniziativa. «Sentitemi, sono pronto» ha detto ai giudici. 

Un tema, la sudditanza del governo rispetto ai poteri forti, che ormai sta prendendo piede nell’opinione pubblica. Gli episodi sono diversi. Il primo caso ha coinvolto il ministro Boschi, finito nella bufera a causa dell'inchiesta su Banca Etruria che ha travolto il padre Luigi. Una vicenda che ha visto l’esecutivo intervenire con una legge ‘ad personam’ che ha salvato gli istituti coinvolti, Cda compresi, ma ha mandato sul lastrico i correntisti. Poi è toccato a Tempra Rossa con Federica Guidi, titolare del Mise, intercettata dalla Procura di Potenza mentre ‘passava’ informazioni segrete al compagno dal quale, parola dello stesso ministro, era trattata come «una sguattera» pur di ottenere lo sblocco delle trivellazioni in Basilicata. Un’azione, questa, che ha esposto l’esecutivo al sospetto di favorire le compagnie interessate ai giacimenti. Infine il caso del ministro Del Rio, considerato dalle opposizioni «un amico dei petrolieri» per aver cancellato dal codice degli appalti le estrazioni di petrolio e che, pare, sia stato fotografato addirittura con esponenti di un clan mafioso. 

Vere o non vere che siano le accuse, resta il fatto che un ministro si è dovuto dimettere, altri due stano subendo il patibolo della gogna mediatica, il governo deve fronteggiare una mozione di sfiducia e il premier, ormai definito «lobbydipendente» dagli avversari, è costretto a rivendicare la paternità dell’emendamento che ha autorizzato lo sfruttamento dei pozzi lucani e che ha scatenato un’autentica guerra civile all’interno del Pd dal momento che nessuno ne sapeva nulla. 

Che un esecutivo abbia a che fare con le lobby è normale. Di più. E’ corretto. Le lobby rappresentano i grandi interessi che sono in capo ai gruppi industriali e concorrono in modo rilevante alla prosperità del Paese. Il rapporto stretto e continuativo con le istituzioni per evitare il pericolo di una legislazione favorevole o quanto meno non ostile interessa anche organizzazioni datoriali come Confindustria o sindacali come Cgil Cisl e Uil. 

L’anomalia della situazione italiana sta nel fatto che la relazione non avviene alla luce del sole ma nelle pieghe più oscure dei negoziati parlamentari o, peggio, nei corridoi dei ministeri dove lavorano i burocrati che risultano gli effettivi estensori delle leggi. 

Ma un conto è avere a che fare e un conto è subire. La sudditanza di Renzi e della sua ‘cricca’ rispetto ai poteri forti è sempre più evidente. E, viste le condizioni in cui opera il governo, prevedibile. Il premier ha l’ambizione di governare da solo negando il rapporto privilegiato con il partito di massa, il Pd, che, attraverso le primarie e la conquista della segreteria nazionale gli ha dato la possibilità di diventare presidente del Consiglio. Tanto più che figure come la Boschi o Del Rio si rivelano pedine del leader piuttosto che del partito. 

Il distacco dal Pd e dai sindacati, in primis la Cgil, che da sempre esercitano il ruolo di catalizzatori del radicamento sociale nel mondo della sinistra, è il frutto della strategia di Renzi che vuole guidare il Paese in autonomia. Un obbiettivo che lo consegna ineluttabilmente alle trattative privilegiate con i soggetti economici più intraprendenti e invasivi. La mancanza di un ‘retroterra’ adeguato dal punto di vista sociale e politico, in abbinamento alla crescente diminuzione della capacità di impatto delle opposizioni che da un modello diadico centrodestra-centrosinistra hanno ridotto la loro portata fino a includere il terzo polo dei 5 Stelle, fa di Renzi l’alleato ideale delle lobby. 

Non dovendo rendere conto a nessuno, agisce in un vuoto di responsabilità e su ogni partita aumenta in modo esponenziale il rischio che la missione sia rafforzare la posizione personale e l'influenza della cricca. Un atteggiamento che è una vera manna per i poteri costretti a collaborare con lo Stato. 

Il risultato è che gli italiani hanno a che fare con un premier che dice di essere interessato al bene di tutti, ma in realtà governa per pochi pensando solo a sé stesso. 

 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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