LA PARTITA DEL POTERE | 12 Marzo 2015

Renzi e l’Italicum: l’ostacolo finale

Il premier incassa il via libera sulla riforma del Senato. Ma la battaglia finale è l’Italicum. La forza del prossimo governo dipende infatti dalla legge elettorale. E Matteo Renzi giocherà tutte le sue carte (e astuzie politiche) per portarla a casa

di LUCA PIACENTINI

Il Partito democratico ha votato la riforma del Senato e del titolo V della Costituzione. Ma i dissidenti non hanno digerito il rospo. «E’ l’ultima volta», hanno avvertito gli esponenti di spicco della minoranza Dem. Tradotto: ora tocca alla legge elettorale, e qui ci dovete ascoltare, la musica cambierà. Lo scontro interno è sui capilista bloccati. Comunque vada, il presidente del Consiglio farebbe bene a non cantare vittoria. Non perché debba temere gli avvertimenti di Cuperlo o Bersani, visto che in altri casi hanno fatto marcia indietro, quanto perché con l’Italicum la posta in palio è altissima: la forza che assegna alla lista vincente è enorme, garantisce quasi in automatico la stabilità di governo e, in caso di vittoria, incoronerebbe Renzi leader indiscusso dell'intera legislatura. Insomma: è la vera partita del potere. E c’è da scommettere che i nemici politici, interni ed esterni, ce la metteranno tutta per infilare il bastone tra gli ingranaggi della veloce macchina del premier. 

Così com’è scritto, l’Italicum riduce al minimo il rischio di incidenti parlamentari, rende praticamente certa la durata quinquennale. E’ una legge elettorale che privilegia la lista a scapito della coalizione: la prima semplifica e porta governabilità, la seconda invece preserva la frammentazione e l’eterogeneità dell’alleanza di governo, vera causa di immobilismo nel sistema politico italiano. Ancora di più, secondo alcuni analisti, delle lentezze legate al bicameralismo perfetto o della debolezza formale del presidente del Consiglio, che pure è privo dei poteri che contano in una democrazia, quali la nomina dei ministri, lo scioglimento delle Camere o il potere di indire nuove elezioni, tutti assegnati ad un presidente della Repubblica tutt’altro che spettatore senza possibilità di influire nel gioco democratico come vorrebbero invece farci credere quelli della «Costituzione più bella del mondo».

A riguardo l’analisi dei "veto players”, teoria politologica che assegna un ruolo centrale agli attori con potere di veto, mostra con efficacia come i cambiamenti dello status quo, ad esempio in ambito legislativo, vengano impediti dall’assenza di alternanza (venuta meno nella seconda Repubblica con la fine del Pci e l'introduzione del bipolarismo) e dall’eterogeneità delle coalizioni (che purtroppo invece rimane). In altre parole il blocco del paese non andrebbe attribuito anzitutto al bicameralismo o ad altri aspetti di un’architettura istituzionale pure antiquata e sicuramente da ammodernare, ma sarebbe causato principalmente dal fuoco amico, che arriva da fazioni e frazioni, interessi opposti e beghe di alleati, dalla rissa senza fine che da sessant’anni attraversa la Repubblica. 

Nel centro destra dovrebbe scattare l'allarme rosso. Tutti i partiti (Lega compresa, dopo la cacciata di Tosi) sono in frantumi. Merito di Renzi, bravo a dividere gli avversari, oppure colpa di questi ultimi, che non sanno quale mossa politica opporre all'astuto e dinamico presidente del Consiglio? La verità, probabilmente, sta nel mezzo. 

Di certo, mentre a destra ci si affanna senza idee e si rischia di precipitare nell’anti renzismo, una versione di destra del vecchio e odiato antiberlusconismo senza veri argomenti, il presidente del Consiglio rinsalda le fila in vista del traguardo: l’Italicum. E lo fa con la coda dell’occhio costantemente rivolta alla compattezza del partito e al consenso dell’opinione pubblica. La prima è presidiata nella direzione nazionale, dove l’ex sindaco motiva le sue truppe, fa concessioni ai dissidenti o rinvia temi scottanti per scongiurare l’implosione del partito (usa cioè il bastone e la carota, come sottolineato con efficacia dal direttore dell’Informatore Roberto Bettinelli); il secondo elemento, il consenso popolare, è alimentato da annunci e interviste su quanto fatto e sul da farsi.

E se la minoranza interna protesta, la fedele ministra alle Riforme Elena Boschi va in tv e dice che è lo stesso: comunque vada, la legge elettorale non si cambia. I voti si trovano. L’importante è andare fino in fondo. E, aggiungiamo noi, vincere la partita decisiva.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.