REFERENDUM | 21 Novembre 2016

Renzi e il seme dell'intolleranza

Altro che «accozzaglia». L’uno contro tutti di Renzi dimostra solamente che la maggioranza degli italiani è contro la riforma costituzionale. Il premier mai eletto, parlando la lingua dell'intolleranza, diventa un pericolo per la democrazia

di ROBERTO BETTINELLI

Ci sono dei limiti che un premier, soprattutto se non eletto ma nominato dall’alto secondo i metodi opachi della peggiore partitocrazia, non dovrebbe mai superare.

Limiti che Matteo Renzi, notoriamente irrefrenabile e reso ancora più debordante dagli ultimi sondaggi che dichiarano un distacco di sette punti a favore dei ‘no’ rispetto ai ‘sì’ nelle previsioni del voto referendario, ha calpestato sordidamente nel momento in cui ha definito «accozzaglia» gli avversari.

Un termine che evidenzia qualcosa di più, e di peggio, della semplice contrapposizione politica. Qualcosa che rasenta il disprezzo e, a dirla tutta, coincide con l’attribuzione di una minorità che risponde alle categorie manichee della più triviale xenofobia.

Nel descrivere in un modo così rozzo e brutale l’ampio fronte dei rivali, Renzi non si è fermato alla presa d’atto di una eterogeneità evidente a tutti, vista la lontananza di posizioni che intercorre fra Berlusconi, Grillo, Landini, Monti, D’Alema e Zagrebelsky. Il segretario del Pd, già ripreso dall’Agcom per le eccessive apparizione televisive durante una campagna referendaria che ha visto il governo schierare tutti i potenti mezzi a disposizione senza curarsi degli effetti di ineguaglianza e di distorsione rispetto ad una competizione che dovrebbe essere paritaria, ha riportato indietro le lancette della storia politica italiana sostituendo il normale avversario con il nemico acerrimo e terrificante. Una lettura faziosa che ha dominato i decenni della prima repubblica quando Dc e Pci si fronteggiavano con spirito implacabile, spaventando a morte gli elettorati di appartenenza per compattare le fila e ottenere l’adesione massima nel giorno delle elezioni. Un atteggiamento che ha poi caratterizzato la filiera postdemocristiana e postcomunista, confluita nel partito del Nazareno, alle prese con l’offensiva di Silvio Berlusconi a partire dal ’94. Impresa, questa, che si è rivelata ripetutamente fallimentare e che Renzi, almeno inizialmente, sembrava aver archiviato in modo definitivo legittimando il Cavaliere come un attore degno di riconoscimento anche da parte delle sinistre.

Che i sostenitori del ‘no’ abbiano ben poco da condividere se non l’opposizione alla riforma costituzionale, è indubbio. Ma che solo per questo motivo vengano paragonati ad una volgare «accozzaglia» è il segno di una intolleranza che dimostra la vocazione dispotica di Renzi e l’estrema utilità delle proteste espresse dalle varie opposizioni ai fini della tutela delle buone prassi democratiche.

Se il tentativo di modificare la costituzione fosse stato condotto con intelligenza e raziocinio, oltre che con il rispetto delle prerogative parlamentari, certamente Renzi non dovrebbe scontrarsi ora con una serie di veti che sono da rintracciare all’interno del suo stesso partito, nel mondo della sinistra e in tutte le forze politiche, escluso il Pd, che risultano indistintamente impegnate a sostenere il ‘no’.

Analizzando un simile fuoco di sbarramento emerge una ‘unità nella differenza’ incondizionatamente ostile alla riforma Renzi-Boschi che, a prescindere dalla distanza iniziale in merito alla visione del Paese e ai valori di base, condivide valutazioni analoghe sui temi cruciali della governabilità, dell’esercizio della democrazia, dell’opportunità di partecipazione e dell’efficientamento dello Stato. Ma soprattutto condivide un comune obbiettivo: liberarsi di un premier, salito al potere grazie allo slogan populista della rottamazione e alle trame di palazzo ordite dall’ex capo dello Stato Napolitano, e che più passa il tempo e più si rivela ossessionato dall'ambizione di un potere univoco e monopolista.

La realtà dei fatti dimostra che l’uno contro tutti ingaggiato colpevolmente da Renzi colloca nel campo avversario la gran parte delle forze politiche, di destra e di sinistra, imponendo una potenziale maggioranza che peraltro, se si danno per buoni i sondaggi, sarebbe già pronta a palesarsi come tale individuando nel premier-segretario niente di meno che un usurpatore liberticida.

Renzi dovrebbe manifestare più umiltà e più rispetto verso una decisione, votare per il ‘no’ al referendum, che è da stimare benevolmente almeno quanto il ‘sì’. Non farlo significa non essere degno della fiducia di una nazione civile come l’Italia. Significa rappresentare, in breve, un pericolo per la libertà di tutti. Una minaccia, contro la quale, bisogna reagire a prescindere dalle battaglie che sono state condotte in passato perché la priorità, ora, è mettere in sicurezza il presente e il futuro della democrazia. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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