FORZA RENZI | 20 Ottobre 2016

L’ultima cantonata di Barack in politica estera

Obama, che in politica estera non ne ha mai imbroccata una, fa l’endorsement a Renzi sul referendum. Ma gli italiani non devono fidarsi. O è l’ennesimo flop del presidente Usa o è in atto uno scambio a tutto vantaggio del segretario del Pd

di ROBERTO BETTINELLI

Non è la prima volta che i leader politici italiani con grosse difficoltà in patria ricorrono al ‘viaggio americano’ per farsi aiutare dal presidente a stelle e strisce di turno. La differenza rispetto al passato è che Renzi non ha portato a casa un solo centesimo come fece a suo tempo il pioniere Alcide De Gasperi. Era il ’47 e ad accogliere il capo del governo italiano c’era Harry Truman che non esitò a mettere sul piatto 100 milioni di dollari per la ricostruzione del dopo guerra. 

Oggi, a ricevere Renzi e la signora Agnese, c’è Barack Obama al quale il premier italiano non ha chiesto né soldi né risorse per il Paese. Ma semplicemente un misero ‘aiutino’, o più elegantemente un generoso endorsement, in vista del referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre. Una ‘spintarella’ personale che ben poco ha a che fare con il bene del Paese, ma che si rende necessaria vista l’aria che tira in patria e con i sondaggi che testimoniano il vento favorevole ai ‘No’. Un risultato che, se fosse confermato, metterebbe fine alla carriera politica del premier italiano. 

Obama, che ha invitato Renzi e consorte all’ultimo State Dinner alla Casa Bianca, ha partecipato ad un inutile bilaterale che pare essere stato costruito ad arte per rilanciare l’immagine fortemente appannata del presidente del consiglio. I suoi commenti sul referendum sono stati a dir poco imbarazzanti: «migliorerà l’economia» e renderà «il sistema politico più responsabile». Renzi, inoltre, dovrebbe «restare in politica comunque vada» poiché le sue «riforme sono giuste». 

Una linea che conferma l’uscita improvvida dell’ambasciatore Usa in Italia John Philips che in tempi non sospetti ha affermato pubblicamente come  l’eventuale vittoria del ‘No’ avrebbe rappresentato «un passo indietro per gli investimenti stranieri». Una frase che ha scatenato una sequela infinita di polemiche, assolutamente motivate e prevedibili, facendo fare alla superpotenza la figura di chi si intromette in casa d’altri. 

Si è trattato di un grave episodio di ingerenza che né l’ambasciatore né il presidente degli Stati Uniti avrebbero mai tollerato se, al posto dell’Italia, ci fossero stati gli Stati Uniti.

Obama, sostenendo il segretario del Pd nel pieno della battaglia referendaria, dimostra di non sapere assolutamente nulla della brutalità con cui Renzi ha messo mano ad una costituzione che ha mille difetti ma che non per questo deve essere stravolta dal ‘primo venuto’ e in assenza di una sinergia fra la maggioranza e l’opposizione nell’istante in cui si riscrivono le regole del gioco politico. Un metodo, la condivisione, che sta alla base del longevo successo della costituzione italiana del ’48 come di quella americana del 1787. Questa, infatti, prima di essere approvata dovette essere ratificata dai singoli stati. Cosa che avvenne solo dopo un’ampia, libera e ugualitaria discussione. Un dettaglio cruciale che brilla per la sua assenza nell’operazione renziana. 

Obama ha promesso ripetutamente di rispettare la costituzione del proprio Paese, riconoscendo l’inviolabilità del principio che coincide con l’imprescindibile presenza del voto popolare ai fini del corretto esercizio della democrazia. 

Un principio che resta invece del tutto sconosciuto a Renzi, un nominato che non è stato eletto da nessuno, e che lo priva endemicamente dell’autorevolezza di condurre in porto un’azione estremamente delicata a complessa quale è appunto la modifica della magna carta della nazione. 

In merito ai vantaggi citati da Obama sul contenuto del referendum, non si capisce bene per quale motivo la vittoria del ’Sì’ dovrebbe rilanciare l’economia proiettando l’Italia fuori dalla crisi. Nè si capisce per quale motivo i senatori part time, indicati dalle segreterie di partito, e una procedura legislativa che moltiplica le contese fra le due camere dovrebbero essere i segnali di una maggiore responsabilità delle istituzioni nei confronti del popolo. 

Esulando dalle questioni di merito, sulle quali il capo della Casa Bianca manifesta una evidente inconsapevolezza, resta allora da comprendere per quale motivo Obama abbia deciso di aiutare Renzi. 

La risposta sta tutta nella politica estera di Washington. O nel fallimento della stessa. Dopo aver celebrato, da senatore, la dottrina di Bush senior che aveva determinato la cacciata di Saddam Hussein dal Kuwait e l’umanitarismo interventista di Clinton, una volta giunto al potere Obama ha cambiato radicalmente idea. 

Il risultato è stato un neo-isolazionismo che ha portato alla destabilizzazione di tutta l’area nordafricana e, sopratutto, mediorientale. L’Iraq è ripiombato nel caos e si è aperta la voragine infernale della Siria che ha rappresentato il trampolino di lancio dell’Isis. Un problema, quello del terrorismo islamico, che l’amministrazione Obama ha colpevolmente sottovalutato permettendo un contagio che dal Califfato si è propagato in tutto il mondo. 

L’Italia, pressata dalla piaga dei flussi migratori e dall’avanzata delle truppe dell’Isis in Libia, ha trovato in Matteo Renzi un leader che ha preferito polemizzare mediaticamente con l’Europa invece di trattare il problema con gli Usa, l’unico attore in grado di estirpare la presenza dei terroristi islamici nel Paese un tempo governato da Gheddafi e oggi abbandonato a sé stesso con il risultato che sono proprio i giacimenti dell’Eni le fonti energetiche dell’occidente più direttamente minacciate. 

Un contesto al quale si aggiunge il successo di Putin nel far pesare nuovamente la potenza militare russa. Un protagonismo che si è sostituito, di fatto, al vuoto lasciato dall’America guidata da Barack che solo dopo l’intervento di Mosca è tornata ad occuparsi della Siria promuovendo una coalizione internazionale che ha ottenuto ben pochi risultati rispetto alle azioni dell’esercito di Putin. 

Un fallimento, quello di Obama, che paga anche il peggioramento dei rapporti con la sola, vera democrazia dell’area mediorientale, Israele, messa a rischio dall’ok concesso da Washington all’atomica iraniana. 

Insomma, in politica estera Barack è tutto tranne che un presidente di cui gli americani potranno vantarsi una volta che avrà detto addio alla Casa Bianca. D’altronde se il prestigio della nazione più ricca e potente del mondo fosse rimasto lo stesso negli anni del suo duplice mandato, Donald Trump non avrebbe avuto avuto tutto l’agio possibile nel conquistarsi le simpatie di una fetta importante della popolazione mettendo a nudo i madornali errori commessi dall’amministrazione Obama. 

Riassumendo: o l’endorsement a Renzi non è altro che l’ennesima e stupida goffaggine di Barack nel terreno per lui da sempre ostile della politica estera oppure fra i due è in atto un rapporto di scambio in cui bisogna subito domandarsi che cosa possa aver ceduto il premier italiano. 

Una domanda che non è per nulla retorica e che forse viene a cadere dopo che lo scorso agosto si è verificato l’arresto improvviso del trattato di libero scambio dell’Unione Europa con gli Stati Uniti. Un fallimento, ha detto il vicencancelliere e ministro dell’Economia della Germania Sigmar Gabriel, dovuto al fatto che «come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane»

Fermo restando che Obama non he ha imbroccata una in politica estera e che un’intromissione così evidente degli affari interni di un’altra nazione non può che essere condannata, è doveroso sottolineare che l’aiutino di cui ha beneficiato Renzi non si fa mai ‘gratis et amore dei’. Nè si accetta senza subordinarsi ad un vincolo che impone la restituzione del favore. Gli italiani devono sapere che è molto probabilmente questa la vera eredità, o per meglio dire la legacy, del viaggio negli Usa di Matteo Renzi. E c’è da scommettere che sarà tutta ad uso e consumo del segretario del Pd. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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