L'AGONIA DEL PD | 13 Ottobre 2016

Renzi e la nemesi storica del riformismo

La costituzione tradita e la fine del riformismo. Così Renzi aggredisce il principale partito della sinistra italiana. Ma il Pd ha già pronto un sostituto se dovesse perdere il referendum

di ROBERTO BETTINELLI

Il principale partito della sinistra italiana sta franando a causa di una mortale incompatibilità fra Renzi e il cerchio magico composto da ministri, sottosegretari, parlamentari e spin doctor, e gli uomini simbolo di quella che è stata la ’sinistra di governo’ nella fase post Pci: Massimo D’Alema innanzi tutto e, in modo subalterno, Pierluigi Bersani. 

Se c’è infatti un effetto di distorsione compiuto da Renzi nel corso del combattutissimo dibattito che lo vede protagonista contro l’agguerrita minoranza dem, è che sono stati proprio i leader di questa ad aver portato per la prima volta la sinistra al potere grazie alle coalizioni guidate da Romano Prodi. Lo stesso potere che l’attuale segretario del Pd, a differenza del suo più acerrimo rivale ed ex presidente del consiglio Massimo D’Alema, non può certo dire di aver conquistato grazie ad una competizione rispettosa delle regole democratiche. 

Renzi, che lo voglia o no, resta un parvenu delle dinamiche che garantiscono un corretto e impeccabile esercizio della volontà del popolo. Di suo, però, non ha usurpato nulla. Chi l’ha fatta ‘fuori dal vaso’ è l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano. E’ stata sua l’idea di nominare il sindaco di Firenze al vertice dell’esecutivo senza rendersi conto che una simile violazione, di per sé gravissima e mai accettabile in un Paese civile, non poteva che risultare ancora più invisa nel contesto dell’odierna politica italiana dove le istituzioni, e gli uomini che le incarnano, scontano una motivata e inarrestabile crisi di credibilità. 

L’oggetto del contendere fra Renzi e i suoi avversari è noto ed è duplice. Punto primo: la riforma costituzionale. Ciecamente sostenuta dal governo, è paragonata dagli oppositori interni ad un atto di violenza che nega l’imprescindibile collaborazione fra maggioranza e opposizione nella stesura delle comuni regole del gioco. Punto secondo: l’Italicum. La legge elettorale nella visione di Renzi esprime la garanzia della stabilità di governo, ma secondo D’Alema e i suoi sostenitori corrompe in modo il principio di rappresentanza consegnando un dominio pressoché assoluto alla forza politica che risulta vittoriosa nel ballottaggio e che, nonostante possa avere numeri esigui, eserciterà una facoltà decisionale pressoché illimitata.

Si tratta di critiche puntuali, ragionevoli, per nulla paranoiche. Se non fosse così i ‘No’ alla riforma non sarebbero davanti nei sondaggi rispetto ai ’Sì’ che, al contrario del fronte rivale disperso in mille rivoli e privo di una leadership certa, possono fare affidamento sui mezzi di una incredibile macchina propagandistica azionata dal governo attraverso Rai, televisioni private, grandi giornali e che si avvale di importanti sponsor come il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. 

Uno schieramento poderoso che sta venendo meno alle attese e non sta lanciando i promotori della riforma verso una vittoria netta al punto che, in corso d’opera, Renzi è stato costretto a far slittare la data del referendum al 4 dicembre per guadagnare tempo e avere qualche chance in più di convincere gli italiani. 

Ma soprattutto, sotto i colpi di un sistema di comunicazione martellante, il Pd sta implodendo con una parte autorevole della propria classe dirigente ormai impegnata in una quotidiana operazione di logoramento della segreteria, forte di un seguito forse già maggioritario nel popolo della sinistra che al partito erede del Pci ha sempre guardato come al proprio naturale e benevolo interlocutore. 

Ma se si è giunti a tanto, e in un momento in cui il polo antagonista del centrodestra vive il dramma apparentemente insolubile di un fallito ricambio della leadership berlusconiana, le colpe più vistose sono da addossare a Matteo Renzi. 

Colpe che difficilmente possono non essere rintracciate nella modalità narcisistica e autoreferenziale con la quale ha voluto impattare la campagna referendaria. Prendendosi interamente il palcoscenico mediatico, il premier si è fatto abbagliare dall’illusione di una battaglia facile facile, già vinta in partenza e come tale da strumentalizzare ai fini di una crescita automatica e squisitamente personale del consenso.

Ma la verità è che Renzi ha commesso l’errore madornale di recidere il legame con la tradizione della sinistra riformista. Una linea di pensiero e di azione politica che ha sempre trovato nella magna carta dello stato repubblicano un manifesto ideale, capace di tutelare al meglio il bilanciamento fra il principio della libertà del capitale  e l’esigenza di assicurare giustizia sociale. 

A ciò si aggiunge la continua polemica con i sindacati e l’Anpi;  la scelta strategica di privilegiare una fin troppo supina Confindustria in materia economica e giuslavoristica per mettere all’angolo la Cgil di Susanna Camusso; la decisione di mortificare i governatori leghisti facendo tabula rasa dell’autonomia delle regioni che ha sempre rappresentato un traguardo storico della sinistra; il braccio di ferro demagogico contro Bruxelles che strizza l’occhio all’elettorato più irrazionale del centrodestra dichiarando una sensibilità populista lontana anni luce dalle posizioni del socialismo e della cattodemocrazia che hanno nutrito all'origine il pantheon del Pd.  

Renzi, riferimenti ideali alla mano, rappresenta l’esatto contrario di ciò che il Partito Democratico dovrebbe essere. E ne è proprio l’irriducibile ed esplosiva alterità a provocare il pubblico disfacimento di un contenitore politico che ormai ha come fine prevalente se non esclusivo la semina e la raccolta del consenso. 

Ma al premier non si può non concedere un’attenuante. Se è riuscito ad impadronirsi del Nazareno è perché il Pd ha smarrito, o forse non ha mai avuto, una solida identità che fosse in grado di respingere l’aggressione degli agenti esterni ed interni. Renzi, che concepisce la politica come una cinica ed egotistica sceneggiata che ha la scopo di alzare gli indici di gradimento, ha travolto con la sua ascesa il suo stesso partito. La creatura che l’ha tenuto a battesimo. 

Ma non c’è azione senza reazione. E se il 4 dicembre ad urne chiuse i ‘No’ saranno più dei ’Sì’, il Pd dovrà individuare in fretta un successore per portare avanti l’esperienza di governo. E non c’è alcun dubbio che lo troverà. Se non l'ha già trovato. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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