LE FANTASIE DEL PREMIER | 19 Maggio 2016

Renzi e i numeri taroccati del Jobs Act

Crollano le assunzioni a tempo indeterminato. Ma Renzi continua a mentire agli italiani pur di non retrocedere nei sondaggi. E anche se la Merkel corre in suo aiuto per mettere una toppa allo sfacelo dell’Europa, in Italia il lavoro non c'è

di ROBERTO BETTINELLI

Non si arrende alla nuda evidenza il premier che, davanti ai dati sconfortanti del mercato del lavoro registrati nei primi tre mesi dell’anno, dichiara che «il Jobs Act ha funzionato» e che in due anni «sono stati recuperati 400mila posti di lavoro».

Ne prendiamo atto. Ma la realtà sembra molto diversa da quella che viene comunicata da un Renzi risentito per quanto sempre 'in modalità' pubblicitaria e autocelebrativa. Una difesa comprensibile sul piano della bagarre politica, essendo finora il Jobs Act lo strumento principe in materia di lavoro varato dall'esecutivo, ma non di certo sul piano etico.

Renzi, pur di sostenere tesi elettoralistiche che risultano ancora più urgenti in prossimità del voto delle amministrative di giugno, fa prevalere le ciniche ragioni della realpolitik rispetto all'imperativo di costruire un rapporto onesto con i cittadini. Una relazione che ha come premessa irrinunciabile il fatto di riconoscere i problemi più spinosi, denunciandone apertamente l’esistenza e non tacendone la gravità. Ma come al solito, messo davanti al bivio se dire la verità e rinunciare a quote di consenso o raccontare balle nel tentativo di non perdere terreno nei sondaggi, il premier dimostra di preferire la seconda opzione. 

Un modus operandi, il suo, che è talmente palese da privarlo di un porto sicuro che sia in grado di proteggerlo da contraccolpi sgradevoli sul versante della popolarità e della fiducia come rivelano le rilevazioni demoscopiche sempre più penalizzanti. Un atteggiamento omissivo e oscurantista che emerge platealmente nelle reazioni che si scatenano in presenza dei dati che dovrebbero mettere fine ad ogni discussione garantendo trasparenza e oggettività.

Nel primo trimestre del 2016, stando all’Osservatorio sul precariato dell’Inps, il saldo dei contratti a tempo indeterminato ha fatto segnare un incremento di 57.087 unità. Una cifra ben più misera dei numeri altisonanti che sforna quotidianamente Palazzo Chigi e che rappresenta il 77% in meno rispetto al quanto accaduto nel 2015, risultando inferiore di quasi 30mila unità rispetto al 2014.

Siamo lontanissimi dai più di 100mila occupati certificati dall’Inps nel 2015, l’anno in cui i bonus per le aziende previsti dal Jobs Act erano pari a 8mila euro per ogni lavoratore assunto con un contratto a tempo indeterminato. Ridotti poi, inspiegabilmente, fino al 40% per il 2016 con un contributo pari a 3.250 euro mentre, nel 2017, scenderanno ulteriormente stabilizzandosi secondo intorno al 20%. 

Continuano ad aumentare, invece, gli impieghi dei voucher da 10 euro lordi che nei primi tre mesi dell’anno hanno toccato quota 31,5 milioni, quasi il 50% in più rispetto al 2015. A testimonianza del fatto che il lavoro precario esiste ancora e non accenna a diminuire nonostante le rassicurazioni del presidente del Consiglio. 

Da quando Renzi è diventato capo del governo, non se ne conosce bene il motivo, si è verificato un continuo conflitto fra i numeri dell’Istat e dell’Inps sul mercato del lavoro. Ma a prescindere da quale sia la fonte più credibile, è indubbio che nel corso del 2016 si stia accusando un colpo durissimo. Il segno meno detta legge. Non si avverte né dinamismo né coraggio. La paralisi degli investimenti penalizza la competitività, l’innovazione e denuncia l’inconsistenza della ripresa economica indefessamente annunciata dal segretario del Pd. 

Renzi ha stanziato 18 miliardi di euro per rilanciare il mercato del lavoro, tre dei quali mancano all’appello. Sono, cioè, senza copertura. Ma lo sforzo non ha generato i frutti sperati con il tasso di disoccupazione che resta fra i più alti d’Europa, pari all’11,3%, il debito che supera il 132,7% del Pil, la domanda interna che arranca, l’export che ha incontrato una traumatica inversione di tendenza a causa del rallentamento di Cina e Brasile mentre il Pil, se tutto va come dovrebbe andare, sarebbe in aumento soltanto dell’1,1%. Un quadro allarmante che evidenzia quanto poco abbia raccolto l’ex rottamatore che ora, dopo aver beneficiato dei 14 miliardi di flessibilità concessi dall'Unione Europea, dovrebbe comportarsi in modo più saggio e responsabile. Invece di promettere mari e monti a tutti per poi, indistintamente, venire meno alla parola data provocando una generale frustrazione nel Paese, dovrebbe riprendere con vigore la strada degli incentivi per combattere la disoccupazione riducendo parallelamente la pressione fiscale a carico delle famiglie e delle imprese. 

Che Angela Merkel abbia portato soccorso a Renzi in un momento estremamente critico, non c’è dubbio. Il cancelliere tedesco non può permettersi di indebolire un’Europa già in preda allo sfacelo a causa della crisi di legittimità di Hollande, della Brexit, di una Spagna costretta a tornare alle urne e dove si teme l’effetto valanga Podemos, della Grexit e del deficit fuori controllo di Paesi come Portogallo e la stessa Spagna.

Agevolato da un contesto di disfacimento, Renzi non può farsi però troppe illusioni sulla generosità delle istituzioni europee. Bruxelles non ha mai regalato nulla a nessuno. Se non, forse, alla locomotiva di Berlino. Ma non è il caso dell'Italia che, in concomitanza del lascia passare sulla flessibilità, viene colpita dalla sentenza della Corte Europea sull’Ilva di Taranto e deve farsi carico, nel pressochè totale abbandono, dell'emergenza migranti. Quanto ai conti, resta un osservato speciale e già a luglio ci potrebbe essere un dietrofront della Merkel.  

Intanto, però, il lavoro continua a mancare. E fare come fa Renzi, ribattendo con tono accusatorio alla realtà dei numeri che dichiarano la poca efficacia delle sue scelte, significa rinviare la soluzione del problema portando il Paese sempre più vicino al punto di rottura.

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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