COSTITUZIONE | 06 Ottobre 2015

Una riforma pericolosa e un parlamento screditato

Davanti al premierato di Berlusconi che la sinistra ha ideologicamente affossato quasi 10 anni fa. La riforma di Renzi appare confusa e pericolosa. Intanto, fra gestacci e voltagabbana, il parlamento si merita il disprezzo del popolo

di ROBERTO BETTINELLI

Ora che è stato approvato l’articolo 2 che stabilisce l’elettività dei senatori da parte dei consigli regionali, per la riforma costituzionale voluta da Renzi la strada è tutta in discesa. 

 

Trovata la quadra con i dissidenti dem grazie all’aiuto di Denis Verdini pronto a intervenire in caso del bisogno, il premier può pensare di avercela fatta. I numeri sono tutti dalla sua parte. Gli italiani possono così iniziare a prendere confidenza con il nuovo sistema di governo che prevede una disparità fra Camera e Senato, stabilendo una gerarchia che mette fine al bicameralismo perfetto. Un ‘doppione’ che spesso, e non a torto, è stato indicato come una delle principali cause della paralisi del Paese. 

 

Essere costretti a ripetere ogni volta l’iter di una legge richiede grande fatica e tempi lunghi. Lo stallo prolungato dei governi ha generato gravi omissioni sul fronte della modernizzazione ed è la causa della nascita di movimenti di rifiuto come il renzismo della rottamazione, la protesta oltranzista grillina e la rabbia leghista. Ma l’ondata di malcontento e disillusione che si è impossessata del Paese deve essere attribuita soprattutto alla partitocrazia. E' dalla proliferazione dei partiti e dalla crescente infedeltà degli eletti rispetto al voto dei cittadini che ha origine il discredito delle istituzioni. 

 

Una deriva che non sembra interrompersi nemmeno nei giorni in cui Renzi, alla guida di un Pd tanto frastornato dalle divisioni interne quanto motivato dal pericolo della crescita dei consensi dei 5 Stelle, sta portando a termine il percorso di revisione della Costituzione. 

 

Un percorso che, non dimentichiamolo, è stato Silvio Berlusconi a iniziare per primo con una riforma organica che andava ben oltre i timidi tentativi delle bicamerali che si sono via via succedute negli ultimi decenni facendo segnare, ogni volta, clamorosi fallimenti. Era il 2006 quando il Cav, sfruttando la potenza di fuoco della grande alleanza con Lega Nord e Alleanza Nazionale, aveva lanciato la proposta del premierato. Un modello che si ispirava ai modelli anglosassoni, i più performanti della scena politica internazionale. 

 

Il presidente del Consiglio era eletto, di fatto, dal popolo. Poteva nominare e revocare i ministri, scogliere le Camere, esercitare una reale funzione di guida senza dover sottostare al ricatto dei partiti. Il presidente del Consiglio e la sua maggioranza, nel disegno del centrodestra, erano protetti da regole preventive quali la fiducia costruttiva e le norme anti ribaltone. A ciò si aggiungeva la riduzione del numero dei deputati e dei senatori, con un taglio di quasi 200 poltrone, devoluzione della potestà legislativa alle regioni ed introduzione del principio dell’interesse nazionale per non alimentare conflitti inesauribili fra centro e periferia. 

 

L’obbiettivo della riforma era creare una repubblica federale con un esecutivo forte, coniugando la tradizione centralissima del sistema amministrativo italiano con la sua natura regionale e particolaristica. Un’impresa ambiziosa. 

 

Come tutti sanno la sinistra di allora, in gran parte la stessa che oggi esulta, non volle darla vinta a Berlusconi. Un quinto dei parlamentari, cinque regioni e oltre 500mia elettori, sotto l’attenta regia dei Ds di D’Alema, Veltroni e Fassino, si attivarono per ottenere il referendum istituzionale accusando il leader azzurro di voler imporre una dittatura. Finì come finì. Ossia con la prevedibile sconfitta della riforma. 

 

Tutto ciò che Matteo Renzi sbandiera come una svolta epocale, in fondo, l’aveva già realizzato Berlusconi circa 10 anni fa con un garbo verso la magna carta della Repubblica e un’intelligenza istituzionale decisamente non eguagliate dal segretario del Pd. L’interesse generale era meglio tutelato dalla presenza di un governo che esprimeva una maggioranza equilibrata, capace di unire una forza localistica come la Lega Nord, la tradizione identitaria nazionale di An e una leadership d’impronta manageriale come quella del fondatore di Forza Italia.

 

Renzi arriva solo ora con un decennio di ritardo con la colpa di dilapidare l’immenso credito che il testo costituzionale ha sempre avuto fra i sostenitori della sinistra, procedendo all’insegna di un centralismo che azzera autonomie e libertà dei territori, reclutando chiunque sia disposto a cambiare partito nelle aule parlamentari ridotte a uno sfacciato e insopportabile mercato. E dove, ad opera del Pd, è in atto un progetto che mette seriamente a rischio la regola base della democrazia: la distinzione fra maggioranza e opposizione. 

 

Le riforme costituzionali si fanno per due ragioni. La prima è far funzionare meglio lo Stato. La seconda, equivalente per importanza, è l’aumento della rispettabilità e della buona reputazione delle istituzioni. Obbiettivo, questo, che il governo Renzi ha bruciato in partenza. Quanto al precedente, facciamoci il segno della croce e speriamo in bene. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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