LINGUAGGI | 06 Febbraio 2015

Renzi e l'arte del vaniloquio

Accordi con tutti, veti da nessuno. Come dire: parlate pure ma alla fine decido io. Il leaderismo esasperato di Renzi e i tatticismi da Prima repubblica coperti dalla retorica dell'antipolitica

di LUCA PIACENTINI

L’impresa impossibile renziana di tenere insieme il dialogo ecumenico e il decisionismo esasperato ha toccato l’assurdo con l’elezione del capo dello Stato. Sono pronto a dialogare con tutti, ma non accetto veti da nessuno, ha detto Matteo Renzi a Porta a Porta ricordando il suo approccio al caso Quirinale, ripetendo il mantra con cui da mesi occupa social, giornali e televisioni. Caspita. Bella frase. Ad effetto. E poi ha ragione, verrebbe istintivo chiedersi meditando in poltrona davanti alla Tv: chi sarebbe disposto ad accettare veti? 

A ben vedere, però, la frase non tiene. E’ uno slogan, una capriola linguistica, quasi una supercazzola diremmo parafrasando il mitico Tognazzi. Ma se la supercazzola funziona in Tv, non può durare nella dialettica politica. Soprattutto dopo quel che è successo con l’elezione del capo dello stato, che ha mostrato una volta per tutte la spregiudicatezza di Renzi, il quale può giocare su tre tavoli contemporaneamente con tre alleati diversi e fare spallucce davanti alle critiche. 

Che significa, infatti, «accordi con tutti, veti da nessuno»? Nel linguaggio del dialogo tra i partiti la traduzione sembra questa: alleati e nemici vengano da me, dicano pure quello che hanno da dire, ma se il Renzi-pensiero non gli va giù, tanto peggio per loro. Il capo del governo sono io, il leader del Pd sono io. E decido io. 

Sì, peccato che se ascolti qualcuno lo fai per confrontarti veramente, coglierne le ragioni e prendere il buono. Il problema è che lo slogan usato nel salotto di Bruno Vespa, dopo la partita del Quirinale suona in ben altro modo: non accetto veti da nessuno, infatti, significa che non mi interessano davvero gli alleati. Come dire: faccio accordi solo se non metti il veto, cioè se sei già d’accordo. Se dici «no», vado dall’altro, e poi dall’altro ancora. Faccio il giro delle sette chiese perché tanto trovo i voti.

Renzi ha sottolineato che è finito il tempo dei veti, in cui i singoli partiti dicevano 'o si fa così o ci mettiamo di traverso', una stagione finita per tutti, «partitini, partitoni, partitucci» riferendosi a Ncd. Nonostante il premier abbia aggiunto di aver «rispetto per gli alleati» e di non voler mettere «il governo del paese in una discussione tra partiti», e a parte le riforme e gli interventi di cambiamento annunciati ma poi mancati (dal timido Jobs Act alla finta cancellazione delle Province, dal taglio ridicolo dell’Irap al trattamento iniquo delle partite Iva), una domanda sorge spontanea: perché mai gli alleati dovrebbero confrontarsi con lui visto che, se le loro indicazioni risultano sgradite, non si tradurrebbero comunque in modifiche concrete delle norme o degli assetti politici? 

Questa insistenza nel «tirare dritto» senza cambiare metodo è il segno di un atteggiamento spregiudicato. Lo stesso che ha condotto Renzi alle tre incredibili maggioranze: con Sel per il capo dello Stato, con Forza Italia per le riforme, e Area popolare (Ncd-Udc) per il governo. C’è chi ha parlato di capolavoro politico. Più corretto parlare di astuzia. E, forse, pavidità degli avversari. Tanto che lui può quasi prendersi gioco degli alleati, a partire dal Nuovo Centrodestra. 

Quando infatti in Ncd qualcuno ha alzato la voce, il presidente del Consiglio ha rispedito le critiche al mittente rincarando la dose. Due esempi. Primo: dopo l'elezione di Mattarella, nel Nuovo Centrodestra é scoppiata la rivolta; a chi sottolineava l'urgenza di un cambio di metodo nella maggioranza, l'ex sindaco ha risposto per le rime: non tratto coi partitini, ha detto a Porta a Porta, e le verifiche si fanno scuola. Il secondo esempio è il decreto sulle banche popolari, una battaglia che Ncd ha rilanciato dopo lo sgarbo sul Quirinale, ribadendo che non sarebbe stato della partita; per tutta risposta, poche ore dopo, Renzi se n’è uscito dicendo che sulle Popolari il governo si prepara alla fiducia: "Basta coi signorotti”.

Appoggiando oggi il governo, si rischia solo di rafforzare politicamente Renzi. Che vuole una cosa sola: aiutarlo a tenere divisi i suoi avversari. Lo si capisce anche leggendo le cronache, secondo cui il presidente del Consiglio si sarebbe preso il merito della spaccatura di Forza Italia dopo l’elezione del capo dello Stato. Quel che Renzi teme davvero è l’alleanza dei moderati. Vuole tenere diviso il partito di Alfano da Forza Italia, intestarsi la guida del centro e proporsi come unica forza responsabile davanti all'agonia degli avversari. 

Scrive Francesco Verderami sul Corriere del 4 febbraio: «La strategia del leader pd — applicata anche per il Quirinale — non cambia: l'obiettivo è continuare a tener divisi i due tronconi dell'ex Pdl. E con Renzi che per un verso presidia il centro e per un altro assorbe la sinistra, la destra è sospinta verso l'estrema, nelle braccia di Salvini». Così quel che resta dell’elettorato di centrodestra va verso Matteo Salvini. Più si parla del leader del Carroccio come leader di un’eventuale coalizione di centrodestra e più Renzi ottiene il risultato di caricare di parossismo e toni estremi un'area politica storicamente segnata invece da posizioni moderate. 

Avversari divisi, ma compatti all'interno. E Renzi si guarda bene dal portare all'implosione il Partito democratico, cercando di fare pace con la sinistra grazie ad appuntamenti chiave come l'elezione al Quirinale o il disegno di legge sulle unioni civili. 

Visto che però un sistema democratico non può funzionare senza un'opposizione in salute (almeno apparente) non ne vuole l’azzeramento, e la tiene in vita fingendo di legittimarla attraverso la partecipazione al percorso di riforme istituzionali (dove per altro definisce non necessari i voti di Forza Italia).

Analizzando bene i discorsi di Renzi, però, come dicevamo all'inizio, la realtà viene a galla. Non si può, infatti, sostenere il dialogo con tutti e poi aggiungere che non si accettano veti. Perché se non si vuole sedere intorno al tavolo e scendere a compromessi, trattando sul da farsi e modificando eventualmente le proposte, significa che il messaggio è uno solo: state con me - è come se dicesse Renzi - non perché io sia interessato al confronto reale sui contenuti, ma perché vi conviene e sono il più forte. Diversamente, andate per la vostra strada.

Se questo è il messaggio della nuova politica, meglio le supercazzole. Ma quelle di Tognazzi, che almeno fanno ridere. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.