STIME FATISCENTI | 05 Ottobre 2016

Renzi e la disputa penosa sul Pil

Domanda interna ferma, spending review pure e dall’UE non arriva un centesimo. Da vero mistificatore, Renzi usa di tutto pur di alzare le stime del Pil e non perdere consenso. Dal referendum al Ponte sullo Stretto. Ma i conti non tornano

di ROBERTO BETTINELLI

Che Renzi abbia le qualità del mistificatore di professione, lo si sapeva. D’altronde se non fosse stato un politico abile nell’arte cinica della propaganda non si sarebbe così clamorosamente rimangiato la parola sull’esito del referendum.

Prima, quando era certo della vittoria dei ’Sì’, ha promesso di dimettersi in caso di sconfitta. Ora che sono avanti i ‘No, invece, ha detto che non intende personalizzare ulteriormente l’appuntamento delle urne svincolando la durata dell’esecutivo dal risultato e ammettendo che, comunque vada, resterà al suo posto. 

Un posto che, è giusto sottolinearlo fino alla noia, non si è meritatamente conquistato in quanto non è mai stato eletto. Condizione che rivela come il delfino di Napolitano sia da trattare senza tanti riguardi, alla stregua dei numerosi nominati che affollano lo squallido e penoso scenario della politica italiana. 

Ma se c’è un tema sul quale il segretario del Pd non ha mai smesso di raccontare frottole è indubbiamente l’economia. Presentando agli italiani una situazione ben più florida di quella reale, ha dimostrato di voler procedere ottusamente dentro una prospettiva finalizzata a portare acqua al mulino della massiccia opera di ‘plagio’ in vista della prova rischiosissima del referendum. 

Non è per nulla un caso, infatti, che il premier e il ministro alla partita Padoan tentino in continuazione di sovrastimare il Pil e le valutazioni di crescita comunicando un più 1% per il 2017. Un numero che, per Bankitalia e per l’Ufficio parlamentare di bilancio, non sta né in celo né in terra e che, invece di essere esibito come una testimonianza di efficienza, dovrebbe spaventare per la sua pochezza. Ma così non è e il dato è diventato oggetto di una petulante e penosa contesa. 

Secondo gli economisti di entrambe le istituzioni il quadro disegnato dal Def è stato costruito dal governo con parametri a dir poco ’ottimistici’. E, sopratutto, in conflitto fra di loro. 

Non si capisce come una contrazione rilevante del deficit, pari alla fatidica soglia dello 0,5% che dovrebbe ridurre energicamente l’esposizione del debito disinnescando la bomba a orologeria delle clausole di salvaguardia, possa tradursi miracolosamente alla fine in un effetto espansivo capace di rilanciare la domanda interna. 

Domanda che oggi, nonostante le assicurazioni di Renzi, resta lettera morta. Allo stesso tempo Bruxelles ha già fatto sapere che le proposte di ampliare il rapporto deficit-Pil fino al 2,4%, grazie al riconoscimento delle spese emergenziali per migranti e terremoto, sono destinate a non essere accolte. L’Italia ha già beneficiato di tutto quanto era possibile beneficiare. Non può chiedere un centesimo di più. 

Un giudizio negativo condiviso, oltre i confini Ue, dal Fmi che ha criticato nuovamente l'Italia per l'esorbitante debito pubblico che seguita a lievitare senza sosta. Ma che viene seccamenrte replicato anche dentro i confini nazionali dalla Corte dei Conti. La magistratura chiamata a fare le pulci alle azioni del governo in materia di spesa ha rilevato che la strada della spending review è bloccata. E lo è, aggiungiamo noi, perché Renzi concepisce ormai il bilancio dello Stato come un’opportunità per fare cassa sul fronte del consenso. Lo dimostra il fatto che, venendo meno a quanto ripetutamente sostenuto negli anni passati, ha liquidato la causa delle privatizzazioni sposando in modo inatteso quella del Ponte sullo Stretto. Un'opera che nelle sue parole è sempre stata descritta come inutile e faraonica, destinata a creare una voragine nei conti pubblici, si è tramutata repentinamente in un’opportunità strategica capace di produrre 100mila posti di lavoro.

Un riferimento, quello ai numeri dell’occupazione, che manifesta un’altra terribile criticità con la quale deve misurarsi il premier. Ossia la completa debacle sul versante della lotta alla disoccupazione, soprattutto giovanile, che dichiara come il  provvedimento del Jobs Act non sia riuscito a migliorare un quadro fortemente compromesso e fra i peggiori del panorama europeo. 

Nell’audizione davanti alle commissioni parlamentari il ministro Padoan, pressato dalle critiche, ha dovuto ammettere che «la ripresa è più lenta di quanto pensiamo». Una frase che in altri tempi sarebbe stata recepita come una prova di onestà mentre oggi, vista la continua e sistematica contestazione da parte del governo dei dati macroeconomici che appaiono per nulla in linea con le previsioni annunciate, vale come un test di scarsa trasparenza.

Un atteggiamento che tende a confondere le acque, a non far luce sulle condizioni in cui versa il sistema economico e produttivo, a disegnare affreschi celebrativi che servono a generare una immagine finta ma vincente del premier. 

Uno scenario in cui prevale la finalità faziosa della promozione e in cui persino il referendum sulla riforma costituzionale viene interpretato e trasmesso all’opinione pubblica, da parte dell’entourage renziano, come un motore salvifico in grado di avviare prepotentemente la ripresa.

Ma si tratta di una misera e volgare mistificazione. Una delle tante costruire da un premier illegittimo che ha allestito un autentico gruppo di potere impadronendosi del parlamento e gestendo il Paese secondo un’impostazione elitaria che, al netto dei tanti impegni pubblicizzati e metodicamente elusi, non si è rivelato in grado di risolvere i problemi cruciali del Paese.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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