LEADER SENZA PARTITO | 06 Aprile 2016

Renzi e Pd, non è solo una guerra di nervi

Tempa Rossa, trivelle, la guerra con l’Anm e la Costuzione violata. Renzi e il Pd ormai sono 'separati in casa' e litigano su tutto. Una convivenza impossibile che regge solo grazie al cinismo di un premier che governa senza essere mai stato eletto

di ROBERTO BETTINELLI

Lo scandalo Tempa Rossa, lo scontro con l’Associazione nazionale magistrati che ha accusato Renzi di avere «un interesse di parte» nella vicenda che ha portato alle dimissioni del ministro Guidi, il referendum sulle trivelle con i governatori del Pd sulle barricate contro il governo, l’attacco frontale della minoranza nella direzione nazionale del partito con l’ex rivale delle primarie Cuperlo che l’ha accusato di non avere la «statura del leader» e di coltivare «l’arroganza dei capi». 

Si moltiplicano i segnali di rottura fra Matteo Renzi e il partito che l’ha incoronato premier. Il suo esecutivo esce con le ossa rotta dall’indagine giudiziaria della Procura di Potenza che ha messo gli occhi sugli intrecci affari e politica che ha travolto l’ex titolare del Mise Federica Guidi. Non solo Renzi ha dovuto dimissionare seduta stante il ministro rivendicando la paternità dell’emendamento che ha dato avvio all’inchiesta, ma ha assistito impotente all’interrogatorio da parte dei magistrati della sua ‘protetta’, Maria Elena Boschi. Un problema non secondario considerato che Renzi le ha affidato il difficile compito di organizzare la rete dei comitati per il sì in vista del referendum costituzionale. Una missione estremamente critica per il ministro delle Riforme che, piombata in un’altra bufera dopo il crac di Banca Etruria, rischia di non avere più lo ‘standing’ necessario per raggiungere il risultato. 

Ma la vera emergenza per il presidente del Consiglio è rappresentata dal rapporto ormai compromesso con il Pd. Renzi ha accusato il colpo dopo l’ultima contestazione subita nella direzione nazionale. Al di là del voto finale, che l’ha visto prevalere, è ormai evidente che la sua leadership non è più percepita come super partes, capace di garantire l’unità del più grande partito italiano. 

Una incompatibilità che si aggrava giorno dopo giorno e che trova la sua origine nel tentativo di espandere i confini del Pd a caccia di nuovi elettori. Un’operazione che è destinata a mutare la natura del partito. Renzi ha in mente una strategia centrista che l’ha portato a recidere il legame storico con la Cgil e ad aggredire il mito intoccabile della Costituzione, facendo tabula del bicameralismo e promuovendo una legge elettorale maggioritaria che è quanto di più lontano dal sentimento e dalla prassi della sinistra italiana. 

Anche sul fronte dell’ambientalismo, una dottrina molto radicata fra i sostenitori del Pd, il premier ha commesso l’errore di approvare l’emendamento che dava il via libera a Tempa Rossa con un vero colpo di mano, senza avviare preventivamente un confronto interno. Una omissione che l’esponente della minoranza Roberto Speranza gli ha pubblicamente rinfacciato. «Avrei voluto discuterlo alla luce del sole» ha detto l’ex capogruppo alla Camera nella direzione nazionale. Un giudizio che rivela una totale ostilità verso il comportamento di chi, come Renzi, sta tentando di modificare in senso verticistico le dinamiche assembleari del Pd.

Alcuni dei governatori dotati di maggiore seguito e prestigio, come il toscano Rossi ed il pugliese Emiliano, hanno dichiarato il loro sostegno al sì nel referendum che blocca le concessioni dei giacimenti di idrocarburi entro le 12 miglia marine quando Renzi, invece, non ha mai smesso di predicare l’astensione. 

La distanza delle posizioni è grande, anzi incolmabile. Una situazione alla quale deve aggiungersi la tensione innescata dall’indagine su Tempa Rossa. «Mai a sentenza», così Renzi ha sbeffeggiato il lavoro degli inquirenti lucani proprio nel giorno in cui un verdetto c’è stato e pure molto pesante. Ma resta il fatto che il premier è entrato in collisione con la magistratura, un corpo dello Stato che il Pd, nella diatriba perenne con Berlusconi e il centrodestra, ha sempre difeso a spada tratta e con il quale ora, per iniziativa del suo segretario, si trova involontariamente a combattere.  

Renzi e il maggiore partito della sinistra italiana sono coinvolti in uno scontro che non è passeggero, ma strutturale. Più si va avanti e più i margini di collaborazione si riducono. Solo per una questione di cinica opportunità oggi è possibile la convivenza. Ma nessuno può dire quanto durerà ancora.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.